‘Ndrangheta, verso un nuovo processo sul “direttorio del clan”

Per un insanabile vizio procedurale la Cassazione rimette tutti gli atti nelle mani della Dda. Sull’associazione mafiosa c’è un «difetto di correlazione fra imputazione contestata e sentenza»

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA
Tornano in Procura gli atti del processo Meta relativi all’accusa di associazione mafiosa contesta a Giuseppe De Stefano, Pasquale Condello, Domenico Condello, Giovanni Tegano e Pasquale Libri. Così ha deciso la Cassazione, che nell’annullare il giudicato relativamente a tale accusa, ha rimesso tutto nelle mani della Dda, che in questo modo potrà sanare il foro nell’impalcatura dell’inchiesta – già definitiva, nel filone abbreviato – aperto dal collegio del primo grado. Alla base della decisione della Suprema Corte c’è infatti un vizio procedurale che ha obbligato gli ermellini a rimettere tutto nelle mani dei pm: c’è un «difetto di correlazione fra imputazione contestata e sentenza». Traduzione, i giudici si sono espressi su un fatto diverso da quello sostenuto dalla pubblica accusa.

LA “CONCEZIONEE DEL DIRETTORIO CITTADINO Nel motivare la pioggia di condanne pesantissime distribuite fra i massimi vertici della ‘ndrangheta reggina all’epoca alla sbarra, i giudici erano andati all’epoca ben oltre quanto contestato. Al centro della questione, non l’esistenza ma la concezione del “direttorio” cittadino, l’organismo composto dai vertici dei 4 clan più potenti della città (De Stefano, Tegano, Condello, Libri), che sarebbe stato incaricato di coordinare le macrostrategie economiche, politiche e criminali e gestire le estorsioni. Ma sulla reale natura di tale organismo pubblica accusa e collegio non si sono pienamente intesi. Per la Procura si è sempre trattato di un organismo di coordinamento, per i giudici di una struttura autonoma. Da qui, la decisione della Cassazione di rimettere tutto nelle mani della Dda. «Non poteva fare altrimenti – spiegano gli addetti ai lavori –, l’accusa ha contestato una cosa e i giudici si sono espressi su un fatto diverso».

UN CDA, MA NON SOLO Già in sede di requisitoria l’allora pm Lombardo lo aveva spiegato in modo molto chiaro. Il direttorio, aveva tuonato, «è un organismo decisionale di tipo collegiale che assume determinate decisioni e non è paragonabile a un consiglio d’amministrazione, perché sarebbe riduttivo. In realtà, ogni singola articolazione ha un proprio cda. Noi ci troviamo in presenza di un gruppo industriale – la ndrangheta – che ha un consiglio di gestione di vertice che è composto dai vertici dei singoli consigli di amministrazione, che quando sono chiamati a prendere determinate decisioni si confrontano all’interno del consiglio di gestione della società capogruppo e in quella sede approvano tutta una serie di linee che devono essere osservate dalle partecipate».

L’EREDITA’ DELLA SECONDA GUERRA DI ‘NDRANGHETA Ancor più chiaro, se possibile, era stato nei capi di imputazione contestati ai principali accusati di far parte di un «articolato organismo decisionale di tipo verticistico» di cui le quattro grandi famiglie «dirigono e compongono l’azione strutturato in ossequio alle tendenze evolutive registrate al termine della seconda guerra di mafia, 1985-1991». Una necessaria evoluzione – è emerso nel processo – per dotare la componente visibile della ‘ndrangheta «di una struttura gerarchica piramidale di più moderna concezione maggiormente in grado di garantire l’impermeabilità informativa, l’agilità operativa, il proficuo perseguimento degli scopi programmati e la compiuta interrelazione con gli ulteriori soggetti a cui carico si procede separatamente dotati di cariche invisibili e inseriti nel più ampio sistema criminale di riferimento». Il direttorio dei clan, in sintesi, per l’accusa era l’anello di congiunzione fra la ‘ndrangheta visibile e gli elementi invisibili, parte dello stesso sistema criminale, che con la struttura militare e visibile non hanno formalmente nulla a che fare, ma che con essa condividono obiettivi e propositi

MOTIVAZIONI ULTRA-PETITA In sede di motivazione, tuttavia, il Tribunale era andato ben oltre, trasformando l’organo di coordinamento, sovraordinato ma non autonomo rispetto alle diverse famiglie che lo compongono, in una «superassociazione, nata dall’integrazione delle associazioni medesime, avente autonomia funzionale, strutturale e organizzativa, composta dai vertici delle cosche cittadine più potenti, con a capo De Stefano Giuseppe, in qualità di “Crimine”». Insomma, per i giudici di fatto si trattava di una “creatura” diversa e autonoma rispetto alle famiglie d’origine, ma in realtà questo dall’accusa non è mai stato sostenuto.

VERSO UN META BIS? Per questo adesso gli atti devono tornare alla procura ed è probabile – secondo indiscrezioni – che la riapertura del fascicolo sia l’occasione per “completare il lavoro”. Già in sede di requisitoria di primo grado, lo stesso Lombardo aveva detto «questa indagine in realtà non si chiama “Meta” ma “Metà”. La ‘ndrangheta non finisce agli imputati di questo processo, questo è l’abito da lavoro del sistema criminale di cui fanno parte, quello che veste l’abito da sera e frequenta salotti dove l’abito da lavoro non è ammesso». Alcuni di coloro che vestono gli abiti da sera ma sono in tutto e per tutto uomini della ‘ndrangheta, o loro obbedienti golem, sarebbero stati individuati. Ci ha pensato l’inchiesta “Mammasantissima”, che ha portato in carcere perché considerati diretta espressione dei clan politici come l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, l’ex senatore Antonio Caridi, ma soprattutto ha permesso di portare alla luce la direzione strategica dei clan, e due dei suoi uomini, gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano (per questo condannato a 20 anni in abbreviato). Adesso, la nuova indagine – si mormora – potrebbe essere occasione per completare il quadro e finire il lavoro lasciato «a metà». (a.candito@corrierecal.it)







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