La latitanza di Matacena e la nemesi di Scajola

Al via la requisitoria del procuratore aggiunto Lombardo al processo Breakfast. Dai palazzi libanesi a salotti e ambasciate, ricostruiti tutti i rapporti e le fasi che hanno scandito la latitanza dell’ex deputato di Fi, condannato come referente politico del clan Rosmini e da anni in fuga a Dubai. E il ruolo di «un uomo di Stato che agevola un soggetto pacificamente mafioso»

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA «Siamo in presenza di un uomo di Stato che agevola un soggetto condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e dobbiamo capire perché lo ha fatto e che cosa ha fatto». È questo il nodo centrale dell’inchiesta Breakfast ed è da qui che il procuratore aggiunto di Reggio Giuseppe Lombardo inizia a sviluppare la sua lunga requisitoria. Dopo cinque anni di processo e centinaia di udienze, una giornata non basta e le richieste di pena arriveranno – forse – solo il prossimo 28 ottobre. Ma in aula, gli imputati ci sono tutti. E tutti sono tesi, attenti.
LE ACCUSE Accusati di aver aiutato l’ex deputato di Forza Italia, oggi latitante a Dubai, Amedeo Matacena, a sottrarsi all’esecuzione di una condanna definitiva come referente politico del clan Rosmini e ad occultare il suo immenso patrimonio, alla sbarra ci sono l’ex ministro dell’Interno e attuale sindaco di Imperia, Claudio Scajola, la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, la segretaria dei coniugi, Maria Grazia Fiordelisi, e lo storico braccio operativo dei due, Martino Politi. «Tutti protagonisti della latitanza di Matacena», dice Lombardo «che agiscono secondo uno schema preciso e secondo ruoli prestabiliti». A partire da Claudio Scajola.
UNA VERSIONE SMENTITA DALLA VOCE DEI PROTAGONISTI Dal momento del suo arresto, ha sempre giurato di aver fatto tutto perché folgorato dalla bionda moglie di Matacena. Ma da conversazioni e acquisizioni tecniche – spiega il procuratore aggiunto – emerge «un dato ben diverso sulla vera natura del rapporto che lega i coniugi Rizzo-Matacena e Scajola». E il dato nudo delle intercettazioni vale più delle eventuali spiegazioni date a posteriori. «Dalle indagini emerge che siamo ben oltre l’umana solidarietà. E il contributo non è indiretto, quindi non è per la Rizzo, ma per il latitante Matacena», dice Lombardo.
IL POLITICO E L’IMPRENDITORE DEI CLAN
Matacena non è un soggetto di secondo piano. L’ex deputato di Forza Italia, da anni latitante a Dubai, sotto indagine ci finisce perché in contatti e rapporti con una vecchia conoscenza della Dda di Reggio Calabria, Brunello Mafrici, da più di un pentito collocato nella galassia degli arcoti e attorno al 2011 al centro di un’indagine sul reimpiego dei capitali mafiosi a Milano. «Gli esiti – spiega il magistrato – sono stati parzialmente resi noti con le perquisizioni del 2012 e 2013, che hanno coinvolto anche la Lega Nord. In quel contesto, sono emersi i rapporti fra Matacena e Mafrici, rapporti che si spiegano con la perdurante capacità economica e finanziaria di Matacena».
UN CONTRIBUTO CAUSALE E CONSAPEVOLE ALLA LATITANZA DI MATACENA
All’epoca la condanna definitiva per concorso esterno non è arrivata, ma si avvicina. E Matacena inizia a muoversi per mettere al riparo se stesso, la propria operatività e il proprio patrimonio. La prima tappa è l’arcipelago delle Seychelles. E in quella fase, ben prima che Matacena finisca in manette a Dubai – dimostra il procuratore intercettazione dopo intercettazione – oltre ad un variegato network di personaggi fra cui i fratelli Fanfani, ad impegnarsi per aiutare c’è anche l’ex ministro e attuale sindaco di Imperia. «Il rapporto fra i coniugi Matacena e Scajola era molto stretto, verosimilmente legato a questioni ulteriori rispetto a una semplice amicizia. Scajola ha fornito aiuto al latitante Matacena nonostante fosse consapevole che quel comportamento fosse penalmente rilevante ed ha portato un contributo causale alla sua latitanza anche prima dell’incidente di Dubai».
