Riciclaggio e voti, il patto tra i due mondi della massomafia

Le rivelazioni del pentito Virgiglio nel processo “‘Ndrangheta stragista”. L’accordo fra l’èlite dei clan e il sistema massonico riservato si basava sullo scambio tra flussi elettorali e il reinvestimento del denaro sporco. Soprattutto negli ambienti della finanza vaticana. Il ruolo di magistrati e avvocati nelle logge e la riunione di Santiago

REGGIO CALABRIA Il destino politico dell’Italia nei primi anni Novanta è stato definito in una serie di riunioni in Sicilia, in Calabria e anche fuori dai confini nazionali. Al tavolo sedevano interlocutori diversi, di estrazione diversa ma tutti parte di un unico sistema pancriminale legato da comuni interessi, mutui favori, complementari strategie e un obiettivo unico, gestire il potere. Quello vero, informale, che non dipende da pubblici incarichi o ruoli istituzionali, ma li determina.

IL SISTEMA È questa la verità che sta emergendo dal processo “’Ndrangheta stragista”, scaturito dall’inchiesta che ha svelato come anche gli agguati ai carabinieri, che negli anni Novanta in Calabria sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo, fossero parte della strategia degli attentati continentali. Un quadro estremamente complesso di una stagione complicata oggi arricchito dalla testimonianza del pentito Cosimo Virgiglio. Interrogato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, è stato lui a svelare un ulteriore, fondamentale tassello, necessario per leggere un periodo complesso, non strettamente lineare nella sua evoluzione e di cui ancora non si ha lettura completa ed esaustiva. Massone di alto rango, abituale frequentatore degli ambienti più riservati delle logge, Virgiglio per alcuni anni è stato a contatto con il potere vero.

IL SANTO SEPOLCRO Dopo un breve passaggio nella massoneria ordinaria fra i ranghi del Goi, ordinato cavaliere del Santo Sepolcro (ve ne abbiamo parlato qui). Prima a Messina, poi a Roma entra in contatto con uomini del calibro di Elio Matacena, il capostipite della famiglia di armatori, l’ex presidente della Roma, Franco Sensi. «Di Franco ero considerato il figlioccio, tant’è che poi ebbi un momento di sonno dal 1994 al 1995 e riagganciato subito dopo da Franco venni iniziato al Sant’Anna di Roma», spiega. Ma soprattutto con Giacomo Maria Ugolini, formalmente diplomatico della Repubblica di San Marino, in realtà vertice di un sistema massonico in grado di spaziare dagli ambienti vaticani alla grande finanza. È così che Virgiglio è venuto a conoscenza di una delle fondamentali riunioni di quella stagione.

LA RIUNIONE DI SANTIAGO «Nel ‘93 succede qualcosa di anomalo. I vertici dei due mondi, Europa e America, vanno a indire una tornata massonica importante, della parte riservata dell’ordine. È stata convocata in una casa vescovile a Santiago di Capo Verde. Io non ho partecipato, me ne ha parlato Ugolini. Non si trattava solo di una riunione di obbedienze ufficiali, c’erano ordini cavallereschi e gruppi di potere. C’era il gotha del potere. C’era una rappresentanza del principe Giovanni Alliata di Monreale, Franco Sensi, altri imprenditori come Ligresti, Caltagirone, Matacena, Ugolini, qualche cardinale, tipo Fisichella mi sembra, l’ambasciatore nicaraguense Robelo ed anche una rappresentanza Usa». Non era una riunione come tante. È stata convocata per un motivo preciso ed in un momento delicatissimo per tutti gli uomini che lì erano presenti e per l’intero sistema che rappresentavano.

SCENARI NAZIONALI E INTERNAZIONALI Il muro di Berlino era caduto, trascinando con sé anche la logica dei blocchi contrapposti e gli apparati di intelligence strutturati per puntellare il blocco a Occidente. Venuto meno il “pericolo rosso” anche gli assetti nazionali erano cambiati. Travolto dalle inchieste, in Italia il vecchio sistema del pentapartito si stava mostrando fin troppo inaffidabile e la sua immagine era fin troppo compromessa. Le mafie lo richiamavano agli ordini a suon di bombe e stragi, ma gli equilibri erano saltati e i referenti caduti. «Anche l’avvocato Leone di Roma, figlio dell’ex presidente della Repubblica, che faceva da tramite fra gli interessi politici massonici e criminali, era caduto nella rete di tangentopoli». Per questo è stato deciso un cambio di strategia. Interna ed esterna.

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE A Santiago, spiega Virgiglio, nel ’93 si decide che «non era più necessario identificare un potere politico dettato solo dalla Chiesa di Roma, ovvero la Dc. Non interessava più se chi vinceva fosse di destra o di sinistra, quello che importava era accorpare il potere». E forse non a caso, proprio in quegli anni nasce un partito nuovo nello scenario italiano, che cavalca l’onda di Tangentopoli e si propone come alternativo a quelli che all’epoca definiva “professionisti della politica”. Lo stesso partito in cui finiscono per confluire circoli, uomini e sedi delle leghe regionali, spuntati come funghi su tutto il territorio nazionale, e che i vertici dei clan danno l’ordine di votare in blocco alle politiche del ’94. In più, spiega Virgiglio, «bisognava mettere fine alle stragi». Firmate dalle mafie, ma espressione di un sistema ben più ampio e ramificato, lascia intendere, di fatto confermando quanto già emerso nel corso del dibattimento.

