Le coltivazioni aspromontane per le piazze di spaccio del Lazio – VIDEO

I dettagli dell’inchiesta “Selfie” che ha sgominato un’organizzazione con base a San Luca. I narcos incastrati dalle loro stesse fototrappole. Bombardieri: «La Locride non è solo terra di importazione della droga, ma anche di produzione ed esportazione»

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA «La Locride non è solo terra di importazione della droga, ma anche di produzione ed esportazione». È questo il dato – dice il procuratore capo di Reggio Giovanni Bombardieri – che emerge dall’indagine “Selfie”, che oggi ha portato all’arresto di 28 persone, tutte accusate di far parte di un’organizzazione, con base a San Luca, in grado di produrre e spacciare marijuana anche fuori regione (qui i dettagli). A far cadere presunti capi e gregari del gruppo, le fototrappole che loro stessi avevano piazzato per controllare le piantagioni, tutte nascoste nell’area aspromontana della Locride. Individuate dagli uomini dei “Cacciatori” dei carabinieri, le coltivazioni sono state distrutte, ma grazie agli uomini del Racis, gli investigatori sono anche riusciti a valorizzare i sistemi di sorveglianza che il gruppo aveva installato. Nonostante le immagini fossero state diligentemente cancellate, i tecnici dell’Arma sono riusciti a recuperare i filmati, identificando chi si occupava della coltivazione. Da lì è partita l’indagine dei carabinieri della Compagnia di Bianco, coordinata dal pm Francesco Tedesco e dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.
Un’inchiesta «complessa – ha detto il procuratore – perché svolta sia con attività tecniche, sia con i metodi classici di controllo del territorio» che ha portato all’individuazione di tutta la filiera produttiva, dalla produzione allo spaccio a Roma e nel Pontino, e dei suoi diversi responsabili. A capo dell’organizzazione c’era Michele Carabetta, una vecchia conoscenza per inquirenti e investigatori. Condannato in via definitiva ad 8 anni per mafia nel processo Fehida come uomo di spicco dei Pelle-Vottari, Carabetta da tempo è sottoposto al soggiorno obbligato a Roma, ma non ha mai perso i contatti con “la famiglia”. È stato lui a fare da cerniera fra la filiera produttiva e di stoccaggio della marijuana e le piazze di spaccio nel Lazio. Due quelle individuate: una su Roma, gestita da Daniele D’Ambrosi, e una su Latina, coordinata da Alfredo Celani, Arianna Ramiccia e Massimiliano Tartaglia.
“Cavalli”, “magliette”, “cd”, o “panda”, “golf”, “t-max”. Il gruppo nelle conversazioni usava nomi diversi per riferirsi alla droga, ma gli investigatori non si sono fatti ingannare. Ascoltando le chiacchierate degli uomini del gruppo, i carabinieri sono riusciti a seguire il viaggio di diversi corrieri, incaricati di portare la droga nel Lazio. «Non usavano metodi particolarmente raffinati, la droga veniva occultata in borsoni o vani e trasportata in auto». Magari con a bordo una donna in avanzato stato di gravidanza per eludere controlli più approfonditi. (a.candito@corrierecal.it)





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