Il sistema Sprar contro Lucano. All’origine dei guai del modello Riace

Cinque ispezioni in due anni. Le critiche del Sistema centrale: «Mai dato segnali per rimuovere le criticità». Il sindaco: «Strutture gestite come imprese»

LAMEZIA TERME Undici pagine di rivendicazioni, analisi, richieste alla politica. La rete calabrese degli Sprar prova a difendere il modello di accoglienza diffusa. Lo fa partendo dai numeri: 126 progetti in oltre 113 comuni con 3.727 posti finanziati, il 10,39% dei migranti accolti in Italia, di cui 417 per minori stranieri non accompagnati e 95 per disagio mentale o gravi motivi di salute. Lo fa contrapponendo l’accoglienza sostenibile a quella disumana delle baraccopoli di Sibari e Rosarno e a quella disumanizzante delle megastrutture per richiedenti asilo. Soprattutto, lo fa senza citare una sola volta Riace nei giorni più drammatici per il modello che è diventato un simbolo nel mondo. È la riaffermazione di un principio già enunciato in passato: non esiste un modello Riace, esiste un modello Sprar. E in quel modello Mimmo Lucano era vissuto, specie negli ultimi anni, come un’anomalia. Non è storia nuova: vi abbiamo già raccontato del contesto di veleni nei quali è maturata (ed è stata successivamente letta) la prima ispezione nella cittadina della Locride, quella arrivata al ministero dell’Interno prima e alla Procura poi. A qualche anno di distanza, ora che i casi giudiziario e amministrativo sono esplosi, si può cercare di rivedere tutto in forma organica. Facciamo parlare i protagonisti.

LA «VENDETTA» DEGLI SPRAR Lucano, innanzitutto. Nell’ultima intervista dai domiciliari (rilasciata al Manifesto), il sindaco sospeso ha utilizzato, al solito, un linguaggio molto diretto. Si dice «vittima di un disegno che parte da lontano e prescinde anche dalla magistratura». Una «manovra tutta politica e bipartisan» che «riguarda il vecchio e il nuovo inquilino del Viminale». Marco Minniti e Matteo Salvini. Dice di più, Lucano: «La procedura degli Sprar è falsata. Contro di me c’è stata una vendetta di alcuni ispettori e di alcuni pezzi grossi del servizio Sprar. Io non mi sono voluto adeguare ai loro metodi e loro hanno contraccambiato diffamando l’esperienza di Riace, buttando fango e fiele».

«CINQUE ISPEZIONI IN DUE ANNI» Che ci siano visioni differenti all’interno del sistema Sprar non è una novità. Riace ne è stato capofila, «si può dire che il modello Riace sia il progetto Sprar», dice Daniela Di Capua – direttrice del Servizio centrale – a Internazionale. Dopo la copertina di Fortune e la risonanza internazionale, però, quel modello è finito al centro dei riflettori. «Il fatto che il comune fosse più famoso in quanto simbolo, il fatto che avesse più visibilità rispetto ad altri progetti ha comportato che ci si concentrasse sul suo funzionamento, infatti ci sono state cinque ispezioni nel giro di due anni», ammette Di Capua. «Siamo andati di persona a Riace, anche per spiegare quali erano i problemi», continua. Cinque ispezioni in due anni: un po’ al di sopra della media. Di Capua spiega ancora che le norme sono cambiate nel corso del tempo e che «nessuno nel Comune ha mai dato il segnale di voler sistemare quelle criticità». Il 2016 è l’anno in cui iniziano i problemi per il simbolo degli Sprar. Il via è rappresentato proprio dalle ispezioni. La conferma arriva dal prefetto Mario Morcone, presidente del Consiglio italiano per i rifugiati e capo di Gabinetto dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti: «Un paio di anni fa l’Anci, l’associazione dei Comuni che da cui dipendono i progetti Sprar, aveva rilevato che molte cose non andavano nella gestione da parte di Lucano».

«I COMPAGNI SONO CAMBIATI» È, più o meno, a quel periodo che risale una delle più dure prese di posizione del sindaco di Riace nei confronti del sistema: «Dobbiamo ragionare – dice – per costruire una società democratica basata sull’eguaglianza dove la base controlli il vertice. Anche nell’accoglienza, anche negli Sprar. Persone che non vedranno mai un rifugiato di persona, dietro le loro scrivanie pretendono di poter determinare i processi a livello territoriale». Di più: «Nell’esperienza degli Sprar qui in Calabria ci sono situazioni con cui eravamo legati da un ideale politico di movimento. Abbiamo fatto molte cose insieme, costruito iniziative politiche e culturali. Poi alcune di queste situazioni si “istituzionalizzano” e la gente che ne fa parte cambia completamente. Appena arriva un po’ di potere l’approccio ai percorsi che si fanno diventa di tipo ispettivo e tutto deve rientrare dentro i canoni della legalità e delle corrette procedure. È possibile che alcuni compagni siano diventati così? Adesso gestiscono gli Sprar come un’attività imprenditoriale», spiegava il sindaco nel gennaio 2017, quando si sentiva preso di mira del Servizio centrale. Ci sono, in queste parole, tutti i nodi riemersi dopo l’esplosione dell’inchiesta della Procura di Locri. Lucano (giusto o sbagliato che sia: lo stabiliranno i giudici) parla di militanza e ideali politici, gli Sprar “istituzionalizzati” di rendiconti e norme.

IL “NUOVO” CLIMA Oggi da Di Capua arriva un’osservazione sulla procedura adottata dal ministero: «Non si tratta del primo progetto Sprar chiuso per questo motivo, altri dodici progetti hanno ricevuto penalità molto gravi e alla fine hanno chiuso o per revoca o per rinuncia. Ma c’è da dire che il ministero dell’Interno avrebbe potuto non chiudere Riace. La decisione della revoca è discrezionale. Nel decreto si afferma che il ministero può, e non deve, chiudere il progetto», dice. «Forse avrebbe potuto restringere il progetto, facendo una revoca parziale. Avrebbe potuto chiedere di ridurre i numeri degli accolti per dare il tempo all’amministrazione di risolvere i problemi». Avrebbe. Ma la frattura Riace-Sprar iniziata con le prime contestazioni bonarie e passata alle carte bollate è arrivata allo step conclusivo dopo un mutamento del clima politico che forse era difficile ipotizzare nel 2016. Un clima che ha visto – con l’approvazione del decreto immigrazione e sicurezza – il ministero dell’Interno investire sul sistema dei Centri straordinari, con bassi standard di accoglienza e meno paletti sulla rendicontazione delle spese (proprio perché agiscono in emergenza). In questo contesto, il “caso Riace” (sia quello giudiziario che quello amministrativo, sul quale si pronuncerà il Tar dopo la “chiusura” disposta dalla burocrazia) potrebbe essere utilizzato da Matteo Salvini per accelerare nella nuova direzione e smontare il sistema degli Sprar. È quello che temono tutti gli estensori nella nota di undici pagine che non cita mai Riace. Un perfetto esempio di eterogenesi dei fini: partita due anni fa come una “ramanzina” prima bonaria e poi per iscritto al sindaco dell’accoglienza, considerato un “pasticcione”, la parabola potrebbe ricadere pesantemente sull’intera galassia dell’accoglienza sostenibile. Dalla negazione del modello Riace per affermare il modello Sprar alla possibile cancellazione di entrambi a favore di mega strutture disumane.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it





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