La ‘ndrangheta cerca nuovi porti per rifornire l’Europa di coca

Il report di “Italian port security” evidenzia la diversificazione degli scali. «La stretta sui controlli a Gioia Tauro spinge i clan verso Genova, La Spezia, Vado Ligure, Livorno e Venezia». Le rotte più importanti e i metodi utilizzati nel traffico. Con la complicità di portuali e vigilantes

LAMEZIA TERME Il rapporto ripropone vecchie questioni e offre nuove prospettive. Lo ha redatto l’agenzia “Italian port security”. Parte da due conferme: l’Italia è una delle principali destinazioni del traffico di cocaina e il traffico è perlopiù monopolio delle varie cosche della ‘ndrangheta.
Le novità riguardano l’approccio dei clan: più flessibile rispetto a un tempo, meno centrato su Gioia Tauro, più disponibile a cercare nuovi scali, meno controllati dalle forze dell’ordine. È un’opportunità, quella di “diversificare” le destinazioni dei carichi, che le ‘ndrine si sono ritagliate «grazie alla creazione di solidi rapporti con i cartelli sudamericani che hanno reso la ‘ndrangheta tra le organizzazioni mafiose più importanti al mondo. Ragion per cui, sono le altre organizzazioni mafiose italiane a doversi rivolgere ai clan calabresi per l’acquisto di partite di cocaina», si legge nel report sui traffici illeciti nei porti italiani.

LA DIVERSIFICAZIONE DEI PORTI È stata l’operazione “New Bridge” del 2014 a offrire «le prime conferme del fatto che la ‘ndrangheta stesse acquisendo molto più potere nel traffico transnazionale sia di cocaina sia di eroina rispetto a Cosa Nostra. Questo aspetto è stato poi confermato da una successiva operazione, la “Buongustaio”, del 2014, che permise di verificare che la ‘ndrangheta era effettivamente divenuta la mafia italiana più potente al mondo, con contatti diretti in moltissimi paesi». È anche alla luce di questa posizione predominante «che il porto di Gioia Tauro aumenta ancor di più la sua importanza nello scacchiere mondiale del traffico. Come noto, infatti, esso costituisce anche la più grande porta di ingresso della cocaina, tanto da essere talora denominato “Coca Tauro” (la definizione è stata coniata in un pezzo del mensile di geopolitica Limes). Un porto ormai divenuto fondamentale per la ‘ndrangheta, dove le famiglie più importanti della piana di Gioia Tauro – Piromalli, Pesce, Molè, Bellocco – dominano riuscendo a penetrare la gestione del porto a più livelli».
L’azione repressiva ha cambiato i contorni dei traffici. «Durante il semestre luglio-dicembre 2017 nel porto gioiese è stata sequestrata circa una tonnellata di cocaina, dando conferma ulteriore di come il porto continui a rappresentare un importante scalo per il traffico di cocaina. Il totale per l’intero 2017 si è aggirato intorno ai 1700 kg in totale. Ed è questa la quantità in media sequestrata nel porto gioiese ogni anno. Questi dati sono il simbolo dell’esistenza di una forte presenza e capacità di penetrazione nel porto di Gioia Tauro, difficile da scardinare». D’altra parte, però, l’intervento massiccio di magistratura e forze dell’ordine, «ha fatto sì che la ‘ndrangheta abbia gradualmente iniziato a guardare altrove, in cerca di nuovi punti di approdo dove poter far arrivare il suo “oro bianco” dal Sud America. L’idea sottostante era di trovare dei porti con un volume di traffico rilevante e, allo stesso tempo, senza un’attenzione così forte da parte delle forze dell’ordine. Le varie cosche hanno così pensato di rivolgersi ai porti del Nord Italia, come quelli di Genova, La Spezia, Vado Ligure, Livorno, Venezia». Attenzione particolare è stata concentrata sui porti di Livorno e di Genova, aree divenute «crocevia di smistamento». E, oltretutto, più vicine «ai canali di spaccio più remunerativi come quelli di Lombardia, Piemonte e anche del Nord Europa».
«A conferma di quanto detto – evidenzia il report –, il 2018 è iniziato con pochissimi sequestri di cocaina presso il porto di Gioia Tauro (circa 74 kg da gennaio a maggio 2018). Al contrario, quantitativi più consistenti sono stati rinvenuti in porti come Genova e Livorno».

