“Stato parallelo”, l’ex sottosegretario «riciclatore» dei clan

Dall’inchiesta della Dda reggina emerge il ruolo di Giuseppe Pizza, anfitrione dei salotti romani capace di muoversi tra logge massoniche e palazzi di governo

REGGIO CALABRIA Affari internazionali, grandi latitanze, carriere politiche in Italia e all’estero. Perché un salotto romano è diventato sede di uno “Stato parallelo” in grado di esautorare le istituzioni di facoltà e funzioni? Molto – emerge dalle indagini della Dia, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – è dipeso dallo spessore del suo anfitrione, Giuseppe Pizza.

UNA VITA DI SOTTOGOVERNO Conosciuto ai più per la lunga battaglia legale che gli ha lasciato in dote il simbolo storico della Dc, Pizza dopo la parentesi da sottosegretario all’Istruzione di uno dei governi Berlusconi, è sempre stato bravo a muoversi nel sottobosco di governo. Era nell’ufficio stampa del ministro dell’Interno quando il Viminale era affidato ad Angelino Alfano, dal 2011 in poi ha presieduto la Commissione interministeriale per la internazionalizzazione dell’Università e quella per la ricerca applicata ai beni culturali, dove – ha messo lui stesso a verbale – «mi interessavo del funzionamento della costellazione “Cosmos Skymet”, che aveva valenza duale cioè politica-militare». È in quell’ambito – racconta – che ha conosciuto soggetti come il direttore dell’Aise, Alberto Manenti. Ma non è l’unico uomo dell’intelligence con cui Pizza sia entrato in contatto. Ma la base del suo potere, secondo quanto emerso dalle indagini, radica altrove.

LA RADICE DEL POTERE A rivelarlo è il pentito Cosimo Virgiglio, braccio economico del clan Molè e massone di alto rango, in tale veste autorizzato a frequentare la Gran loggia del Titano del Conte Ugo Maria Ugolini, ex diplomatico di San Marino in Egitto e Giordania, ma soprattutto, dice il pentito, «decano degli ambasciatori di tutto il mondo in Vaticano», in cordiali rapporti con il capo storico della P2, Licio Gelli. Non a caso, per Virgiglio, la superloggia Ugolini era «una sorta di continuazione della P2 in quanto connotata dai medesimi obiettivi di potere e soprattutto dalla struttura “coperta” e “segreta”». Ed è lì che ha incontrato e conosciuto Pino Pizza.

LA LOGGIA EREDE DELLA P2 Non era l’unico nome noto a circolare in quegli ambienti. Vertici delle forze dell’ordine, uomini dei servizi come il generale Niccolò Pollari, alti prelati vaticani come monsignor Camaldo, segretario di Papa Wojitila, nella superloggia di San Marino non c’era soggetto che non fosse rappresentante di precisi interessi e ben individuali poteri. Incluso Pino Pizza. E come tutti gli altri, in un sistema che secondo Virgiglio «è un gruppo di accorpamento di potere», anche Pizza porta il suo. «Aveva i travasi delle logge calabresi che lo sponsorizzavano». Ma non si trattava certo delle obbedienze ufficiali.

L’INVISIBILE MASSONERIA CALABRESE INFESTATA DAI CLAN La Calabria, ha raccontato lui stesso a inquirenti e investigatori, ha una massoneria forte, antica, «composta da una parte visibile e una invisibile». Ed è proprio in quest’ultimo ambito che la ‘ndrangheta ha trovato sempre ampio spazio. ‘Ndranghetisti di livello sono entrati per via diretta in logge coperte, ma ci sono stati anche altri contatti e di livello ben più alto. «I Templari – spiega ad esempio, interrogato dal procuratore Lombardo – erano espressione di poteri deviati pericolosissimi, riconducibili a Licio Gelli, ad Antonio Campana, a loro volta collegati con i Piromalli».

GELLI, I PIROMALLI E GLI AFFARI IN CALABRIA E Virgiglio – si legge nella memoria depositata da Lombardo – «oltre ad essere la prova vivente della commistione fra le due militanze, quella massonica e quella mafiosa, era la persona che più di qualsiasi altra era in grado di riferire sui rapporti fra le citate entità». Ma soprattutto era in grado di spiegare «come Gelli e i suoi uomini avessero un ruolo attivo non solo nei contesti massonici che operavano in Calabria, ma anche nei rapporti con le cosche e in particolare quelle tirreniche dei Molè/Piromalli».

