Le nuove verità sulle stragi, dai processi aggiustati ai traghetti da affondare

Nel processo “’Ndrangheta stragista” il pentito Avola anticipa di un anno l’inizio della strategia della tensione. «Paolo De Stefano aveva la doppia affiliazione, era anche uomo di Cosa Nostra». La riunione con i Messina Denaro e il “commissariamento” dei Santapaola. «I palermitani volevano colpire tutto quello che riguardava lo Stato. E tutto bisognava firmarlo come Falange Armata»

di Alessia Candito

REGGIO CALABRIA Sa tanto, ma ci sono indagini in corso e quanto meno in aula – ancora – non lo può dire. È ancora spaventato da soggetti ed entità di cui altrove ha parlato, ma è una paura che deve vincere. Maurizio Avola è un pentito importante. Ha mostrato di sapere – e molto – della stagione delle stragi, continentali e non. Conosce molti di quelli che le hanno eseguite, sa dove sono state decise e in parte anche chi. E sa quando quel programma eversivo ha avuto inizio, perché c’era. «Ho partecipato alla strategia stragista fin dall’inizio, fin dall’omicidio Scopelliti».
Interrogato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo al processo “’Ndrangheta stragista” a Reggio, Avola lo dice come se fosse una realtà conosciuta e condivisa, ma nel faticoso processo di ricostruzione degli inquieti anni Novanta è una rivoluzione. Perché l’orologio dell’eversione va portato indietro di un anno. Ma non è l’unico dato in grado di aprire scenari nuovi. «In quel periodo – riferisce in aula – dovevamo rivendicare tutto come Falange Armata. Anche l’omicidio Scopelliti è stato rivendicato così». Avola non lo dice, ma dalle sue parole emerge in maniera chiara: la stagione delle stragi ha avuto una regia precisa ed è stata definita non solo fra i massimi esponenti della mafia siciliana. E l’omicidio Scopelliti, il quadro in cui è maturato, i rapporti che lo hanno permesso, non fanno che confermarlo.

L’ESECUZIONE DI PIALE «Per il giudice, vengo coinvolto 5 giorni prima», racconta Avola. Non può scendere nei dettagli, il procuratore aggiunto Lombardo è stato chiaro. Ma è anche plausibile che a lui – killer preferibile e più affidabile dei Santapaola – sia stato detto solo il minimo indispensabile e poco o nulla delle trattative e delle mediazioni a monte di quell’omicidio. Un delitto strano, da fare in fretta e fuori dal proprio territorio di competenza, in violazione di tutte le “regole d’ingaggio” classiche nei rapporti fra le mafie. «Posso dire che nel ’91, personalmente non ho avuto nessun appoggio e nessun contatto con i calabresi per l’omicidio Scopelliti.

I RAPPORTI CON I CALABRESI Eppure i rapporti c’erano, lui stesso ne aveva avuto cognizione diretta. «Negli anni Ottanta, mi sono incontrato più volte con Paolo De Stefano a Reggio Calabria. era tanto il vertice della ‘ndrangheta a Reggio Calabria, come uomo di Cosa Nostra. Lui – spiega il pentito – aveva una doppia affiliazione, ma non era l’unico a portare anche Cosa Nostra. C’erano i Nuvoletta, Carmine Alfieri». E l’informazione su De Stefano era certa. «Me l’aveva detto Aldo Ercolano, perché lo dovevo riferire io a De Stefano per accreditarmi. Gli dovevo fare capire che eravamo la stessa cosa, ma non c’era nessuno che in quel momento ci potesse presentare. Ero con Salvatore Ercolano, ma lui era solo lo zio di Aldo, non era Cosa Nostra».

«MI AIUTI AD AGGIUSTARE UN PROCESSO?» Succede, racconta Avola, in occasione del secondo incontro con il boss di Reggio, «quando sono andato da De Stefano per chiedergli di aggiustare un processo in cui erano imputati Nino Santapaola, Salvatore Pappalardo e Natale Di Raimondo. Santapaola era già Cosa Nostra, gli altri due no, ma era solo una questione di tempo e di occasione, perché entrambi erano detenuti e non c’era occasione per “farli”. Di Raimondo poi diventerà collaboratore di giustizia. Lui era particolarmente legato allo zio Nitto e per un periodo ha avuto il soggiorno obbligato in Calabria». Il processo, spiega, «riguardava la cosiddetta “strage di viale delle Olimpiadi”, successa a Catania ma giudicata a Reggio, perché una delle vittime era morta a Reggio Calabria. De Stefano mi disse “ci devi dire o ziu che non c’è problema”. In effetti, poi sono usciti tutti».