LE ROTTE DELLA COCAINA I carichi di coca arrivano da Colombia, Messico e paesi del Sud America, spesso usufruendo di operazioni di transhipment con servizi feeder, passando anche attraverso l’Africa occidentale o i porti della Spagna meridionale. Nello specifico – evidenzia il dossier –, studiosi accademici hanno delineato quattro rotte principali:
1. California express – dal Nord America a Panama attraverso la California e il Messico. Da Panama, poi, attraverso i menzionati servizi feeder, si raccolgono carichi minori provenienti da Cile, Perù, Brasile, diretti a Gioia Tauro;
2. Medusa – da Messico e Bahamas. Qui si raccolgono carichi più piccoli provenienti dal resto del Sud America e poi diretti a Gioia Tauro attraverso i porti della Spagna, specialmente Valencia. La scelta di entrare nell’area Schengen toccando prima i porti spagnoli non è di certo casuale, ma ha lo scopo di eludere i controlli, e di rendere il carico meno sospetto. Uno degli elementi costituenti l’analisi di rischio delle dogane è appunto la provenienza del carico, insieme alla bandiera della nave. Il fatto che una nave abbia in teoria già passato i controlli di un altro stato europeo, fa sì che il carico illecito attiri meno attenzione.
3. La rotta dell’Argentina – dall’Argentina verso Montevideo, in Uruguay, e Sud Brasile prima di partire alla volta di Gioia Tauro.
4. Dall’Africa occidentale – al fine di evitare rotte prevedibili, molte partite di cocaina vengono dirottate prima verso alcuni paesi dell’Africa Occidentale, come Ghana e Nigeria per poi farle arrivare in Europa.

