Le (tante) interdittive antimafia bocciate della Prefettura di Reggio

Informative «carenti». Ditte bloccate senza che vi fosse il «sospetto» di legami con la ’ndrangheta. Casellari giudiziari consultati male. Assoluzioni “dimenticate”

REGGIO CALABRIA Informative «carenti di circostanze ed elementi indiziari» capaci di provare «una immanente situazione di condizionamento e di contiguità con interessi malavitosi». Errori materiali e sviste sottolineate dai giudici del Tar. Si potrebbe dire che a Reggio Calabria un’interdittiva antimafia non si nega a nessuno. Ma – capovolgendo il senso di un celebre spot – non è per sempre. I casi di sonore bocciature da parte della giustizia amministrativa non mancano. E al “caso Catanzaro” (ve ne abbiamo parlato qui) se ne affianca un altro in riva allo Stretto. E c’è un piccolo campionario di stroncature che, a volte, arriva addirittura a criticare l’architettura di base dei provvedimenti. Al punto da pensare, quasi, a uno “scontro istituzionale” sull’interpretazione degli atti. Perché le censure del Tar sembrano mini lezioni di diritto amministrativo e non vere e proprie sentenze.

«NESSUN SOSPETTO» Come nel caso di uno stop per un’azienda motivato dai legami familiari della propria legale rappresentante: «L’amministratore unico della cooperativa sociale in argomento è coniugata e convivente con soggetto inserito in un contesto familiare cui fanno parte soggetti gravati da pregnanti vicende giudiziarie, alcuni dei quali ritenuti elementi di spicco dell’omonimo sodalizio mafioso operante nel territorio reggino, evidenziano la presenza di significative e concordanti connotazioni di tentativi di condizionamento da parte della criminalità organizzata». Per i giudici non basta, perché «non sono stati prodotti da parte delle intimate amministrazioni atti o elementi concreti, al di là dei vincoli parentali dell’amministratore unico della cooperativa, dai quali sia possibile desumere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa o dai quali risulti che l’attività di impresa, che, va ricordato, è una cooperativa senza fine di lucro, possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose». E poi «negli ultimi quindici anni, in cui per altro la parabola criminale del coniuge della signora – Omissis – ha raggiunto l’apice, mai gli organi preposti hanno segnalato alcunché sul conto della cooperativa oggi interdetta» e «non è stato offerto il benché minimo indizio di coinvolgimento del – Omissis (i nomi, nel caso delle interdittive cancellate, vengono tenuti riservati, ndr) – nella gestione o anche solo nelle ordinarie attività della cooperativa sociale». Come se non bastasse «non sono emerse notizie di coinvolgimento alcuno da parte della – Omissis – e degli altri soci con altri esponenti della criminalità organizzata». La bocciatura è chiara: «Non è emersa alcuna operazione societaria sospetta che potesse corroborare, si badi, il mero sospetto, non la prova, che la cooperativa in discorso sia asservita alle logiche della consorteria criminale».

«MA QUALE INTERDITTIVA?» Ci si sposta nel Comune di Ardore. Qui, l’amministrazione ha revocato le Scia (segnalazioni certificate di inizio attività) a una ditta sulla base di una nota della prefettura, «senza valutare la circostanza che l’informativa interdittiva, oltre ad essere risalente nel tempo, riguarda, altresì, una diversa impresa, già da anni cancellata dal registro delle imprese, di cui il signor – Omissis – era il legale rappresentante». Non c’erano più rapporti tra il titolare dell’azienda e un soggetto indicato come vicino ai clan, né con uno zio dai trascorsi poco raccomandabili, dopo la «cancellazione dal registro delle imprese (in data 31 dicembre 2014) dell’impresa edile – Omissis -, per conto della quale il suddetto soggetto esercitava la propria attività lavorativa». Il Comune ci ha messo del suo, perché ha bloccato l’impresa soltanto sulla base di una nota trasmessa dalla Prefettura di Reggio Calabria il 22 gennaio 2018. L’ente locale l’ha considerata come un’interdittiva antimafia quando invece si trattava di una nota interlocutoria. Una leggerezza sanzionata dai giudici qualche settimana fa.

IMPUTATO PER SBAGLIO Nella Piana di Gioia Tauro, invece, la tagliola ha colpito una ditta che si occupa del deposito di oli minerali. In questo caso, il presupposto dell’interdittiva «è costituito dalla asserita sussistenza in capo all’amministratore di un’imputazione (turbata libertà degli incanti) rientrante tra quelle che rivelano l’esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa dando luogo all’adozione dell’informazione antimafia interdittiva». Il problema è che si tratta di un errore materiale: infatti è «emerso, dal certificato dei carichi pendenti rilasciato in data 5 gennaio 2018 dalla Procura della Repubblica di Palmi, prodotto in giudizio dalla società ricorrente, che alcuna imputazione per il reato di turbata libertà degli incanti risulta formulata a carico» dell’uomo. Se ne accorge anche la Prefettura, dopo qualche tempo, tanto da emettere un provvedimento liberatorio nel maggio scorso, «nel quale si dà atto che la mancata imputazione dell’imprenditore in relazione ad alcuna delle fattispecie individuate dall’art. 84 D. Lgs. 159/2011 determina l’assenza di elementi da cui sia possibile desumere tentativi di infiltrazione mafiosa dell’impresa». Contrordine, dunque: l’impresa non è mafiosa.

L’ASSOLUZIONE “DIMENTICATA” Non lo è neppure una società alla quale era stato inizialmente vietato di iscriversi nella white list dell’Autorità portuale di Gioia Tauro. «Risulta evidente – scrivono i giudici del Tar – che il provvedimento prefettizio impugnato poggia su risultanze istruttorie parziali, che non tengono conto di determinazioni giurisdizionali, sia amministrative che penali, che nel tempo hanno significativamente inciso sugli elementi raccolti nei riguardi dei –Omissis -, componendo così un quadro indiziario del tutto insufficiente a palesare un attuale pericolo di infiltrazione mafiosa nei confronti della società ricorrente». A sostegno dell’interdittiva, la Prefettura di Reggio Calabria porta elementi che il Tar considera «incompleti e inattuali e, pertanto, insufficienti a sorreggere un giudizio di pericolo di tentativo di infiltrazione mafiosa». Si tratta di due interdittive, una delle quali era stata annullata dal Tar del Lazio e l’altro era sub judice, e dell’imputazione – a carico di uno degli imprenditori – in un processo per concorso in turbativa d’asta. Il fatto è che quel procedimento si era chiuso con l’assoluzione, menzionata però soltanto in una nota dell’interdittiva.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it





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