Reggio, perquisizione della Dda nel reparto di Neurochirurgia

Al setaccio i computer per individuare file del dottore Cipri, condannato a un anno e 6 mesi. Le intercettazioni imbarazzanti e il legame con il “sistema Tibullo”

REGGIO CALABRIA Si sono presentati in serata, quando il turno del pomeriggio al reparto di neurochirurgia degli Ospedali Riuniti era quasi finito. In mano un decreto di perquisizione e sequestro che li ha autorizzati a passare al setaccio i computer del reparto, per individuare file, documenti, referti del dottore Saverio Cipri. Un’altra squadra di investigatori nel frattempo ha perquisito la casa del medico. Al momento, non è dato sapere il motivo della perquisizione ordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria. Sulle attività vige il massimo riserbo. Nessuno in reparto ne vuole parlare, ma fra i medici c’è preoccupazione. Anche perché il nome del collega di recente è emerso dalle carte di un’indagine estremamente delicata.

IL SISTEMA TIBULLO Saverio Cipri era uno dei periti medici in contatto con Angela Tibullo, la criminologa a capo di un vero e proprio «sistema criminale» – così lo hanno definito gli investigatori – in grado di fornire a boss e gregari consulenze e perizie utili per uscire dal carcere.
E i rapporti fra lui e la Tibullo sono stati per lungo tempo «particolarmente confidenziali» secondo il giudice, tanto che la criminologa non esitava a rivolgersi al medico anche per qualche (illecito, secondo gli inquirenti) favore personale.

CERTIFICATI A RICHIESTA Nel novembre 2017, Tibullo non ha esitazione alcuna nel chiedere a Cipri un certificato retrodatato per giustificare le assenze alla scuola di specializzazione. «Non sono andata, per impicci vari e quindi ho superato le ore, ora la direzione mi ha detto “Angela portami due certificati”» gli spiega Tibullo, senza che il dottore si scomponga. Al contrario. «Mandami i giorni, dimmi che giorni sono», si limita a dire Cipri.

DIAGNOSI SGRADITE Passano i mesi, fra i due – sembra di capire dalle carte – i contatti proseguono. E dalle conversazioni – tutte ascoltate dagli investigatori – «emerge con estrema chiarezza il diverso rapporto professionale e personale tra i due». Nel marzo 2018 però i rapporti sembrano incrinarsi. Il dottore Cipri ha fatto qualcosa che Tibullo non ha gradito e soprattutto ha “osato” – «del tutto indebitamente», sottolinea il gip – chiedere un pagamento agli uomini del clan Grasso per un certificato medico.

RITORSIONI «Io gli ho telefonato e gli ho detto mi devi, senza veli e senza ma – dice la criminologa ai suoi assistiti – “renditi fuori dal caso di Grasso perché l’hai cacata perché ti sei permesso di chiedergli ulteriori gli soldi quanto tu ancora sei debitore di tutti”». E lo “sgarro” – secondo quanto emerso dalle intercettazioni – Cipri lo ha pagato. È la stessa Tibullo ad assicurarlo. «Non sta lavorando perché con me non lavora più, io l’ho tolto pure dal caso Crea, e l’ho cacciato», assicura la donna a Rosario Grasso. Una consulenza con cui la donna sperava di diventare la «regina della penitenziaria» ma che probabilmente ha contribuito al suo arresto, perché il perito del Tribunale che ha tentato di corrompere l’ha denunciata.

SCIVOLONI PASSATI Tutte circostanze che la Dda probabilmente sta approfondendo. Ma per Cipri potrebbe non essere il primo scivolone giudiziario. Nel maggio 2015, il dottore è stato condannato in via definitiva ad 1 anno e 6 mesi per omicidio colposo per la morte di Flavio Scutellà, ragazzino di Polistena deceduto ai Riuniti dopo tre giorni di coma e una lunga serie di ritardi ed omissioni che probabilmente hanno fatto sì che si intervenisse troppo tardi sull’ematoma al cervello che lo ha ucciso. Un intervento tardivo di cui – hanno stabilito i giudici – Cipri è responsabile.

MIOPIA DISCIPLINARE Ma il medico ha continuato a lavorare regolarmente in ospedale. Né l’Ordine dei medici, né la direzione generale del Riuniti hanno avviato un procedimento disciplinare, né dall’Ordine dei medici è stato adottato un provvedimento sanzionatorio. Dal giorno della sentenza definitiva più volte la commissione disciplinare si è riunita senza mai trattare il caso. Certo, alla luce delle recenti attività investigative, il management ospedaliero potrebbe essere obbligato a occuparsi delle attività professionali del suo medico. Ma al momento – filtra da ambienti ospedalieri – chi della dirigenza è stato – come di dovere – informato della questione sembra si sia limitato a dire che ci sono problemi più gravi di cui occuparsi.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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