LA DOTE DEI CLAN È questo il capitale di rapporti che non solo consente a Pizza di entrare nell’orbita della riservatissima loggia di Ugolini, ma gli conferisce anche un peso specifico non indifferente. Anche perché sul piatto – finisce per spiegare Virgiglio dopo le innumerevoli domande del procuratore Lombardo – l’ex sottosegretario poteva far pesare la quota di capitali da riciclare che gli consegnava la ‘ndrangheta calabrese. Nelle sue risposte, Virgiglio non è mai lineare e ci vuole tutta la pazienza del procuratore Lombardo per strappargli un’informazione. In più i suoi interrogatori sono pesantemente omissati, ma un dato – per certo – emerge in modo chiaro. Dietro Pizza si muoveva il gotha della ‘ndrangheta calabrese.

VIAGGIO IN CALABRIA A confermarne i solidi rapporti è stato anche il “re delle trame italiane”, Franco Pazienza, lo spione condannato come depistatore delle indagini sulla strage di Bologna, il cui nome è emerso tra le pieghe di ogni grande mistero italiano. Ai magistrati, Pazienza ha raccontato di essere stato in Calabria insieme a Pizza negli anni Ottanta. «Vidi che lui era amico dei De Stefano all’epoca e soprattutto di Domenico detto Mimmo Araniti». Già all’epoca, due dei più importanti casati di ‘ndrangheta di tutta la provincia reggina, fra i pochissimi ad essere ammessi alla Santa, la nuova struttura – secondo alcuni pentiti “battezzata” da Franco Freda nel corso della sua latitanza – che per la prima volta ha formalizzato i contatti fra massoneria e massimi vertici dei clan calabresi.

A PRANZO DA ARANITI «Domenico Araniti – ricorda Pazienza – l’ho conosciuto perché fecero una grande cena quando sono stato giù. Sono stato 36 ore e fecero una grande cena in onore di Pino Pizza». Ma quello degli Araniti è un nome che ricorre nella storia della famiglia Pizza. A verbale, lo “spione” di famiglia, Massimo ha raccontato infatti di essere stato incaricato dal Sismi di infiltrarsi nella famiglia Araniti proprio in quel periodo. Per chi lavorasse in realtà al momento non è dato sapere, ma di certo il procuratore aggiunto Lombardo questa storia la vuole approfondire in aula.

ALLA CORTE DI DON STILO Così come vuole dettagli sugli altri legami che fin dagli anni Ottanta Pizza ha avuto con i clan. È sempre Pazienza a svelarli. Dopo il luculliano pranzo a casa Araniti – ricorda – il giorno successivo sono stati graditi ospiti di don Stilo, grande collettore di finanziamenti pubblici e padre padrone di una scuola “diplomificio”, che secondo i pentiti avrebbe accolto più di un latitante.

ALITALIA PUO’ ATTENDERE «Dovevo assolutamente tornare a Roma perché la mattina dopo dovevo prendere l’aereo delle 8,30, 9,00 per andare a Parigi. E l’aereo mi sembra che fosse l’ultimo aereo, ce ne era uno solo che faceva Reggio Calabria- Roma. Mi pare che fosse alle 5 del pomeriggio e alle 3 e qualche cosa eravamo ancora a tavola da Don Stilo, a casa sua. Lui ha preso il telefono, l’aereo mi ha aspettato, l’aereo dell’Alitalia mi ha aspettato … io sono arrivato con due ore di ritardo e … c’era l’aereo fermo che mi aspettava … come un jet privato».

OMAGGI INTERCONTINENTALI Ma i contatti dell’ex sottosegretario con i vertici delle mafie si sarebbero estesi anche oltreoceano. Parola di Pazienza, che sarebbe stato trascinato da Pizza al funerale del potentissimo boss della mafia statunitense Tommasino Gambino, il padre di Joe Gambino. «Lui mi disse devo andare a questo funerale e compagnia cantante. Allora io comprai un cappello grosso così, gli occhiali neri perché io sapevo che saremmo stati fotografati tutti, dall’Fbi». Tutti dettagli e informazioni che anche Pazienza dovrà ripetere in aula, dove anche i fratelli Massimo e Giuseppe Pizza dovranno sfilare.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it







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