RIVOLUZIONI INTERNE Anche all’interno del sistema però le regole cambiano. «È in quel periodo – aggiunge Virgiglio – che viene anche deciso di non iniziare più magistrati nella massoneria. I vecchi magistrati che già c’erano sono rimasti ma si preferiva inserire gli avvocati che avrebbero comunque potuto corrompere i magistrati». Se questo cambio di strategia fosse dettato da una cessata utilità dei magistrati, magari in passato utilizzati per accelerare lo smantellamento di un sistema obsoleto e poi diventati incontrollabili, oppure da esigenze di sicurezza non è dato sapere. O quanto meno, Virgiglio non lo dice. Di certo però il pentito sa quale fosse la logica di base che ha orientato quel sistema di potere.

DECIDIAMO NOI Chiunque fosse inserito in quel sistema era espressione di un potere in un settore ben determinato, spiega il pentito. «Dentro c’erano persone come Ligresti, Aponte, Caltagirone, Matacena, Ugolini, Sensi, il cardinale Fisichella, ambasciatori e diplomatici di vari Paesi. Facciamo un esempio. Oggi la seconda compagnia al mondo è la Msc. Oggi non c’è alcun porto in Italia dove non sia leader. Se improvvisamente decide di spostare le navi, o lo scalo merci va in crisi e si creano problemi politici, sociali ed economici. Ugolini lo stesso. Grazie ad ambienti e canali vaticani aveva una straordinaria capacità finanziaria che gli permetteva di fare il bello e il cattivo tempo sulle banche tramite il ministro Stolfi. Ecco perché riescono a condizionare il nostro Paese in quel periodo».

LA BRECCIA E LA SANTA E nel sistema le mafie non mancavano e tutti ne erano perfettamente a conoscenza. «Per la mia esperienza – sottolinea il pentito – non era la ‘ndrangheta a cercare questo contatto, è stato il contrario. Faceva gola il pacchetto di voti, ma anche la grande disponibilità di liquidità». Nei due mondi, i rapporti venivano chiamati con termini diversi ma indicavano un’unica cosa. «Nel mondo riservato il modo di rapportarsi con la ‘ndrangheta viene rappresentato come un varco, noi la chiamavamo breccia, la breccia di Porta Pia. Nella ‘ndrangheta la stessa cosa veniva chiamata Santa». I rapporti non erano diretti, ma mediati da personaggi di fiducia, che noi chiamavano “con giacca e cravatta”». Insospettabili che facessero da tramite con il mondo massonico riservato. «Generalmente – sottolinea Virgiglio – si trattava di un avvocato o un medico. Noi preferivamo sempre gli avvocati. Pino Piromalli ad esempio mandava il suo avvocato, ma non era un legale come tanti altri». Il suo storico consigliori, Nino Gangemi, «era un soggetto importante nel mondo massomafioso anche grazie ai rapporti con l’avvocato Leone. Lui era il vertice, ma ce n’erano altri come gli avvocati Veneto e Minasi, l’ingegnere Costarella».

IL PATTO L’accordo fra l’èlite dei clan e il sistema massonico riservato si basava su un patto: flussi elettorali in cambio del riciclaggio e reinvestimento del denaro sporco. «Se io accontento la criminalità con il riciclaggio dei loro capitali, in cambio – spiega il pentito – mi offriranno i loro pacchetti elettorali non solo nei territori di radicamento, ma ovunque ci fosse un loro focolaio». Così il sistema ha sempre potuto assicurarsi politici consoni ai propri fini e ai propri scopi. In cambio, aggiunge Virgiglio, «metteva al sicuro i propri proventi attraverso un meccanismo di riciclaggio e reinvestimento molto sofisticato. Operava a contatto con la ‘ndrangheta e le altre mafie e ne riciclava i capitali sporchi». Era questo il patto. «Gli ambienti finanziari vaticani sono stati utilizzati per operazioni di riciclaggio. Non tanto lo Ior. Più che altro era la Cassa del Santo Sepolcro, quella dell’omonimo ordine cavalleresco. Se io cavaliere porto 5mila euro, non c’è ricevuta, non c’è traccia, l’operazione non esiste. E poi la Cassa decide come investirlo. A fare da pianificatore e a garantire che gli investimenti dei clan andassero a buon fine c’è sempre un soggetto. In passato per i Molè era Nino Gangemi, che faceva da tramite fra i due mondi e negoziava le operazioni».

