Altra morte sospetta a Locri, nuova indagine per quattro medici

La Procura chiude l’inchiesta a carico dei vertici del reparto di Pneumologia. Sono accusati di omicidio colposo per la morte del 76enne Claudio Reale. Sparita la cartella clinica. Gli stessi sanitari devono rispondere del decesso di Giuseppe Galea

LOCRI Un altro presunto caso di malasanità scuote l’ospedale di Locri. Un avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato a quattro medici e un’infermiera del presidio jonico, accusati di omicidio colposo e di soppressione e distruzione di atti veri in relazione alla morte di Claudio Reale, 76enne cardiopatico deceduto lo scorso 20 agosto.
Gli indagati sono il direttore del reparto di Pneumologia, Domenico Calabrò, i medici Giorgio Carlo Cotrona, Domenico Niceforo e Antonio Staltari, e l’infermiera Marcella Sansotta, quest’ultima accusata solo del reato di soppressione di atti.
Il primario Calabrò, Cotrona, Niceforo e Staltari – insieme a Giuseppe Varacalli – sono accusati di omicidio colposo in concorso anche per la morte di un altro paziente, Giuseppe Galea, ricoverato il 24 gennaio scorso nel reparto di Pneumologia a causa di una broncopolmonite (qui l’articolo completo).

LA NUOVA INDAGINE Secondo il sostituto procuratore Ezio Arcadi, i quattro medici avrebbero causato, «per colpa dipendente da imperizia, imprudenza e massimamente da negligenza», la morte di Reale, a cui non sarebbe stata diagnosticata «una grave colecistite settica e verosimile pancreatite, peraltro desumibili dall’esame dei parametri di laboratorio specifici» e, successivamente, «dalla Tac addominale». I sanitari, inoltre, avrebbero trattenuto il paziente nel reparto di Pneumologia senza consultare i colleghi di altre branche specialistiche, non avrebbero chiesto accertamenti di laboratorio né avviato una efficace terapia antibiotica preventiva.

CARTELLA SOPPRESSA Ma c’è di più. I medici e l’infermiera Sansotta, «al fine di procurarsi l’impunità del reato» di omicidio colposo, avrebbero «soppresso o comunque occultato» la scheda su cui erano state annotate le terapie praticate al 76enne. Il documento, infatti, non è stato rinvenuto dalla polizia giudiziaria nei giorni successivi alla morte del paziente, né successivamente.

LA STORIA Il calvario di Reale inizia il 17 agosto dello scorso anno. Cardiopatico e in preda a respirazione alterata e dolore toracico, il 76enne viene ricoverato in ospedale e sottoposto a vari esami. Dopo alcune analisi chimico-cliniche, viene trasferito in Pneumologia, dove, tra il 17 e il 19 agosto, «nulla di rilevante veniva compiuto dal punto di vista curativo» nei suoi confronti. L’addome «veniva giudicato trattabile»; «nulla veniva rilevato a carico della colecisti»; «non veniva rilevata e annotata la temperatura»; «non si dava peso all’aumento di valore dell’urea e della creatinina e al mancato aumento della proteina C».
Il 20 agosto Reale, pallido, sudato e afflitto da dolore toracico posteriore, viene trasferito in terapia intensiva, dove le condizioni si prospettano «come di gran lunga più gravi rispetto a quanto rilevato presso l’unità di Pneumologia». La Tac toracica e una successiva consulenza chirurgica evidenziano infine la colecistite e la pancreatite. Per Reale, però, la situazione è già compromessa. Arriva in Rianimazione con una grave insufficienza cardio-respiratoria e qui muore dopo diverse ore, a causa di una insufficienza multiorgano.
Per la Procura appare dunque chiara l’imperizia e la negligenza dei sanitari che «eseguirono un esame superficiale del paziente», «non si avvidero della grave colecistite settica e verosimile pancreatite», «omisero di consultarsi con altri colleghi» e di «richiedere idonei accertamenti di laboratorio».
Gli inquirenti giudicano «disarmanti» le dichiarazioni rese dagli indagati subito dopo la morte di Reale. «Quasi tutti – è scritto nell’avviso di chiusura indagini – si sono dichiarati non in grado di identificare la grafia dei sanitari compilatori della cartella clinica» pur ammettendo «di avere essi stessi compilato in parte il documento».
Nessuno di loro avrebbe poi fornito spiegazioni in merito alla sparizione della scheda sanitaria. Il primario Calabrò ha riferito di non essere mai stato informato della presenza di Reale tra i degenti, né delle terapie che gli sarebbero state praticate, «evidentemente all’oscuro – sottolinea la Procura – dei compiti estremamente seri e rilevanti che la legge assegna al direttore di struttura complessa».

IL CASO PRECEDENTE Si tratta dello stesso commento che la Procura riserva a Calabrò anche in merito all’indagine che riguarda il caso di un altro paziente, Giuseppe Galea, morto – secondo l’accusa – a causa di indagini di laboratorio non accurate, somministrazione di farmaci non appropriati e diagnosi scorrette. Il primario, davanti al magistrato, ha dichiarato di non ricordare nulla circa il ricovero di Galea perché «oltre a essere direttore della struttura complessa di Penumologia sono anche direttore di dipartimento e quindi la mia attività si svolge nei quattro ospedali dell’Asp». Inoltre, ha spiegato, nessuno avrebbe «mai rappresentato delle criticità» durante il ricovero del paziente.

Pietro Bellantoni
p.bellantoni@corrierecal.it





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