DUBAI, UN INCIDENTE DI PERCORSO
Nel piano per salvare Matacena, quella negli Emirati doveva essere solo una tappa. La permanenza lì non era prevista, proprio per questo quando l’ex parlamentare viene arrestato, Rizzo entra in panico. Non si tratta di una ricostruzione personale della pubblica accusa, ma di un mosaico costruito intercettazione dopo intercettazione, pedinamento dopo pedinamento. «Tutta la vicenda – spiega Lombardo – si stava gestendo alle Seychelles, in attesa di trovare altra soluzione, per questo va risolto il problema Dubai. Anche perché i contatti in Libano ci sono e anche di livello. Scajola le dice di avere contatti con un amico “che mi ha fatto visita qualche tempo fa”. E dell’incontro con quell’amico, Vincenzo Speziali, ci sono anche le foto».
L’UOMO CHIAVE IN LIBANO
Parente acquisito dell’ex presidente della Repubblica Libanese Amin Gemayel, ben introdotto nell’entourage ex democristiano, Speziali è «l’elemento chiave». È lui ad impegnarsi ad assicurare a Matacena una latitanza dorata e piena operatività in Libano. Ed è proprio qui – spiega il procuratore aggiunto – che l’ex ministro dimostra di agire di propria iniziativa e non semplicemente in supporto alla Rizzo. È lui infatti – spiega Lombardo – a parlare per la prima volta a Rizzo di Libano e di Beirut. «Una grande Montecarlo» la definisce. «E sta a significare – specifica il magistrato – che lì i coniugi avrebbero potuto vivere e mantenere i contatti (e plausibilmente i rapporti e gli affari, ndr) che avevano a Montecarlo». Gli incontri con Speziali vanno avanti per mesi, così come i contatti. Quando il piano si complica per l’arresto di Dell’Utri, comunque l’ex ministro sprona Speziali ad andare avanti. E più volte nelle conversazioni si accenna alla necessità di «non fare brutte figure». E non è del tutto chiaro con chi.
LE “CONFESSIONI” DI SPEZIALI
Quegli incontri non erano nulla di credibile, era chiaro che non avrebbero portato a nulla, ha sempre cercato di difendersi Scajola nel corso del dibattimento. E anche durante la requisitoria, quando – seduto esattamente dietro il magistrato – più volte si è fatto scappare qualche commento. Ma per Lombardo «la tesi difensiva che tende ad attribuire a Speziali il ruolo di chiacchierone è smentita per tabulas da quella che è la sua capacità di relazionarsi con persone di altissimo livello». E poi per l’accusa di aver favorito la latitanza di Matacena ha già patteggiato una condanna ad un anno. «Che non è una confessione, ma ci andiamo molto vicino» dice il magistrato. E questo, al pari della condanna a 1 anno e 6 mesi rimediata dalla storica segretaria dell’ex ministro, Roberta Sacco, per Scajola è un problema e un pericoloso precedente.
L’INCHIESTA CHE VERRA’?
 In ogni caso, forse il passare per “cialtrone” anche a Speziali ha fatto comodo, tanto nel caso della latitanza di Matacena, come in quello «con molti elementi di sovrapponibilità» di Dell’Utri. «Nonostante il tentativo di Speziali di mostrarsi estraneo alla latitanza di Dell’Utri, gli elementi acquisiti ci permettono di affermare l’esatto contrario» tuona il procuratore aggiunto. «Indipendentemente dai modi in cui interloquisce con le persone, Speziali è un soggetto affidabile per il peso del circuito di cui fa parte». Un circuito composito, su cui forse non è stata ancora completata la discovery, ma che di certo è finito al centro di un’indagine che a Breakfast è collegata e ipotizza l’esistenza di uno “Stato parallelo”, un sistema pancriminale che tiene insieme politica, grande impresa e mafie. (a.candito@corrierecal.it)







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