Emergenza Covid, Bianchi: «Calabria, regione dalla “ripartenza frenata”»

Il direttore della Svimez affronta con il Corriere della Calabria i temi del ritardo strutturale che paga il territorio, delle debolezze del sistema produttivo locale e analizza gli effetti della pandemia su un’economia già fragile. E sulla sanità: «Dopo la nomina del commissario Longo occorrerebbe costituire anche un’unità di missione, usando le risorse disponibili, con adeguate professionalità e un mandato chiaro»

di Roberto De Santo
CATANZARO La crisi scaturita dall’emergenza sanitaria del Coronavirus ha investito la Calabria che pagava lo scotto di una lunga fase di declino. Ma che al contempo faceva i conti con alcuni «diritti di cittadinanza negati». Ad iniziare da quello alla Salute che ha impedito una risposta immediata al diffondersi dell’epidemia sul territorio. Così nella regione «dalla ripartenza frenata», come viene definita dalla Svimez, gli effetti sull’economia reale rischiano di proseguire anche nella fase successiva alla pandemia. E i clan in queste condizioni potrebbero rafforzare la loro presenza. Luca Bianchi, direttore della Svimez – che pochi giorni addietro ha presentato il Rapporto 2020 – analizza, in esclusiva per il Corriere della Calabria, il contesto socio-economico della regione, gli effetti della pandemia e le possibili vie per uscire da questa “lunga notte” del sistema produttivo e sociale dei territori.

L’economia calabrese è sottoposta a un forte stress per via dell’emergenza Covid-19. Quali sono stati gli effetti principali che avete registrato nella Regione?
«Le attività produttive che si sono fermate in Calabria nella prima fase del lockdown sono state oltre il 60% del totale. La perdita di valore aggiunto per ogni mese di chiusura ha raggiunto 791 milioni (-2,6%). C’è da chiedersi se questi costi si sarebbero potuti evitare visto che la prima ondata ha appena sfiorato la Regione. Allora però si scelse, contrariamente a quanto avvenuto nella seconda ondata, un lockdown nazionale estendendo la crisi economica a tutto il Paese. Le previsioni Svimez stimano per quest’anno, nonostante una buona ripresa nei mesi estivi, una perdita del Pil calabrese pari all’8,9%. La crisi però si aggiunge ad una lunga fase di declino: rispetto al 2008 la Calabria ha perso circa il 20% del Pil. Ma assai più forti sono stati gli effetti sociali di questa crisi; effetti ancora più forti che nel resto del Paese. Ma ciò su cui bisogna riflettere sono le previsioni di una ripresa modestissima del +0,6% nel 2021, la metà del resto del Sud. Non a caso nel recente Rapporto definiamo la Calabria una regione dalla ripartenza frenata. Si tratta di segnali preoccupanti di isolamento dalle dinamiche di ripresa esterne ai contesti locali, conseguenza di un settore produttivo poco integrato e dalla prevalente dipendenza dalla domanda interna e dai flussi di spesa pubblica».

La Calabria sta dimostrando limiti di risposta all’emergenza Covid per via del depotenziamento del sistema sanitario. La vicenda del balletto di nomine sul commissariamento, conclusa solo ieri, ne è una comprova. Quanto può incidere questa fragilità anche sulla tenuta economica di un territorio?
«La divaricazione nei diritti di Cittadinanza denunciata da molti anni ha mostrato i suoi effetti più drammatici nella crisi. Bastava voler vedere i dati per capire che la Calabria era zona rossa ancora prima dell’arrivo della pandemia. Le riduzioni di personale e posti letto imposti dai piani di rientro senza un investimento in infrastrutture e servizi nella medicina territoriale hanno indebolito l’offerta sanitaria come sanno bene i calabresi che ogni anno emigrano per farsi curare altrove. Nel frattempo, un Commissariamento senza controlli e coordinamento nazionale ha finito per deresponsabilizzare la classe dirigente locale senza riuscire a incidere significativamente sulla rimozione dei rapporti perversi tra politica e sanità. Fino al balletto di queste settimane, inaccettabile conferma che la rimozione del problema sia l’unica soluzione proposta da Roma alla condizione di sanità negata dei cittadini calabresi. Il rapporto Svimez evidenzia con i numeri, come la crisi sanitaria regionale vada ben al di là della gestione Covid. Se i LEA sono la traduzione giuridica del principio di “eguaglianza delle opportunità”, basta allora vedere che in Italia oscillano tra i 222 del Veneto e i 221 dell’Emilia e gli appena 161 della Calabria. Drammatico è il differenziale nell’attività di prevenzione. La quota di popolazione calabrese sottoposta a screening tumorali gratuiti è ai livelli minimi italiani con valori che sono nella regione sette volte inferiori a quello delle regioni del Centro-Nord. In questo contesto, andava nominato subito un commissario, decisione giunta solo ieri sera con il prefetto Guido Longo. Non solo. Ora andrebbe immediatamente costituita, utilizzando i fondi disponibili, un’unità di missione con adeguate professionalità e un mandato chiaro e verificabile nei risultati. Anche perché la Calabria è ormai una Regione commissariata da anni in comparti strategici della vita economica, non solo della sanità, si pensi al porto di Gioia Tauro e alla nascente Zona economica speciale. Senza però avere avuto risultati certi, concreti e positivi».