I METODI DEL TRAFFICO Il container è il mezzo più utilizzato per il trasporto illecito della coca. Che «viene celata dietro carichi di copertura, sofisticati doppifondi messi a punto per aggirare i controlli a raggi X o, anche, in container vuoti». Il livello di specializzazione dei trafficanti offre varie opzioni. C’è, ad esempio, il «rip-off system, che consiste nel posizionamento della partita di droga in borsoni davanti alla portacontainer, in modo tale da essere facilmente estraibile da operatori portuali “infedeli”, i quali ricevono specifiche istruzioni per svolgere tale azione». In questo caso il carico non viene inserito nella primissima fase di riempimento del container, «ma in un momento successivo, con l’apertura del container stesso attraverso manomissione e, talvolta, sostituzione del suo sigillo». È accaduto nell’operazione “Rebuffo” del novembre 2017 al porto di Genova, durante la quale la Guardia di Finanza ha rinvenuto 77 kg di cocaina in panetti occultati in un container su una nave cargo proveniente dal Sud America. «Era previsto che la droga, del valore di circa 3 milioni di euro, fosse poi rivenduta a gruppi albanesi attivi in Lombardia – scrivono gli esperti di Italian port security –. La tecnica utilizzata per il prelevamento del carico illecito è stata appunto quella del rip-off. La particolarità di questa operazione risiede anche nel corrispettivo promesso ai portuali infedeli. Non prettamente denaro, ma un compenso in natura di circa 14 panetti – più di un chilo ciascuno – da rivendere nei canali di droga. Il ricavato, circa mezzo milione di euro, doveva essere diviso tra i cinque soggetti coinvolti (tre italiani e due di etnia albanese) – di cui due operatori portuali infedeli. Questa operazione indica anche che i portuali possono essere inseriti in proprio in canali di rivendita».
C’è poi la tecnica delle operazioni di trasbordo al largo delle coste su imbarcazioni più piccole, spesso pescherecci, che attirano meno l’attenzione delle forze dell’ordine. Nel 2016 l’Operazione “Vulcano” ha portato al sequestro di oltre 80 kg di cocaina purissima rinvenuta all’interno di uno degli oltre 1500 container imbarcati su una nave mercantile, sottoposta a sequestro e a perquisizione dai finanzieri,dopo l’attracco presso lo scalo portuale di Gioia Tauro. «Nell’occasione – specifica il report –, l’organizzazione criminale aveva pianificato una nuova metodologia di importazione dello stupefacente, la quale prevedeva – grazie al diretto coinvolgimento del comandante della cargo ship – il trasbordo del carico illecito su un’altra imbarcazione, in mare ancora al largo della costa. La minuziosa organizzazione di trasbordo è testimoniata da diversi “pizzini” rinvenuti all’interno della cabina in uso al comandante, sui quali erano appuntati la dicitura “80 kg” con l’indicazione del numero del container nel quale la droga era inizialmente stata caricata, nonché uno schema riepilogativo delle varie fasi attraverso cui si sarebbe dovuta articolare l’operazione di trasbordo. Tale operazione sarebbe stata attuata anche mediante lo spostamento fisico della cocaina in un nuovo container, il cui numero sarebbe stato tempestivamente comunicato dallo stesso comandante all’organizzazione criminale». Spesso succede anche che i panetti di droga vengano lanciati in mare dall’imbarcazione madre, muniti di Gps, in modo tale che le imbarcazioni più piccole riescano a intercettare tutti i panetti lanciati in mare.
Il ruolo dei portuali infedeli è emerso in molte operazioni contro il narcotraffico. Le cosche li scelgono con attenzione: sono persone spesso alle prese con difficoltà economiche. Quando l’infedeltà si materializza in una fase successiva all’assunzione, «entra in gioco un intermediario, un anello di congiunzione tra il sodalizio mafioso che gestisce uno o più carichi e il portuale». È questo ad avvicinare il portuale mettendolo al servizio della cosca. «Il 24 luglio 2014 durante una vasta e sofisticata operazione di polizia, denominata “Puerto Liberado”, la Guardia di Finanza ha dato esecuzione a provvedimenti di fermo nei confronti di 13 individui ritenuti appartenenti a un gruppo criminale dedito al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, giunte dall’America Latina in Italia, attraverso le strutture logistiche dello scalo marittimo di Gioia Tauro. Fondamentale per il traffico illecito era la complicità di alcuni operatori portuali (in particolare, dipendenti, oltre a ex dipendenti, della società che gestisce la movimentazione dei container)». 
Il gruppo individuato «operava direttamente all’interno del porto. Era in grado di gestire e controllare i cambi di turno, organizzava le “squadre”, sovraintendeva le operazioni sottobordo e si occupava infine di trasportare clandestinamente il carico all’esterno, impiegando veicoli di servizio della società portuale». 
Un’altra operazione, «risalente a marzo 2017, ha messo in luce due elementi importanti: l’utilizzo sia di portuali che di vigilanti nei porti del Nord Italia. L’Operazione “Gerry” ha visto il coinvolgimento del porto di Livorno con ordini di fermo nei confronti di persone in Toscana, Calabria e Sicilia. Le autorità sono state in grado di sequestrare 300 kg di cocaina in tre momenti diversi tra luglio 2015 e settembre 2016. A essere coinvolti nel traffico di cocaina proveniente dalla Colombia sono famiglie del mandamento tirrenico e jonico della ‘ndrangheta quali, Bellocco, Molè, Piromalli, Avignone, Paviglianiti. Questo sodalizio era stato in grado di infiltrare il porto attraverso un dipendente del porto di Livorno, di origini calabresi, il quale a sua volta aveva contatti molto stretti con diversi portuali e persino vigilanti che facilitavano l’uscita dall’aerea del porto. Molto importante, in questo caso, risulta anche il ruolo dei vigilanti, anch’essi in alcuni casi anelli debole del sistema di sicurezza».

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it







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