Coronavirus, l’impatto psicologico su bambini e anziani. «Troppo stanchi e disillusi»

Intervista a Lucia Cantafio, psicologa, psicoterapeuta e presidente del centro Amepsi di Roma

psicologia coronavirus

«Mi piacere pensare che ne usciremo migliori, invece mi sembra di potere constatare che chi già prima si poneva delle domande ora contiua a porsele per essere migliore, ma chi non lo faceva prima continua a non farlo rimanendo chiuso nei propri egoismi e nel poco rispetto della natura e degli altri. Probabilmente le differenze saranno solo più evidenti come saranno più evidenti le discriminazioni sociali, culturali ed economiche. Questa sarà certamente la cosa più difficile da gestire». Lucia Cantafio, psicologa, psicoterapeuta e presidente del centro Amepsi di Roma, collabora in qualità di docente con diverse scuole. Svolge la sua attività professionale tra Roma e Lamezia Terme, sua città nativa.

Lucia Cantafio Dottoressa Cantafio, Lei dirige a Roma Amepsi, accademia medica psicologica di cui è fondatrice. Cosa avete rilevato in questo anno di emergenza?
«L’emergenza Covid ha segnato due momenti, o forse anche più, decisamente diversi. Nel primo lockdown non abbiamo rilevato dei peggioramenti o un aumento del numero di richieste, abbiamo certamente avuto la difficoltà di organizzarci per potere continuare il nostro lavoro nella modalità online, ma in linea di massima gli umori non erano pessimi. Anzi molti hanno dichiarato di essere stati bene, la situazione di chiusura è stata letta come una sorta di protezione ed una opportunità di ritrovare piccole abitudini domestiche dimenticate nel vortice della vita quotidiana».

L’emergenza sanitaria può scatenare fenomeni di fobie collettive o di ipocondria esasperata? Quali sono le categorie più a rischio?
«Mentre alla riapertura si sono evidenziati i primi problemi,ad esempio un maggior numero di ipocondrie, come anche una situazione quasi fobica nei confronti della vita esterna rimasta lontana per troppo tempo, successivamente si è verificata una “quasi rimozione” del problema con una crisi a cascata nel momento in cui si è nuovamente ripresentato. Certamente siamo tutti troppo stanchi e disillusi. Ora abbiamo problematiche di coppia, situazioni di fobia sociale negli adolescenti e negli adulti, ed ovviamente molte ipocondrie. A questo si aggiunge un aumento delle paranoie e di conseguenza dell’abbracciare teorie complottiste. Ne risentono in particolare alcuni adolescenti già problematici: il proseguire delle attività didattiche fino a 13 anni ha evitato il formarsi di problematiche sociali in bimbi che proprio in quella fase stanno sviluppando le proprie competenze sociali».

Recentemente un esperto ha parlato di “catastrofe umanitaria e generazionale” sostenendo che le nuove generazioni pagheranno il prezzo più alto della pandemia? Un monito direi eccessivamente pessimista o c’è da preoccuparsi. Lei al riguardo cosa ne pensa?
«Detta così è probabilmente esagerata, ma non così lontana dalla realtà. Per un motivo banale: inevitabilmente i bambini fino agli adolescenti hanno aumentato l’utilizzo di strumenti di comunicazione a distanza, di video giochi, di chat, di film visti sul cellulare. Tutto ciò provocherà danni al loro sistema nervoso, alla loro capacità di interazioni (pensiamo semplicemente agli innamoramenti che invece di essere vissuti in un regime di reale incontro avverranno sempre di più nella modalità chat). L’utilizzo di computer, cellulari e play station aumenta il livello dell’ansia, produce aggressività e dipendenza, ed abbassa il livello cognitivo. Quindi avremo una generazione non solo molto più ignorante ma anche più aggressiva e più ansiosa».

Il perdurare della didattica a distanza e il confinamento forzato nella “confort zone” casalinga a lungo termine cosa può provocare nei bambini?
«Nei bambini in maniera specifica può avere come conseguenza un confinamento in un mondo parallelo, fantastico ma pilotato da video e chat che in realtà utilizzano più di quanto dovrebbero, un mondo fatto da influencer che guidano non sempre in maniera saggia. Ovviamente questi bambini crescono senza avere le competenze sociali che si acquisiscono solo confrontandosi con i coetanei. Forse utilizzeranno meno le droghe, ma abuseranno di una droga meno riconoscibile rappresentato dal mondo virtuale. Possiamo aspettarci che crescendo abbiano difficoltà di concentrazione e quindi difficoltà a scuola, difficoltà nell’applicarsi nelle attività e quindi la rinuncia alle attività sportive, con conseguenze sullo sviluppo non solo psicologico ma anche fisico».

