«E dire che in Prefettura mi chiamavano “San Lucano”»

L’ex sindaco di Riace parla per 70 minuti davanti ai giudici del Tribunale di Locri. «Mi viene contestato ciò che mi è stato chiesto per anni dal ministero dell’Interno. Ma io rifarei tutto»

di Alessia Candito
LOCRI La sua verità, la sua Riace, la sua storia, Mimmo Lucano non ha mai esitato a raccontarla. In pubblico, in privato, dai palchi nei convegni o nelle chiacchiere informali. Ma fin dal 2 ottobre scorso, quando l’inchiesta sul sistema Riace lo ha travolto, ha sempre continuato a chiedere di poter parlare con un giudice terzo. Oggi il Tribunale di Locri, presieduto da Fulvio Accurso, lo ha accontentato. E Lucano è stato un fiume in piena. Lucido, dettagliato, in un monologo di oltre 70 minuti ha ripercorso la nascita del modello Riace, la sua evoluzione di pari passo con gli strumenti normativi e le strutture che in Italia sono state messe in piedi per gestire l’accoglienza, le difficoltà, per poi arrivare alle accuse «infamanti» che gli vengono rivolte. «Aspettavo questo momento da tempo», dice a margine dell’udienza. «Sono contento di aver potuto spiegare tutto». Non perché non abbia rispetto o non riconosca legittimità ai pm che indagano su di lui.
«Se la Procura crede che io abbia commesso dei reati è giusto che mi processi. Ma io non mi sono mai messo in tasca un euro e sono convinto di quello che ho fatto», dice convinto. In aula, Lucano parte da quando Riace non era né modello, né sistema ma solo una risposta umana e solidale allo sbarco di un gruppo di rifugiati curdi in fuga. «All’epoca – spiega – l’accoglienza è stata gestita solo con l’aiuto della Croce Rossa. Abbiamo spontaneamente messo in atto il recupero delle case del borgo, compiendo un gesto normale, senza essere professionisti dell’antimafia». Quello slancio negli anni è diventato modello e quel modello punto di riferimento locale e internazionale. Soprattutto quando, con la cosiddetta “Emergenza Lampedusa”, migliaia di profughi sono arrivati sulle coste reggine.
«In quel periodo era la Prefettura a chiedermi di accogliere un sempre maggior numero di profughi – ricorda – una funzionaria mi chiamava addirittura “San Lucano”. E adesso, quello che mi è stato chiesto dalla Prefettura e dal ministero dell’Interno mi viene contestato?”. Lucano non ci sta, così come non ci sta alle conclusioni degli ispettori prefettizi che hanno firmato quell’unica relazione che abbia evidenziato criticità nel borgo, divenuta pietra angolare dei procedimenti penali e amministrativi contro il “sistema Riace”, sebbene superata da un’ispezione successiva. «A Riace in quegli anni – racconta in aula – ho visto persone con i segni delle torture, persone che venivano dall’esilio, vittime di un mondo ingiusto. È facile dire “mandali via” quando sono numeri sulla carta, ma quando hai i bambini a scuola, come fai?». Anche perché – ricorda – sono sempre gli ultimi a pagare le conseguenze di una burocrazia lontana dai drammi personali di chi è scappato dal proprio Paese per non rischiare la vita e si trova impossibilitato a ricostruirla in Italia. Come Becky Moses, cui per due volte è stato negato l’asilo politico e per questo ha dovuto lasciare Riace. Qualche tempo dopo, è morta carbonizzata nel ghetto di San Ferdinando. «Accanto al suo corpo hanno trovato una carta d’identità firmata da me e io sono fiero di averlo fatto». E questo – afferma l’ex sindaco – «è solo uno dei tanti motivi per cui rifarei tutto quello che ho fatto». (a.candito@corrierecal.it)







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