‘Ndrangheta, la Dia di Reggio confisca i beni di “zio Pino” Nucera

Il 72enne è accusato di essere il capo del “locale” di Condofuri. Sigilli a un patrimonio da 1,5 milioni di euro

CONDOFURI La Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria ha eseguito un provvedimento di confisca di beni per un valore di mezzo milione di euro emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale reggino, su proposta congiunta del procuratore della Repubblica e del direttore della stessa Dia, nei confronti di Giuseppe Nucera, di 72 anni, in atto detenuto, ritenuto il capo del “locale” di ‘ndrangheta di Gallicianò, frazione di Condofuri. La confisca, che conferma il sequestro dei beni disposto nel febbraio del 2017, scaturisce dalle indagini condotte sul patrimonio di Nucera. Indagini che, secondo la Dia di Reggio Calabria, hanno consentito di accertare una netta sproporzione tra i redditi dichiarati da Nucera e gli investimenti da lui effettuati, risultati di provenienza illecita. I beni confiscati consistono in tre appartamenti, altre due unità immobiliari non ultimate ed un garage, oltre ad alcune disponibilità finanziarie.
Tra i «trascorsi criminali» di Nucera, secondo quanto riferisce la Dia, c’è una condanna comminatagli nel 2001 dalla Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria per associazione per delinquere di stampo mafioso perché ritenuto organico alla cosca facente capo a Giuseppe Caridi, federata con la cosca Libri di Reggio Calabria. Nucera, soprannominato “zio Pino”, è stato ritenuto, nello specifico, la persona preposta alla riscossione di tangenti. Lo stesso Nucera, inoltre, nel 2014, è stato condannato in primo grado dal Gup del Tribunale di Reggio Calabria a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa. La condanna è stata successivamente rideterminata nel 2016 in 12 anni e 6 mesi di reclusione dalla Corte d’appello reggina. Contestualmente al provvedimento di confisca il Tribunale ha disposto nei confronti di Nucera, riferisce ancora la Dia, la misura della sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno per quattro anni, in quanto ritenuto «soggetto socialmente pericoloso perché indiziato di appartenenza ad un’associazione mafiosa».





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