Nonostante i provvedimenti del Governo per fronteggiare il crollo dell’occupazione, la Calabria registra una flessione consistente. Non sono sufficienti quelle misure o c’è altro?
«Il Covid non è stato una “livella”, ha colpito di più le fasce più deboli e più precarie del mercato del lavoro: i giovani, le donne e le regioni del Mezzogiorno. Tra il primo semestre del 2019 e lo stesso periodo del 2020 Svimez stima che in Calabria ci sia stata una perdita di 45.300 posti di lavoro, soprattutto in edilizia, nel settore del commercio, della ristorazione e degli alberghi. Maggiormente colpito il lavoro autonomo, meno 23.500 unità, mentre il calo dei dipendenti è stato pari a 21.900. L’economia regionale è fortemente condizionata da una scarsa produttività e da un troppo basso livello degli investimenti. Le misure di ristoro approvate dal Governo in più fasi sono state certo utili per sostenere i redditi delle famiglie falcidiati dalla crisi connessa alla pandemia. Ma per recuperare l’occupazione perduta e far crescere la base produttiva e i posti di lavoro serve ben altro: una diversa politica del credito nella regione italiana con il più alto costo del denaro erogato alle imprese, una massiccia infrastrutturazione del territorio, attrarre investimenti produttivi privati da fuori regione e anche dall’estero, una radicale trasformazione dell’industria locale seguendo due linee guida, innovazione e digitalizzazione».

A guardare i dati l’esodo dalla Calabria soprattutto di giovani con alta formazione non si è mai arrestato. Un fenomeno che potrà ampliarsi anche in questa fase e in quella post Covid?
«La Calabria che presenta il più elevato tasso migratorio pari a 14.800 persone, in gran parte giovani formati e altamente scolarizzati. Un pezzo di capitale umano la cui uscita dal territorio comporta una perdita secca per l’economia regionale. D’altro canto, il deterioramento delle prospettive occupazionali ha colpito un contesto fragile, contraddistinto da tassi di occupazione molto bassi nel confronto nazionale. Tuttavia non si possono ignorare alcuni segnali importanti anche in questa difficile fase. Uno è senz’altro rappresentato dall’incremento delle iscrizioni nelle due principali università calabresi Arcavacata e Reggio Calabria dove si stima un aumento di circa il 9% delle iscrizioni. Gli interventi del governo con l’estensione della no tax area potrebbero aver aiutato soprattutto le famiglie più deboli. Anche il fenomeno del south working (cioè lavoratori che sono tornati al Sud continuando a lavorare a distanza per imprese del Centro-Nord) potrebbe rivelarsi un’interessante opportunità per interrompere i processi di deaccumulazione di capitale umano qualificato iniziati da un ventennio. Segnali che danno anche una indicazione sull’esigenza di mettere in atto politiche per l’attrazione di professionalità e competenze attraverso l’offerta di aree di coworking e di servizi digitali. Interventi che andrebbero coordinati con quelli destinati all’accompagnamento e al rafforzamento del fenomeno altrettanto importante di un forte incremento delle start-up innovative connesse alle Università calabresi».

