«Un guaio in più per tutti, commissario in primis»

di Ettore Jorio*

La Consulta ritorna a tirare brutalmente le orecchie al Consiglio regionale calabrese, campione di dichiarazioni di incostituzionalità delle proprie leggi. Da ultimo, con la cancellazione della legge 34/2019 della Regione Calabria, la conferma di un ragionevole principio: le Regioni, in quanto tali, non hanno competenza alcuna a legiferare stabilizzazione di personale precario. Una brutta tegola sulla testa del neo commissario ad acta, per le aziende della salute e per i precari che hanno dato tanto e che così non raccoglieranno nulla! Per non parlare di noi utenti impoveriti sempre di più di personale utile alla nostra assistenza. E’ quanto affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 251/2020 (redattore Prosperetti) depositata l’appena 26 novembre scorso. Un assunto che dà ragione alle eccezioni prodotte dal Governo che ha ritenuto violati dalla legge regionale calabrese, recante «Provvedimenti urgenti per garantire l’erogazione dei servizi sanitari in ambito regionale», diversi articoli della Costituzione. Un sistema della salute che è – giova ricordarlo – commissariato da tredici anni, di cui i primi due dalla protezione civile, penalizzato da un blocco del turnover al 100%. Le eccezioni hanno riguardato la violazione degli articoli 81 e 120, comma secondo, della Costituzione, nonché del secondo comma (lett. l) dell’articolo 117 riguardante l’obbligo di assicurare i Lea su tutto il territorio nazionale. Il tutto, ritenuto peraltro in contrasto con l’accordo concluso dalla Regione interessata con l’Esecutivo afferente il faticoso «piano di rientro dal disavanzo per la spesa sanitaria” rimesso alle cure commissariali. Questioni, queste, considerate fondate dal Giudice delle leggi che ha ricondotto la materia del rapporto di lavoro pubblico contrattualizzato (tale è quello del personale del Servizio sanitario nazionale) nell’esclusivo alveo dell’ordinamento civile e, quindi, riservato alla competenza legislativa statale. Conseguentemente, ogni carenza di personale, fosse anche registrata nell’ambito dell’organico del settore sanitario, va colmata unicamente nel rispetto delle regole e nelle forme di reclutamento previste dal legislatore statale per la pubblica amministrazione. Ciò anche in relazione ai principio di coordinamento della finanza pubblica, nella cui sfera spetta soltanto allo Stato fissare i limiti e i vincoli dell’anzidetto reclutamento del personale di tutte le amministrazioni pubbliche. Ivi compresi, eventualmente, quelli derivanti dalla stabilizzazione di personale precario, perché segnatamente incidenti sui valori di spesa della finanza pubblica. Nel caso di specie, peraltro, sprovvista di copertura finanziaria idonea, da ritenersi tale in considerazione dell’intervenuto stato di commissariamento ad acta a mente dell’articolo 120, comma secondo, della Costituzione. Una conclusione cui è pervenuta la Consulta ritenendo «meramente assertiva e apodittica» nonché assolutamente inidonea la clausola finanziaria complessivamente posta dall’art. 4 della legge regionale, secondo cui dalla sua attuazione «non derivano nuovi e maggiori oneri finanziari a carico del bilancio regionale». Un giudizio pesante nei confronti delle solite clausole di stile cui il legislatore calabrese ricorre più soventemente degli altri.
                                                                                                                                                     *docente Università della Calabria





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