Mandamento jonico, pioggia di condanne su boss e gregari

Oltre a quella chiesta dall’accusa, solo 4 assoluzioni. Per tutti gli altri, condanne dai 20 ai 3 anni. Confermato l’impianto accusatorio che ha fatto luce su strutture e affari di 21 clan

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA Supera lo scoglio del primo grado il processo “Mandamento Jonico”, l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che ha fatto luce su organigramma, strutture e affari di 21 famiglie della ‘ndrangheta della Jonica, più uomini dei clan di Reggio che alle famiglie della Locride hanno sempre guardato. Oltre a quella di Giuseppe Lia, chiesta dalla pubblica accusa rappresentata in aula dal pm Francesco Tedesco, sono solo quattro le assoluzioni disposte dal giudice: Mario D’Auria, Leonardo Della Villa, Pasquale Dieni e Vincenzo Mastroianni. Per tutti gli altri invece, nonostante la diminuzione di pena prevista dal rito abbreviato, il gup Filippo Aragona ha ordinato pene pesantissime, che nonostante la diminuente di un terzo prevista dal rito abbreviato, arrivano anche a 20 anni. Fra loro c’è anche l’avvocato Giuseppe Mammoliti, ex consigliere comunale di Locri.

LE CONDANNE In dettaglio, sono stati tutti condannati Pasquale Aligi (4 anni); Pasquale Barbaro (16 anni); Pietro Casili (8 anni); Antonio Cataldo cl.64 (8 anni); Antonio Cataldo cl.56 20 anni; Francesco Cataldo (20 anni); Giovanni Andrea Cuzzilla (14 anni); Andrea Floccari (14 anni); Renato Floccari (20 anni); Attilio Giorgi (16 anni); Alberto Latella (20 anni); Candeloro Lia (14 anni); Giorgio Macrì (8 anni); Saverio Maisano (20 anni); Giuseppe Mammoliti (3 anni); Maurizio Maviglia (6 anni); Domenico Antonio Moio (20 anni); Giuseppe Morabito cl.78 (16 anni);Rocco Morabito cl.47 (20 anni); Domenico Nucera (14 anni); Vincenzo Pedullà (16 anni); Rocco Perre (20 anni); Francesco Raschellà (20 anni); Antonio Leonardo Romeo (14 anni); Stefano Romeo (14 anni); Antonino Romeo (4 anni); Giuseppe Romeo (20 anni); Lorenzo Domenico Stelitano (14 anni); Francesco Trimboli (3 anni e 4 mesi); Leonardo Ursino (4 anni e 8 mesi); Salvatore Ursino (14 anni); Salvatore Vadalà (12 anni); Bruno Zucco (20 anni); Domenico Zucco cl.65 (16 anni); Leonardo Zucco (12 anni)

L’INCHIESTA Si conferma dunque l’impianto accusatorio di un’inchiesta vasta, complessa che restituisce l’immagine tridimensionale di uno Stato che pretende di essere parallelo e alternativo alla Repubblica e parla per bocca di soggetti come Giuseppe Ringo Morabito, nipote di don Peppe Tiradritto e autoproclamato Re sole della Locride, che intercettato dice «Lo Stato qua sono io, la mafia originale, non quella scadente». E forse non a caso. Perché – è emerso dall’indagine – nella jonica la ‘ndrangheta controlla tutto. Gli appalti, l’edilizia pubblica, quella privata, le elezioni, infiltrandosi nei cantieri finisce per guadagnare anche sui beni che le sono stati confiscati, regola con i propri tribunali i rapporti fra gli associati e fra i clan, istruisce processi, commina sanzioni, arriva perfino a “regolare” le relazioni sentimentali di giovanissime figlie di boss, punendo ex fidanzati stufi o fedifraghi. E per molti diventa un modello. Lo hanno scoperto i carabinieri ascoltando i familiari del boss Antonio Cataldo “Papuzzella”, la cui figlia quindicenne ha raccontato alla madre di essere stata avvicinata da un compagno di scuola, che le avrebbe dato una lettera “di autocandidatura” da consegnare al padre, alla successiva visita in carcere.

A TUTTO CAMPO
Un dato che sconforta, ma forse non stupisce. Perché non c’è ambito pubblico e privato in cui i clan non si infiltrino e di cui non si approprino. I metodi sono diversi, il fine unico. C’è l’infiltrazione nelle amministrazioni comunali, con innumerevoli turbative d’asta attraverso il metodo dei “lavori di somma urgenza”, il controllo di forniture, l’imposizione di manodopera e materiali a ditte compiacenti, o ancora la fittizia intestazione di società usate per accaparrarsi l’appalto, magari grazie ad un accordo premio con avversari o concorrenti. E c’è il condizionamento dei cantieri privati delle aziende chiamate a realizzare opere pubbliche o infrastrutturali importanti e che – tutte – si piegano al volere dei clan.

LE MANI SULL’AGRICOLTURA Ma gli interessi dei clan non si limitano a cantieri e mattone. Anche i campi sono un ricco business, soprattutto se innaffiati dai milioni stanziati da Bruxelles per sostenere l’economia calabrese. Paradosso nel paradosso, gli stessi clan responsabili di aver sottratto al territorio risorse importanti per un rilancio vengono visti come salvatori, perché in grado – quanto meno per gli operai del Consorzio di bonifica. Tutti impegnati a lavorare per il boss Rosi Barbaro piuttosto che per il Consorzio. (a.candito@corrierecal.it)







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