SISTEMA DI POTERE ASSOLUTO «In questo modo – sottolinea Virgiglio – si crea un sistema di potere assoluto. La massoneria, tramite quella parte riservata, era in grado di gestire i porti, gestire la finanza, gestire le nomine di rilievo, con la disponibilità economica dei clan diventa un sistema assoluto». E tutti i clan dell’èlite della ‘ndrangheta erano coinvolti. Per storia e formazione, del coinvolgimento delle famiglie della Piana Virgiglio aveva cognizione diretta. A Reggio, «il riferimento di Ugolini in Calabria erano i De Stefano, solo i De Stefano. Poi aveva contatto con tale Giovanni Zumbo, collegato ai Latella, aveva la distribuzione della Parmalat. Erano contatti indipendenti da me. Ma conosceva tutti, dai Piromalli agli Arena di Isola Capo Rizzuto». Anche sulla Jonica non mancavano gli agganci. «I Pelle, gli Strangio, i Barbaro, tutti erano inseriti in questo sistema, tutta la cordata dei Morabito era inserita in questo contesto. Se non ricordo male a rappresentare tutti era un medico».

PROVE IN MONETA E del sistema e della sua efficacia ed efficienza Virgiglio ne ha avuto prova concreta. «I clan della Piana – racconta – avevano un problema, non erano riusciti a cambiare le vecchie lire in euro. L’ambasciatore del Nicaragua in Vaticano, Robelo, che era uomo del sistema si è offerto di portare queste somme in Svizzera, dove suo figlio era diplomatico. Alle trattative per questa operazione io ho assistito insieme a Ugolini e Boccardelli, che era il suo autista e factotum. Cedro, un imprenditore della Piana, doveva portarli a Roma e poi da lì Robelo si sarebbe occupato di portarli in Svizzera. Posso dire con certezza che l’operazione si è conclusa, perché me lo ha detto Rocco Molè».

PROCESSI AGGIUSTATI Ma spesso la ‘ndrangheta bussava alle porte del sistema anche per sistemare i processi in cui i suoi massimi vertici erano coinvolti. «Dove poteva intervenire, il sistema Ugolini interveniva, dove non poteva la ndrangheta si rassegnava, perché la cosa importante era mettere al sicuro i capitali. Molè – ricorda al riguardo – era stato coinvolto nel processo Tirreno e in primo grado era stato condannato all’ergastolo. Tramite una serie di contatti dei confratelli degli Alliata a Reggio Calabria, che passavano anche da un uomo della polizia municipale, il processo venne aggiustato e l’accusa fatta cadere, sia per lui, sia per Mimmo Gangemi, che era il cognato di Pino Speranza. Ne sono certo perché io stesso ho accompagnato Speranza nello studio degli avvocati di Reggio che si stavano occupando della questione. Avevano lo studio alla fine del viale Calabria»

SCARCERAZIONI A RICHIESTA Ma in passato, poco dopo l’omicidio di Rocco Molè, il sistema ha tentato anche di far scarcerare il superboss Mommo Molè. «Lo stavano per dichiarare incompatibile con il carcere per problemi sanitari, grazie all’interessamento del dottore Ceraudo, di origine crotonese. Lo dovevano spostare dal centro clinico di Parma a quello di Pisa o viceversa, perché lì aveva maggiore potere. C’era di mezzo anche Cesare Previti». Ma nella vicenda sarebbe intervenuto anche un altro personaggio, il cui nome è già emerso nelle indagini sui clan della Piana. Si tratta di Giorgio Hugo Balestrieri.

L’OMBRA DEL COLONNELLO Per Virgiglio «ex piduista, molto intraneo al sistema deviato della massoneria, era presidente del Rotary Club di New York, ma aveva anche rapporti molto stretti con l’intelligence statunitense e con la Cia». Circostanze che lo stesso Balestrieri negli anni ha confermato, sebbene non abbia mai proferito verbo sulle sue relazioni in ambito massonico. «A noi – ricorda il pentito – venne presentato dal marchese Caldirola, ed era un 33mo quindi un alto grado della massoneria. Prima si era interessato a spostare i Nini negli Stati Uniti, poi per la scarcerazione di Mommo. Ugolini lo teneva a distanza perché era legato a situazioni non chiare, ma è intervenuto il marchese».

«ERAVAMO AL DI SOPRA DELLA P2» A Ugolini, Balestrieri non piaceva, così come non piaceva il mondo piduista a cui era legato. «Quello era il vecchio. Il sistema Ugolini era al di sopra del Sistema P2 e dagli anni Ottanta in poi, dallo scioglimento formale della P2, è stato il sistema Ugolini a gestire il vero potere. Era riuscito a coinvolgere anche il sistema di potere vaticano, le radici del sistema erano in Vaticano, quindi anche se le avessero intuite i magistrati non ci potevano arrivare». Anche la copertura massonica formale, fornita dal Goi di San Marino, era in Italia ma per legge fuori dai confini nazionali. Tuttavia, pur ormai in bassa fortuna, la rete del sistema P2 ha continuato a vivere. E proprio in Calabria ha tentato di risorgere.

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it







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