“Mala Sanitas”, il pm chiede pene pesanti per i medici di Reggio

Secondo la Procura nel reparto di Ginecologia e Ostetricia degli ospedali Riuniti avrebbe operato una vera e propria associazione a delinquere che avrebbe prodotto una lunga serie di falsi per coprire errori medici

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA Nel reparto di Ginecologia ed Ostetricia degli ospedali Riuniti di Reggio Calabria avrebbe operato una vera e propria associazione a delinquere che avrebbe avuto come unico obiettivo produrre un’infinita serie di falsi, necessari per coprire un’egualmente infinita serie di errori medici. Ed anche medici e ostetriche che non ne facevano parte si sarebbero piegate ai suoi diktat. È questo il fulcro della requisitoria dei pm Annamaria Frustaci e Roberto Di Palma, che insieme al procuratore aggiunto Gaetano Paci hanno chiesto pene pesantissime per gli imputati nel processo “Mala Sanitas”.
LA REQUISITORIA «La disamina dei singoli casi – ha spiegato in aula il pm Di Palma – ha dimostrato come ci sia un rapporto teleologico fra errore e falsificazione delle cartelle, perché la falsificazione è il prodotto dell’errore». In quel reparto, ha affermato il pm, «attestare la verità negli atti medici, avere un franco rapporto medico dei pazienti, era l’ultimo dei problemi. Il principale – ha tenuto a sottolineare Di Palma, utilizzando un lessico spesso usato dagli imputati nelle conversazioni intercettate – era pararsi il culo. Appena scatta l’errore, i componenti dell’associazione sanno subito cosa fare». Far sparire cartelle, sbianchettare nomi o esami, oppure – emerge dalle intercettazioni richiamate nel corso della requisitoria – metterle nel cassetto o nell’armadio. «Non c’è dubbio che gli imputati si siano associati fra loro per coprirsi le spalle, mettendosi al riparo dalle conseguenze anche giudiziarie dei loro errori». Ecco perché la richiesta di pena più severa arriva proprio per i 3 medici accusati di far parte a pieno titolo dell’associazione.
LE RICHIESTE Otto anni di carcere sono stati chiesti per l’ex primario Pasquale Vadalà, 6 anni per il suo successore Alessandro Tripodi, il medico accusato anche di aver procurato un aborto non voluto alla sorella Loredana, mentre è di 7 anni e 6 mesi la pena chiesta per il suo braccio destro Daniela Manunzio. Anche per gli altri medici e ostetriche sono arrivate richieste di pena pesanti. Il procuratore aggiunto Gaetano Paci ha chiesto 3 anni e 6 mesi per la ginecologa Antonella Musella mentre è di 4 anni di carcere la richiesta di pena per il ginecologo Filippo Saccà e di 4 anni e 6 mesi la pena chiesta per Massimo Sorace, anche alla luce di un precedente giudiziario dello stesso tenore. È invece di 3 anni e 6 mesi la pena invocata per la neonatologa Maria Concetta Maio e l’ostetrica Giuseppina Strati, mentre 3 anni sono stati chiesti per la sua collega Antonia Stilo. Una condanna è stata invocata anche per l’anestesista Grasso (4 anni), mentre è di 3 anni e 6 mesi quella chiesta per il suo ex primario Annibale Maria Musitano. Unica richiesta di assoluzione per Mariangela Tomo, mentre contro Roberto Pennisi e Marcello Tripodi  non deve procedersi – ha spiegato Paci – perché sui reati loro addebitati si è abbattuta la scure della prescrizione, la stessa che ha “salvato” gli altri imputati da richieste di pena ben più pesanti. Ma per alcuni, la storia potrebbe non finire qui. I magistrati hanno chiesto infatti al collegio di ritrasmettere in Procura gli atti relativi alla deposizione di Bruna Nocera, Giovanna Costantino, Giuseppe Santamaria e altri testimoni.
L’INCHIESTA Per i pm, sarebbero a vario titolo responsabili di aver arrecato gravi lesioni a pazienti e neonati, ma anche di aver alterato le cartelle cliniche in modo da coprire con grossolani falsi errori ed omissioni. Una cartiera del falso necessaria per coprire errori medici o omissioni gravi, che avrebbero potuto provocare più di un problema – penale, ma soprattutto civile – ai medici del reparto. A scoperchiarla sono stati gli inquirenti che hanno analizzato e riascoltato le intercettazioni abbandonate in un cassetto di Alessandro Tripodi, nipote dell’avvocato Giorgio De Stefano, intercettato per qualche mese dagli investigatori nel corso di un’indagine a largo raggio su Gioacchino Campolo. Grazie alle sue agghiaccianti chiacchierate, gli investigatori hanno capito come molti dei casi di malasanità archiviati nel 2010 come «tragica ed imprevedibile fatalità», non fossero altro che grossolani errori medici coperti da un sistema di illegalità strutturale, basato sulla sistematica alterazione delle cartelle cliniche.
IL REPARTO DELL’OMERTÀ Ma soprattutto è emerso quel clima di silenzio e omertà che per anni ha nascosto un reparto trasformato in una succursale di una macelleria, in cui – sottolinea il gip nell’ordinanza – «se da una parte non c’è reciproca fiducia nella professionalità e perizia dei colleghi, dall’altra vi è sostanziale “tacito accordo” nel “coprirsi a vicenda”». Al riguardo, il gip Laganà nell’ordinanza sottolineava che «bisogna rilevare appunto un clima di “condiviso silenzio” che avvince anche i diversi reparti coinvolti nel senso che se tra i colleghi dei medesimi si apprezza l’esistenza di un clima di “reciproco sospetto” nel timore di essere “rispettivamente fregati” dall’altra poi permane un sottofondo “omertoso” una volta ottenuta la garanzia di “essere fuori dal caso”». (a.candito@corrierecal.it)







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto