L’ascesa del baby boss Mico Tegano. «Adesso comanda lui»

Il profilo (e la carriera) del 25enne emerge dalle carte dell’inchiesta sul gioco online delle Procura antimafia di Reggio Calabria, Bari e Catania. Era lui il capo del branco che ha terrorizzato la movida reggina. Le vendette a suon di bombe e le esuberanze da giovane capoclan

REGGIO CALABRIA «L’hanno sempre rappresentato questo Domenico Tegano come il boss della famiglia Tegano calabrese. Lui che comandava, lui che faceva, quindi tutto doveva passare tramite lui». Come spiegano gli investigatori di lungo corso, per capire davvero una realtà bisogna chiederlo a chi la guarda da lontano ed è costretto ad approcciarvisi. Fabio Lanzafame di Calabria non ha mai saputo nulla fin quando il suo giro d’affari di scommesse illegali non è arrivato alle porte di Reggio Calabria. Lì ha dovuto chiedere e Danilone Iannì, per il clan fra i pionieri nella colonizzazione del mondo del betting e che dei Tegano è espressione, non ha esitato a spiegare.

ADESSO COMANDA LUI «Me l’hanno sempre descritto come un personaggio di spicco, un boss, uno – si legge nelle carte dell’inchiesta delle Procura antimafia di Reggio Calabria, Bari e Catania che ha portato a 68 arresti – che comandava la famiglia Tegano, “adesso comanda lui, c’è lui ehm..dalla parte di Reggio in giù”, questo è quello che mi hanno sempre descritto, uno molto pericoloso, aggressivo sì, rissoso proprio». E non è il solo Iannì, che di Mico si presenta come cugino e “fratello dell’anima”, a darne la medesima descrizione. «Me ne parlava sempre di questo Mimmo (Mico, ndr) anche Pensabene come (incomprensibile) comanda lui per la famiglia Tegano cioè me l’hanno sempre rappresentato quello che comandasse tutta la parte della ‘ndrangheta del sud Calabria».

CARRIERA SOTTO TRACCIA Occhialetti (griffati) quasi da intellettuale, biondino, magro, a venticinque anni scarsi, Mico Tegano non ha l’aspetto di un boss. Ma ne ha i modi, i metodi, la ferocia. Dai suoi si fa chiamare “El tigre”. Indagine dopo indagine gli investigatori hanno imparato a conoscerlo, anche se – quanto meno fino ad oggi – è riuscito a dribblare accuse di mafia. Negli anni lo hanno visto ottenere silenzio senza neanche dover chiedere a chi lo poteva accusare, incassare denaro su denaro, probabilmente in cambio di protezione e tutela, garantire l’assunzione di amici e conoscenti in lidi e stabilimenti balneari.

L’OMERTÀ NON BASTA Non ha mai mantenuto un basso profilo – era lui il capo del branco che ha terrorizzato per anni la movida cittadina – ma ha lasciato troppe poche tracce e un muro di omertà lo ha sempre protetto. Quanto meno fino ad oggi. Perché adesso i magistrati ne sono sicuri e hanno tutti gli elementi per provarlo: è lui l’astro nascente del clan Tegano, il reggente chiamato a portare sulle strade il nome di un casato decimato dagli arresti.

PRESENTAZIONI NECESSARIE Con il padre Pasquale da tempo in carcere al 41bis, è cresciuto all’ombra dello zio Francesco Polimeni. A chi si è allontanato dalla Calabria, la sua rapida ascesa non è nota. Anche quando si presenta da quello che oggi è il pentito Mariolino Gennaro, ma all’epoca era il padrone della Betuniq, per chiedere soldi, la prima volta deve fare il nome dello zio e ricordare a Gennaro il ruolo del padre. «Domenico – racconta il collaboratore al pm Musolino – prende mi fa: “Senti Mariolino” dice con un’aria tipo tutta… “Tu lo sai mio padre ti voleva bene una volta”. Suo padre? Forse l’ho visto una volta e se tutto bene nel ’90 quindi 25 anni fa, quindi: “Quando eri più piccolino, mio padre ti ha voluto sempre bene qua e là!” (…) Ad un certo punto mi fa: “Comunque, ti volevo dire una cosa praticamente ho parlato con mio zio Franco Polimeni, mi ha mandato qua dice che ci servono 30 mila euro”».