‘Ndrangheta e crisi: la mancanza di liquidità finirà per favorire le organizzazioni criminali. Come prevenire?
«Un aspetto al quale prestare particolare attenzione in questi mesi è l’esposizione della miriade di aziende manifatturiere, commerciali e di servizi il cui fabbisogno di liquidità si scontra con il rallentamento generale della dinamica dei finanziamenti, con le rigidità del sistema bancario, con i ritardi dei sostegni statali e dell’implementazione delle procedure connesse alle garanzie pubbliche, nonché con gli effetti del rallentamento o dell’interruzione dell’attività produttiva. Il diffondersi della pandemia e il conseguente forte aggravamento delle condizioni economiche rendono ancora più necessarie analisi puntuali, da cui far discendere scelte coraggiose. Le forme di “welfare criminale” offerte nei mesi del lockdown da molti clan hanno sostenuto segmenti di classe sociale più povere e imprese in difficoltà attraverso prestiti non necessariamente a tassi usurai. Se il terreno di coltura del credito malavitoso è quello descritto, va avviato anche in Italia un grande programma di sdebitamento a partire dalla rapida introduzione delle norme sul sovraindebitamento. Un grande sforzo, trasversale ai partiti politici, simile a quello che nel 1996 portò alla promulgazione della legge 108 sull’usura, potrebbe bonificare in tempi relativamente rapidi la palude dell’esclusione dal credito su cui prospera la mala pianta dell’usura. Se guardiamo ai reati contro la Pubblica Amministrazione aggravati dal metodo mafioso, dal nostro Rapporto emergono informazioni sulle interazioni tra territorio ed eventi di corruzione. La concentrazione maggiore di episodi si registra proprio in Calabria, oltre che in Campania, con il 29,1% dei casi. Bisogna agire su un duplice fronte, nell’ottica comune della trasparenza. Da un lato, trasparenza nelle procedure, andando ad individuare quale sia il modo migliore per far sì che un’opera pubblica sia portata a termine in tempi rapidi e soprattutto che i lavori vengano eseguiti a regola d’arte, scongiurando il rischio delle infiltrazioni mafiose nell’economia legale. Dall’altro, trasparenza nel campo delle strategie di prevenzione della corruzione. Dunque, l’emergenza post-pandemia dev’essere caratterizzata da una diversa gestione amministrativa, che si ispiri alla prevenzione della corruzione mediante lo strumento della trasparenza integrale di ogni spesa e acquisto pubblico».

Si attendono i fondi del Recovery per rilanciare l’economia del Mezzogiorno e dunque anche quella calabrese. Ma finora la Regione ha dimostrato incapacità di spesa dei fondi strutturali. Perché dovrà andare meglio questa volta?
«Il governo e le regioni italiane si troveranno a dover gestire un volume senza precedenti di risorse: oltre alla chiusura dei programmi 2014-2020 (le cui risorse dovranno essere rendicontate entro il 2023 e su cui c’è ancora un forte ritardo ), vi saranno da spendere le somme assegnate all’Italia dal Bilancio Ue 2021-2027. A queste incombenze si aggiungeranno le poste finanziarie straordinarie stanziate con il Recovery. Si rischia una congestione amministrativa senza precedenti. La possibilità di successo è legata ad una profonda revisione dei meccanismi di spesa e ad una identificazione a monte delle priorità e dei progetti su cui concentrare le risorse. La necessità di introdurre discontinuità nella programmazione e attuazione della spesa trova una prima sperimentazione nelle procedure di riprogrammazione anti-Covid: maggiore presidio centrale attraverso identificazione, priorità di intervento per evitare frammentazione; concentrazione di interventi regionali su sanità, istruzione, sociale e attività produttive; destinazione risorse dei programmi nazionali su sostegno imprese (Fondo di Garanzia PMI) e spesa sanitaria e ricerca. Innovazioni che indicano una strada anche per il futuro».

Quali misure ritiene fondamentali da parte del Governo e della Regione per consentire la ripresa dell’economia calabrese e il recupero del Gap storico?
«La sfida corrente è quella di portare a sistema il rilancio degli investimenti pubblici e privati che si prevede di sostenere con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) con una politica ordinaria che troppo a lungo si è disimpegnata dal suo compito di perseguire l’obiettivo del riequilibrio territoriale, e con una politica di coesione europea e nazionale che nel nuovo ciclo di programmazione molto dovrà apprendere dai suoi limiti, a partire dai primi segnali di discontinuità registrati in corso d’anno e dalle indicazioni strategiche contenute nel Piano Sud 2030. Le priorità per il Sud sono chiare e coincidono con quelle indicate dall’Europa con il piano Next Generation Ue: coesione sociale con un piano di rafforzamento dei diritti di cittadinanza (scuola e sanità); un disegno di politica industriale nazionale volto a sostenere il processo di transizione ecologica e il rafforzamento di un piano logistico euromediterraneo sostenibile. Su questo tema la Svimez ha proposto un disegno strategico denominato Quadrilatero Zes che prevede una serie di interventi volti a valorizzare le interconnessioni tra le 4 Zes (Napoli, Bari, Taranto e Gioia Tauro)». (r.desanto@corrierecal.it)





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