L’indagine condotta dall’Associazione nazionale dipendenza tecnologiche registra aumenti del fenomeno del cyberbullismo nei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni. A questo si aggiunge una dipendenza da videogiochi, smartphone e giochi elettronici. Si può parlare di un rischio “sindrome di Hikikomori” in particolare nei soggetti che già tendono ad una sorta di “ritiro sociale”? Come difendersi?
«Certo che si! Stanno già arrivando le chiamate di genitori preoccupati per figli fino a poco tempo fa semplicemente timidi e chiusi, quindi con pochi amici, che ora rifiutano di rientrare a scuola. Questi ragazzi possono rimanere per ore sulle chat, da instagram a tik tok ma non riescono più a relazionarsi con i coetanei che incontrano a scuola, anzi per l’esattezza avendo paura di non riuscire a farlo neanche ci provano. In molte di queste situazioni i genitori hanno difficoltà nel mandarli a scuola ma anche a proporre loro un aiuto perchè i ragazzi lo rifiutano. In questi casi io propongo ai genitori stessi di andare da uno specialista che sia in grado di guidarli nelle cose da dire e da fare per riuscire a rassicurare i ragazzi e mandarli di nuovo a scuola. I ragazzi sono troppo spaventati per chiedere aiuto».

Considerando il perdurare delle restrizioni che soprattutto nella seconda ondata sta mettendo a dura prova le persone sotto il profilo pscicologico quali strumenti si possono adottare?
«Quello che possiamo fare, tutti, è evitare di chiuderci dentro le nostre paure. Ovvero, evitare di seguire costantemente notizie cercando forum o spazi internet dove sapere sapere sapere. Limitarsi a seguire le indicazioni fornite accontentandosi delle informazioni date dai telegiornali una sola volta al giorno può essere un primo step. Cercare di fare attività fisica, correre, camminare o seguire lezioni online è fondamentale. Se il nostro corpo si chiude in posture sbagliate anche il nostro umore ne risentirà. Leggere libri che permettano di evadere in maniera sana è un buon modo di mantenere la mente allenata ed abbassare l’ansia. Inoltre dobbiamo ricordarci che questa situazione passerà, ma quando passerà dobbiamo essere pronti ad affrontare battaglie costruttive e quindi anche più sensate. Coltivare la paura non è un buon modo di affrontare una pandemia, ma neanche dimenticare la sua esistenza adottando comportamenti che mettono a rischio le persone».

Quali consigli per le persone anziane che oggi si trovano ancora più isolati anche dai loro stessi familiari a causa di un eccessivo senso di protezione?
«In realtà spesso sono proprio le persone anziane a volere rimanere isolate per paura di ammalarsi. Gli anziani sono stati forse la categoria più capace di organizzarsi, uscendo per delle passeggiate, chiamando più spesso familiari ed amici. Sono stati capaci di utilizzare le video chat spesso meglio di tanti giovani. Ovvio che soffrono per la mancanza di contatti maggiori con figli o nipoti, ma tengono anche molto alla propria vita, consapevoli dei troppi rischi che correrebbero. Andare in Chiesa in orari non necessariamente di Messa può essere un modo per incontrare qualcuno e scambiare delle chiacchiere in sicurezza, dipende molto dal loro livello culturale e religioso e da dove vivono. Chi vive in paesi è avvantaggiato perchè le persone si possono incontrare e salutare con maggiore facilità anche senza doversi trovare in luoghi al chiuso, ma anche le città permettono di uscire per andare nei parchi dove è facile trovare coetanei con cui potere parlare».

Lei ritiene che a volte questo eccessivo senso di protezione possa nascondere un egoismo inconsapevole da parte dei familiari, in particolare dei figli, che si sentono meno impegnati nei loro confronti?
«No, questo in Italia succede poco, molto poco, o meglio chi si disinteressa lo faceva già prima, chi invece era presente prima contiua ad esserlo magari andando a trovare l’anziano con la mascherina o facendo frequenti video chiamate giornaliere».

Incertezza e confusione sono sentimenti che in questa fase ci pervadono. Come ritorneremo a vivere?
«Nessuno di noi sa come sarà il mondo dopo il Covid. In realtà io temo che per molte cose tornerà ad essere come prima, con molte persone chiuse nei propri egoismi, molte droghe e stupidità come quelle che continuano a vedersi anche ora. Cambierà probabilmente l’utilizzo del lavoro da remoto, che diventerà parte integrante della nostra vita. Ma temo che la nostra vita sociale riprenderà dopo poco tempo ad essere come era, dimentichiamo con facilità gli insegnamenti che i brutti periodi cercano di impartirci. Mi piacere pensare che ne usciremo migliori, ma invece mi sembra di potere constatare che chi già prima si poneva delle domande ora contiua a porsele per essere migliore, ma chi non lo faceva prima continua a non farlo rimanendo chiuso nei propri egoismi e nel poco rispetto della natura e degli altri. Probabilmente le differenze saranno solo più evidenti come saranno più evidenti le discriminazioni sociali, culturali ed economiche. Questa sarà certamente la cosa più difficile da gestire. Se anche riprenderemo presto un accettabile benessere economico, impiegheremo molto più tempo a colmare le voragini culturali che stanno aumentando».





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