A San Ferdinando c’è “Hospitality”

La struttura modulare pensata dal collettivo Mamadou di Bolzano e realizzata dai richiedenti asilo di Rovereto sta prendendo forma di fronte alla tendopoli. Servirà da scuola, ambulatorio, centro di assistenza legale. «Ma soprattutto – dicono gli attivisti –è l’inizio di un percorso di emancipazione» (foto Nadia Lucisano)

ROSARNO  Sta prendendo forma e fra pochi giorni sarà pienamente operativa Hospitality School, la struttura polifunzionale che il collettivo Mamadou di Bolzano ha realizzato per il ghetto di San Ferdinando. Nella baraccopoli nata sulle ceneri dell’eterna tendopoli, nata ormai diversi anni fa come soluzione “temporanea” alle necessità abitative dei braccianti della piana di Gioia Tauro, per la prima volta ci sarà uno spazio comune, destinato a servizi essenziali come scuola, ambulatorio e centro di assistenza legale. Ma “Hospitality” – spiegano dal collettivo, da anni impegnato in periodiche campagne di alfabetizzazione all’interno della tendopoli, insieme all’associazione Sos Rosarno – non è solo una soluzione pratica alla concreta mancanza di spazi comuni, ma è soprattutto un simbolo concreto di un percorso di lotta e di emancipazione. Un progetto solidale e militante, costruito insieme con pazienza e determinazione, dall’estremo Nord all’estremo Sud dell’Italia.
Trentacinque metri di moduli di legno, ricavati da materiale di recupero donati da un’azienda austriaca, la struttura è stata progettata per essere costruita nelle sue parti essenziali a Bolzano e quindi trasportata e assemblata a Rosarno. A realizzarne i moduli essenziali sono stati un gruppo di richiedenti asilo del Trentino Alto Adige, secondo il progetto dei designer Brave New Alps e gli Area 527 – Michele Rossa, Lionella Biancon e Francesca Bonadiman – tre giovani architetti da sempre impegnati in una progettazione finalizzata al “benessere collettivo” e strutturata sull’ inclusione, che da tempo collaborano con il collettivo Mamadou. Un progetto durato mesi, finanziato grazie ad una straordinaria campagna di crowdfunding  e che adesso sta prendendo forma nel ghetto, dove a lavorare alla struttura non sono solo gli attivisti delle associazioni coinvolte nel progetto, ma gli stessi braccianti che nella tendopoli sono costretti a vivere. E non a caso.
Hospitality – spiega chi lo ha pensato e voluto – non è una soluzione calata dall’alto, ma «il primo progetto di architettura meticcia e migrante presente in Calabria». È il simbolo concreto – aggiungono – di un percorso condiviso, mirato a realizzare un punto di riferimento – anche concreto – «per la costruzione di un percorso, dal basso, di emancipazione vera da condizioni di schiavitù e sfruttamento umano e lavorativo».
La struttura è stata pensata per superare le condizioni emergenziali in sono costretti a vivere migliaia di braccianti e rispondere ai bisogni primari collettivi, su tutti quelli dell’istruzione e l’accesso a cure sanitarie, ma – spiegano gli attivisti – non ha semplicemente un valore pratico. «Vuole essere uno strumento per agire in un’area di forte disagio sociale e diventare presidio laddove vige una situazione di radicata precarietà, creando un punto di riferimento non solo per i braccianti, ma anche per tutte le realtà che lavorano all’interno del ghetto». Hospitality non è un progetto per i braccianti, ma dei braccianti, che saranno chiamati ad autogestire la struttura. «Collocare la struttura all’interno di un contesto come quello di Rosarno – spiegano dal collettivo – rappresenta un primo punto di svolta rispetto ad una situazione di invisibilità e un primo approccio di autogestione condivisa con cui i braccianti stessi potranno diventare i protagonisti del loro futuro e del loro riscatto».

a.c.







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