Colpo alla cosca Labate, confisca 33 milioni di beni

Patrimonio costituito da 5 complessi aziendali, 62 beni immobili a Reggio, 3 autoveicoli, rapporti e disponibilità finanziarie. Il provvedimento ha riguardato anche i fratelli Pasquale e Giovanni Remo condannati a 15 anni per associazione mafiosa e gli eredi di Antonio Finti, imprenditore deceduto nel 2014

REGGIO CALABRIA Beni per 33 milioni di euro sono stati confiscati, questa mattina, da militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e del nucleo speciale polizia valutaria, con il coordinamento della locale procura distrettuale antimafia. Le fiamme gialle hanno eseguito un provvedimento emesso dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale con il quale è stata disposta l’applicazione della misura di prevenzione della confisca in relazione all’ingente patrimonio, costituito da imprese commerciali, beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie, riconducibile a persone indiziate di appartenenza alla cosca di ‘ndrangheta dei Labate. Tra i destinatari c’è Michele Labate, 62 anni, considerato esponente di vertice della cosca con il fratello Pietro, che annovera condanne definitive, tra l’altro, per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. I beni confiscati sono costituiti da patrimonio e quote sociali di 5 complessi aziendali, 62 beni immobili (fabbricati e terreni) situati a Reggio Calabria; 3 autoveicoli e rapporti finanziari e assicurativi e disponibilità finanziarie. Con la confisca di oggi, il valore dei beni sottratti alla ‘ndrangheta dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria negli ultimi 18 mesi sale ad oltre 630 milioni di euro.
Con lo stesso provvedimento è stata disposta l’irrogazione della misura personale della sorveglianza speciale nei confronti di Michele Labate, dei fratelli Pasquale e Giovanni Remo (quest’ultimo ex vicepresidente della Reggina Calcio negli anni della Serie A), oltre che di Pietro Labate, 67 anni. Pietro Labate, già sorvegliato speciale e latitante per lunghi periodi, nel corso del 2015 fu fermato dal Gico del nucleo di polizia economico finanziaria di Reggio Calabria per il reato di intralcio alla giustizia, aggravato dalle finalità e modalità mafiose, in ordine alle minacce perpetrate ai danni di una testimone in un processo in corso nei confronti del fratello Michele e di altri esponenti della cosca. Per questo delitto Labate è stato condannato con sentenza confermata dalla Corte di Appello di Reggio Calabria alla pena di 5 anni di reclusione. Le altre persone interessate dal provvedimento di confisca sono i fratelli Remo, condannati dal Tribunale di Reggio Calabria con sentenza non definitiva, fra l’altro, per concorso in associazione per delinquere di tipo mafioso a 15 anni di carcere. La misura di prevenzione patrimoniale ha anche interessato il patrimonio immobiliare degli eredi di Antonio Finti, imprenditore reggino deceduto nel 2014 all’eta’ di 70 anni. La sua vicinanza ai Labate sarebbe stata ricostruita attraverso riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che lo indicavano quale uomo “a disposizione” della cosca Labate e deputato al reimpiego dei proventi illeciti attraverso acquisizioni immobiliari.
Le indagini patrimoniali avrebbero consentito di qualificare le imprese riconducibili ai prestanome dei Labate come “mafiose” in quanto nate e sviluppatesi sfruttando il potere mafioso della cosca per sbaragliare la concorrenza. Al riguardo sono state ricostruite tutte le transazioni economiche poste in essere da Michele Labate e dai fratelli Remo negli ultimi 30 anni, appurando che gli investimenti effettuati da loro e dai componenti dei rispettivi nuclei familiari erano stati effettuati con denaro derivante da attivita’ imprenditoriali svolte secondo modalità mafiose. Per quanto riguarda Antonio Finiti, sebbene non sia mai stato direttamente coinvolto in procedimenti penali per il delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso o per altri delitti aggravati dal metodo mafioso, l’esistenza del profilo di pericolosità sociale, spiegano gli inquirenti, è stata accertata attraverso riscontri alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia che, ricostruendo i flussi finanziari e le vicende economiche dell’intero nucleo familiare sin dal 1972, hanno fatto emergere che gli investimenti immobiliari effettuati nel tempo erano stati del tutto sproporzionati rispetto alle risorse formalmente disponibili.





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