IL MISTERO DELLA SUCCESSIONE Dopo quell’episodio però Avola è stato tagliato fuori dai rapporti con i calabresi. E alla morte di don Paolino, il pentito non sa chi abbia preso il suo posto, tanto meno chi dei catanesi tenesse i rapporti con il successore. «So che i Piromalli avevano amicizie con Cosa Nostra, ma non so se fossero stati fatti. Lo stesso per i ragazzi di Paolo De Stefano. Dei Piromalli avevo sentito parlare da Marcello D’Agata, ma al momento non ricordo in relazione a cosa. Dai miei capi, avevo capito che in caso di problemi in Calabria, bisognava rivolgersi ai De Stefano o ai Piromalli, perché i nostri riferimenti erano loro. Di Raimondo ne sapeva di più, aveva proprio i contatti diretti».

LA RIUNIONE CON I MESSINA DENARO Allo stesso modo, il pentito non sa cosa abbia portato all’omicidio Scopelliti. Di certo, dice, se è vero che lui è stato avvertito solo a ridosso dell’esecuzione, il delitto – lo sa per certo – è stato deciso diversi mesi prima. «Nella primavera del ’91, Aldo Ercolano ed Eugenio Galea avevano partecipato ad una riunione a Trapani in cui si è discusso dell’omicidio Scopelliti. C’era Matteo Messina Denaro e suo padre, e quest’ultimo era contrario». Il motivo, il pentito non lo dice. Forse non può, forse non lo sa. Ma – di questo ne è certo – quello era un periodo particolare per i clan siciliani. Molti riferimenti politici e massonici storici stavano crollando e nella transizione non tutte le grandi famiglie remavano nella stessa direzione.

LA SPACCATURA SULLO STRAGISMO «Figlioccio» di Mariano Agate, il consigliere del boss catanese Nitto Santapaola, anche solo in virtù di questo rapporto aveva accesso ad informazioni importanti. Il suo ruolo da killer poi gli ha permesso di essere chiamato in causa direttamente in più di un’occasione. Perché quella era un’epoca in cui doveva scorrere il sangue, perché così era stato deciso. O meglio così volevano i palermitani. Nitto Santapaola no. «I suoi contatti gli avevano sconsigliato questa strada». Contatti in ambienti massonici, che solo Santapaola e pochi altri avevano la facoltà di frequentare. «Tutti i grandi avevano questo tipo di contatti. Anche i Messina Denaro, ma non so di preciso», dice.

IL COMMISSARIAMENTO DEI SANTAPAOLA Evidentemente però non tutti remavano nella stessa direzione. E proprio questo ha condannato Santapaola, “commissariati” dai palermitani con l’imposizione di uomini a loro vicini. «Negli anni Novanta – rivela Avola – i palermitani avevano fatto uomini d’onore Santo Mazzei e Jimmy Miano. Mazzei era un cursoto, uno dei catanesi trapiantati a Torino. Era vicinissimo a Bagarella, che aveva conosciuto in carcere. Santapaola non si fidava e ci aveva messo in guardia, perché pensava che fosse una mossa per sostituirlo. La famiglia Santapaola era stata invitata alla cerimonia per Mazzei, ma non c’era Santapaola. In quella riunione a rappresentare la famiglia era D’Agata». Anche D’Agata – racconta il pentito – non era allineato con la strategia stragista. Ma “in famiglia” più di uno aveva abbracciato la linea dei palermitani, a partire da Aldo Ercolano, numero due della famiglia, poi divenuto unico riferimento dei palermitani.

RIUNIONI STRATEGICHE «In quel periodo, era il’90 – aggiunge poi Avola – Galea ha portato un’altra novità. Qualsiasi cosa doveva essere rivendicata come Falange Armata. Ha detto che i palermitani avevano passato l’ordine di colpire tutto quello che riguardava lo Stato, ad esempio c’era l’idea di affondare uno dei traghetti a Messina. E tutto bisognava firmarlo come Falange Armata». Traduzione, c’era un piano di generale destabilizzazione che doveva essere percepito come tale, ma a portarlo avanti non erano solo i clan siciliani. «Che io sappia – aggiunge infatti – ci sono state davvero come Falange Armata, come la strage del Pilastro a Bologna».

SCOSSE DI ASSESTAMENTO Il pentito non ha mai chiesto dettagli, né cosa significasse quella sigla o chi nello specifico avesse ordinato di usarla. Ma la storia racconta di un rosario di delitti, firmati da uomini dei clan siciliani, calabresi, che puzzano di servizi o sono rimasti anonimi – dall’omicidio Mormile alle stragi continentali – rivendicati come Falange Armata. Delitti che si sono incrociati con una fase molto delicata, sia all’interno, sia all’esterno della mafia siciliana. «In quel periodo – rivela il collaboratore – c’era stata anche una riunione ad Enna a cui aveva partecipato anche Galea, come vice-rappresentante provinciale. Disse che si stava formando un partito nuovo, invitando D’Agata ad andare a trovare Riina che era ospite ad Enna. Ma lui ha declinato l’invito». (a.candito@corrierecal.it)







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto