Chi è Calabrò, il “Marchese del Grillo” che finanzia Toti

I fondi alla fondazione del governatore ligure. La condanna per bancarotta. Il legame con Erdogan. Il ruolo nella “febbre del nichel” che ha scosso le casse di Roma. La parabola imprenditoriale del finanziere partito dalla Calabria (con una passione per i paradisi fiscali)

LAMEZIA TERME Tutti gli uomini del presidente, per usare una citazione abusata ma efficace, contribuiscono alla platea dei suoi finanziamenti. E tra le pieghe del comitato Change, che sostiene il governatore ligure Giovanni Toti, l’Espresso ha trovato imprenditori, finanzieri, costruttori. Con qualche incrocio calabrese, che non manca (quasi) mai.

I REGALI A TOTI Parte dei “regali” recapitati al presidente, infatti, arriva da Giovanni Calabrò, «donatore assai generoso ma impossibile da inquadrare in una semplice categoria», del quale – scrive l’Espresso – è «difficile capire quali siano gli interessi economici in Liguria». Calabrò è nato in Calabria ma risiede nel Principato di Monaco, ha interessi in Lussemburgo e Panama. E pure una condanna definitiva a sei anni per bancarotta in Italia. Sono due le tranche in cui ha scelto di dividere una donazione complessiva da quasi 50 mila euro. «La prima – riporta il settimanale –, da 27 mila euro, è stata bonificata nel 2015, durante la campagna elettorale per le regionali: una donazione regolarmente dichiarata al Parlamento. Due anni dopo il businessman con residenza a Montecarlo sceglie una strada più riservata. Trasferisce 19 mila euro sul conto di Change». Perché? Forse perché, con il passare del tempo, la sua immagine pubblica ha subìto un brutto colpo. Il suo nome è finito, infatti, sulle pagine della cronaca giudiziaria per sospetta bancarotta, diventata certa con la conferma della Cassazione, arrivata sette mesi dopo il bonifico. Il settimanale allarga il campo dell’indagine ai rapporti di Calabrò con personaggi finiti nei brogliacci dell’indagine Breakfast, condotta dalla Dda di Reggio Calabria. «Intercettando la commercialista di fiducia di Amedeo Matacena, l’ex parlamentare di Forza Italia finito sotto inchiesta insieme all’ex ministro Claudio Scajola, gli investigatori arrivano a un facoltoso imprenditore reggino» che avrebbe goduto di «rapporti privilegiati con i fratelli Lampada», potente clan della ’ndrangheta a Milano. «È stato socio di uno degli indagati nell’operazione che ha svelato il radicamento della cosca all’ombra della Madonnina. E, sottolineano gli investigatori, è intimo di Calabrò. Amici di infanzia, ma anche partner d’affari da adulti». Sono connessioni che non hanno trovato sbocchi processuali: Calabrò non è mai stato indagato per vicende di mafia.

IL MARCHESE DEL GRILLO Per qualche informazione in più conviene chiedere ai tifosi del Genoa. Molti ricordano le foto in posa con Toti, con il suo assessore Giampedrone, con l’onnipresente Aldo Spinelli e soprattutto con colui che doveva sostituire alla guida del Grifone, Enrico Preziosi. Calabrò fu una meteora nel mondo del calcio. Presentato come un supermilionario con ottime entrature in Russia e capace di rilevare la storica società calcistica, la sua parabola si è conclusa con la condanna per bancarotta. Difficile, a quel punto, spendere il suo nome per risollevare le sorti del Genoa o per rilevare la Switch, società del settore rifiuti finita in una bufera giudiziaria. La condanna a sei anni e due mesi ha bloccato tutto. “Colpa” di una vicenda legata alla società Algol, sfociata in una inchiesta denominata dalla Procura di Busto Arsizio “Il marchese del Grillo”. Il marchese in questione era proprio Calabrò. L’operazione nacque dalla precedente indagine sul crac della compagnia aerea Azzurra Air del luglio 2005. Mentre sfogliava i bilanci di Azzurra, la Guardia di Finanza notò che tre mesi prima del fallimento il management della società stava cercando di svuotare completamente Azzurra Air permutando la sua sede di Gallarate (che aveva un enorme valore commerciale) con un immobile turistico abbandonato (valutato 42 milioni) situato a St. Gree di Viola, in provincia di Cuneo. Tra scatole cinesi con sede nelle Isole Vergini e tentativi di riversare bond spazzatura sul mercato, gli inquirenti erano arrivati fino a Calabrò, arrestato nel blitz della guardia di finanza.

Calabrò ed Erdogan (foto dal Sole 24 Ore)

TRA BERLUSCONI ED ERDOGAN Soldi (veri o millantati), rapporti con la politica e (pure) una parentela con lo ‘ndranghetista reo confesso della strage dei carabinieri a Scilla nel 1994 («mai avuto rapporti con quel ramo della famiglia», dirà a Millenium, mensile del Fatto quotidiano). Quella di Giovanni Calabrò è una figura sfaccettata. “Il Marchese del Grillo” ha avuto una frequentazione a Montecarlo con Marina Berlusconi, derubricata a incontro casuale, e un rapporto con Berlusconi padre finalizzato a riallacciare i rapporti con il presidente turco Erdogan. Uno dei blog del Sole 24 Ore pubblica una foto del finanziere con il ras turco. «Calabrò in Turchia – scriveva The Insider nel novembre 2015 – si occuperebbe di estrazione delle terre rare, in particolare scandio, ittrio, nomi poco conosciuti ma indispensabili per i chip dei nuovi iPhone. Ma anche giacimenti di nichel. Secondo alcuni avrebbe accumulato grandi disponibilità con queste attività. Ma per ora si tratta soltanto di voci, non testimoniate da nulla di concreto: una foto dei viaggi turchi di Calabrò nei piani alti dell’establishment di Ankara comunque esiste ed eccola in esclusiva».

LA FEBBRE DEL NICHEL Erano i tempi della trattativa per il Genoa e l’autore del blog sottolineava che «Calabrò resta personaggio misterioso e controverso che in Italia finora ha avuto alterne fortune visto che gli è stata contestata la bancarotta per il gruppo Algol». Il nichel, invece, tornerà nelle vicende imprenditoriali del calabrese con la passione per i paradisi fiscali. Bisogna cambiare luogo e tempo per raccontare questo pezzo della storia. Precisamente a Roma e al 2004. Nella Capitale Calabrò è riuscito a pignorare con successo il conto della Tesoreria del Comune “prelevando” 30 milioni di euro immediatamente trasferiti a Lussemburgo e poi ha rifilato al Campidoglio (guidato all’epoca da Alemanno) una partita di nichel wire per un valore presunto di 55,4 milioni di euro senza che il Comune si preoccupasse di chiedere pareri terzi e di far eseguire una perizia indipendente. La febbre del nichel targato Calabrò ha investito enti pubblici e società private. E una di queste ci ha rimesso le penne e il capitale societario sollevando un vespaio nel Vicentino. Un’altra tappa controversa nel percorso imprenditoriale del “marchese del Grillo”.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it





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