VENDETTA A SUON DI BOMBE In passato Gennaro aveva provato a svicolare, a fare orecchie da mercante alle richieste del giovane rampollo dei Tegano, ma dopo quel colloquio ha capito che doveva cedere. A Mico Tegano ha consegnato nel giro di poco 10mila euro, ma non sono bastati. Nel giro di poco più di un mese una bomba distrugge uno dei suoi centri scommesse. Esplode attorno alle 11.30 di sera, in pieno centro. Un’altra viene collocata, ma non esplode di fronte alla ricevitoria del cognato a Gallico. Mario Gennaro – racconta lui stesso al pm – sulle prime non ci fa caso, poi inizia la sua personale “indagine”. Chiede alle persone che sa vicine al giovane Tegano e inizia ad ottenere parziali conferme. La prima arriva da Demetrio Condello, espressione dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta e amico di vecchia data di Gennaro. A mettere le bombe, gli fa sapere dopo aver raccolto informazioni, sono stati Mico Tegano e il cugino, Antonino Polimeni.

ESUBERANZE DA GIOVANE BOSS La certezza invece arriva da una confidenza che a Gennaro fanno in carcere. Arriva proprio da Paolo Tripodi, elemento di vertice del clan Condello, che al giovane reggente del clan Tegano avrebbe detto chiaramente «l’ho chiamato a Domenico, gliel’ho detto che queste cose non si fanno, che noi ormai siamo tutti una cosa, siamo tutti una famiglia e che quindi se c’è un fatto da fare, lo dobbiamo fare insieme e lo dobbiamo discutere insieme». Parole che il collaboratore riferisce diligentemente al pm Musolino nel corso di un interrogatorio e che sono specchio fedele degli attuali rapporti di forza ad Archi. «”Altrimenti – continua il pentito, riportando le parole di Tripodi – io, noi, no io, cominciamo a fare bordello a Santa Caterina e a San Giovanello” mi disse. Perché mi dice Santa Caterina e San Giovanello? Sono due posti dove praticamente hanno il predominio i Tegano, o De Stefano, i Tegano principalmente ok? Mentre su Gallico, dove avevano messo una bomba alla sala di mio cognato , il predominio ce l’hanno i Condello, quindi ‘sto Paolo rappresenta a Mimmo, a ‘sto ragazzo “queste cose non si fanno”».

IL «CASINO» IN ROMANIA A Mico Tegano i rimbrotti però non sembrano importare poi molto. È giovane, è un capo e lo sa. Maneggia tanti soldi, è inesperto e sembra anche incline a farsi prendere la mano con il gioco, tanto da dover scappare in Romania a sistemare «un casino» – così lo definisce Peppe Pensabene, uno dei suoi fedelissimi – con Betclou. «Stava lavorando con Betclou e una notte si è ammazzato» confida Pensabene a Gennaro che deduce «ho capito che aveva giocato o al casinò o al poker non gli chiesi di più». Ma fino ad oggi “El Tigre” è caduto in piedi. In Romania, a coprirgli le spalle c’erano Pensabene e Iannì. Quest’ultimo aveva sviluppato i canali per attivare la rete calabrese dei centri scommesse finiti poi in mano a Mico Tegano e ai suoi accoliti. Tutti insieme, non si tiravano indietro di fronte a serate e party nei locali di Bucarest, sui cui wall-led campeggiava la scritta “Archi for ever”, giornate relax nei centri benessere, cene e pranzi nei ristoranti di lusso e nottate folli nei casinò di mezza Europa. Ma da questa mattina il tempo delle feste sembra essere finito. Quanto meno per un po’.

a. c.







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