Rabbia e paura dopo l’ennesima tragedia

I migranti della tendopoli marciano verso il Comune di San Ferdinando dove si è riunito un comitato per l’ordine e la sicurezza convocato dalla Prefettura. Pretendono risposte. L’incendio che ha ucciso Suruwa Jaithe ha devastato altre sette tende

SAN FERDINANDO Rabbia, disperazione, paura. A poche ore dalla morte di  Suruwa Jaithe i migranti della tendopoli tornano in strada per protestare.  “Sparo”, così Surawa si faceva chiamare, è morto bruciato nella baracca in cui era stato ospitato per la notte. Un braciere o un fuoco acceso per scaldarsi nell’umida notte della Piana di Gioia Tauro– così dicono i primi rilievi – ha dato origine all’incendio che rapidamente si è steso ad altre sette tende della zona, prima che le baracche in lamiera facessero da argine. Le più provvisorie, messe su con teloni di plastica di fortuna, in brevissimo tempo sono diventate delle pire. E Suruwa non ne è mai più uscito.

Lo raccontano i ragazzi mentre marciano verso il Comune di San Ferdinando dove è in corso un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato in fretta questa mattina dal prefetto Michele di Bari. Lo raccontano e piangono, gridano, chiedono perché. La rabbia si sfoga contro i cassonetti piazzati di fronte alla tendopoli, buttati giù prima del corteo, nelle urla che chiedono giustizia e dignità. In piazza a San Ferdinando un centinaio di persone attendono la fine dell’incontro, a cui hanno chiesto e ottenuto che partecipassero alcuni portavoce, e pretendono risposte. Il fuoco ha distrutto quelle che per almeno una cinquantina di persone erano casa. Il fuoco ha ucciso. Ancora una volta.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it







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