Il pentito Avola riscrive la storia delle stragi

In aula a Reggio le dichiarazioni pesantissime del pentito Maurizio Avola, che anticipa di quasi un anno l’inizio della strategia stragista e chiama in causa direttamente la Calabria. Nucera racconta i rapporti tra ‘ndrangheta e Dc: «Ligato era dei nostri». I contatti con gli andreottiani e l’incarico di «portare soldi a un politico cosentino che doveva aggiustare un processo»

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA «Ho partecipato alla strategia stragista fin dall’inizio, dall’omicidio Scopelliti». È un’affermazione pesantissima, che riscrive la storia delle stragi di mafia, anticipa di quasi un anno l’inizio della strategia stragista e chiama in causa direttamente la Calabria. A dirlo è il pentito Maurizio Avola, ascoltato come teste al processo “’Ndrangheta stragista”. Killer spietato, viveur della Catania dei locali e dei 100 omicidi l’anno, Maurizio Avola oggi potrebbe essere un pentito fondamentale per ricostruire la stagione delle stragi. Non può dire in aula tutto quello che sa, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che lo interroga, lo ha messo in guardia. Sull’omicidio del giudice ci sono indagini in corso. Ma qualcosa filtra: «Vengo coinvolto 5 giorni prima», spiega Avola, ma il delitto era stato deciso già da diversi mesi. «Nella primavera del ’91, Aldo Ercolano ed Eugenio Galea avevano partecipato ad una riunione a Trapani in cui si è discusso dell’omicidio Scopelliti. C’era Matteo Messina Denaro e suo padre, e quest’ultimo era contrario all’omicidio».

I RAPPORTI ‘NDRANGHETA-DC. «LIGATO ERA DEI NOSTRI» «La ‘ndrangheta aveva contatti con ambienti andreottiani e a tenerli era tale Antonio Mammoliti di Gioia Tauro. Si trattava di rapporti diretti». Prima di Avola a deporre in aula è stato chiamato il collaboratore di giustizia Pasquale Nucera, affiliato di rango, fra i primi e più importanti pentiti di ‘ndrangheta. L’udienza del marzo scorso non è bastata per mettere a disposizione tutte le sue conoscenze, per questo è stato richiamato in aula per approfondire alcuni temi. A partire dai rapporti fra la ‘ndrangheta e gli ambienti della Dc tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni ’90. Rapporti – spiega – «di cui era a conoscenza perché a Polsi si era discusso anche di questo e che servivano per definire e spartirsi affari e lavori. Non so quando siano iniziati, ma so che erano risalenti. Più o meno, da quando Licio Gelli aveva responsabili dei locali nella massoneria deviata. I contatti erano con Andreotti e la Dc. C’era anche qualche socialista». E di questo Nucera dice di averne cognizione precisa perché ne sarebbe stato testimone diretto. «Io stesso – racconta – sono stato incaricato di portare dei soldi ad un politico cosentino, tale Mancini, che era stato incaricato di aggiustare un processo. Anche Ligato era uno dei nostri politici inserito nel sistema. Poco prima che venisse ammazzato, c’era stata una riunione nella sua villa sugli appalti del doppio binario e delle grandi officine. Io avevo accompagnato sia politici, sia uomini di ‘ndrangheta. Li ho portati a casa di Ligato (ex presidente delle Ferrovie assassinato nell’estate del 1989, ndr), era una villetta vicino alla spiaggia. C’era anche Filippo Barreca, perché quello era il suo territorio. Barreca aveva molti contatti, io ero della zona e lo conoscevo bene». Nel settembre ’91 però qualcosa cambia. «La vecchia Dc non era più in grado di dare alcune garanzie – aveva spiegato nel corso della sua precedente deposizione – ma cambiava solo la pelle ed il nome, il progetto era lo stesso». E ora conferma: «La proposta arriva da parte degli andreottiani, perché c’era necessità di cambiare il sistema e la ‘ndrangheta doveva entrare nella partita perché altrimenti chi glieli dava i voti?». E la proposta, aveva spiegato in precedenza, era molto precisa: «C’era l’idea di fare un partito politico dove mandare la gente al Governo. Venne fatta una riunione a Polsi e si accennò questo discorso. Come si chiamava? Il partito degli uomini». (a.candito@corrierecal.it)







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