“Breakfast”, il pm chiede 4 anni e 6 mesi per Scajola e 11 anni per Chiara Rizzo

La requisitoria del procuratore aggiunto Lombardo. L’ex ministro dell’Interno è imputato per aver aiutato l’ex parlamentare Matacena a sfuggire all’esecuzione di una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa e a occultare il suo patrimonio

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA 
Niente aggravante mafiosa, ma una richiesta di condanna pesante per Claudio Scajola arriva comunque. Per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo non ci sono margini di dubbio: l’ex ministro ha agevolato la latitanza dell’ex deputato di Forza Italia, Amedeo Matacena, per questo deve essere condannato a quattro anni e sei mesi. «Scajola – tuona in aula il procuratore aggiunto –  presta un aiuto penalmente rilevante a favore del Matacena, consapevole che è un soggetto che va tenuto operativo e che quell’operatività va mantenuta tramite la moglie Chiara Rizzo». Sel’ex ministro si salva dall’aggravante mafiosa – spiega Lombardo – è solo grazie ad alcune recentissime sentenze di Cassazione, che hanno reso assai più stringenti i criteri che permettono di contestarla.
LE RICHIESTE DI CONDANNA PER GLI ALTRI IMPUTATI Per Lady Matacena, come per la segretaria dei coniugi, Maria Grazia Fiordelisi, e il braccio operativo dei due, Martino Politi «l’aggravante mafiosa è perfettamente integrabile». E le pene richieste sono ben più severe. Undici anni e 6 mesi per Chiara Rizzo, che quando sente la richiesta del procuratore, sbarra gli occhi, si alza in piedi e va via. Sette anni e sei mesi per Martino Politi, stessa pena invocata per Fiordelisi, nonostante le attenuanti concesse per l’atteggiamento collaborativo avuto con inquirenti e investigatori. «Ha spiegato di aver fatto una serie di cose da amministratrice di A&A ma su indicazione di Matacena e Rizzo. Afferma di essere stata strumento. Ma lo strumento persona fisica non è esente da responsabilità». Anche lei – spiega Lombardo – faceva coscientemente parte della rete che ha permesso al referente politico ed imprenditoriale dei clan Amedeo Matacena di mantenere libertà e operatività.
IL RUOLO DI MATACENA E lui «non è un semplice concorrente esterno della ‘ndrangheta reggina» spiega il procuratore aggiunto «e questo non è il mio pensiero, né lo hanno detto solo diversi collaboratori di giustizia, ascoltati anche in questa sede, ma si legge nella sentenza che ha portato alla condanna di Matacena». Pagine – ricorda il magistrato – da cui emerge in modo chiaro, cristallino il patto che ha legato la ‘ndrangheta e il politico. Matacena ha il potere di dire no al pizzo che chiedono i Rosmini, perché si rapporta da pari, avendo già contribuito all’associazione. Ma ad un imprenditore estorto – sottolineano i giudici in sentenza – le cosche non riconoscono il diritto di rifiutare il pagamento del pizzo e «quel potere (evento assolutamente inconsueto fra estorto ed estortore) che il Matacena dimostra di avere, tanto da poter paralizzare la richiesta di pagamento, con una di “eccezione di compensazione”: avendo egli già favorito l’associazione, aveva già tributato ad essa quanto dovuto e poteva pretendere di essere esonerato dal pagamento della tangente».
APPORTO FATTIVO E RAPPORTO PARITARIO Circostanze che per i giudici che in seguito hanno condannato il politico armatore provano «l’apporto fattivo che il Matacena aveva già profuso in favore della cosca Rosmini: nessun altro imprenditore avrebbe potuto vantare una posizione di forza, interloquendo con una cosca mafiosa, imponendo ad essa il proprio volere». In più, aggiungono, «se il Matacena vantava un credito nei confronti della cosca Rosmini, ciò significa che egli si era già prodigato in favore della cosca: appare inevitabile dover concludere che lo stesso imputato, con il suo rifiuto, ha offerto la prova di aver favorito ed aiutato la cosca Rosmini». Per Lombardo «raramente si leggono sentenze che si esprimono con tale chiarezza tra soggetti che dovrebbero porsi in posizioni diverse». E quella dei giudici che hanno condannato Matacena è forse anche una «valutazione prudenziale» perché quello dell’ex deputato di Forza Italia non appare un atteggiamento da pari nei confronti di Rosmini, ma da sovraordinato.
«RIZZO SI E’ SOSTITUITA AL MARITO» Questo è il sistema che Matacena lascia dietro di sé quando si allontana dall’Italia per sfuggire all’esecuzione della sentenza definitiva di condanna per concorso esterno, ma anche l’accordo che Rizzo, Politi e Fiordelisi si trovano obbligati a garantire. «Chiara Rizzo spesso si è completamente sostituita al marito». Lo dicono le conversazioni e mail intercettate, inclusa quella con l’avvocato Battistini che alla moglie di Matacena raccomanda «non devi assolutamente fare da prestanome a tuo marito». Ma lo raccontano anche le scorribande imprenditoriali reggine della A&A servita per distribuire lavori a diverse imprese di ‘ndrangheta. «E sottolineo imprese», dice il magistrato. «Quella società assume un rilievo enorme in relazione alla ‘ndrangheta».
LA COGEM E L’EQUA DISTRIBUZIONE DEGLI APPALTI FRA I CLAN Tramite la Cogem, la A&A negli anni è riuscita spartire con i maggiori clan reggini quasi 65milioni di euro di opere pubblice. Dei Matacena però formalmente non c’era traccia, grazie a una rete di società fiduciarie che hanno nascosto la vera titolarità della Cogem e di fronte a cui le verifiche prefettizie si sono arrestate. Con tanto di certificazione antimafia, le società del politico armatore hanno continuato a lavorare. «E l’operatività che ha continuato a mantenere sul territorio reggino – spiega Lombardo – si è tradotta in operatività a favore della ‘ndrangheta reggina tramite le sue più note articolazioni societarie territoriali: Sica, Zumbo Colori, Real Cementi, Italsavio, Edilprimavera». Tutte società negli anni successivi protagoniste delle inchieste che hanno svelato come la ‘ndrangheta governi l’imprenditoria reggina, pubblica e privata, con buona pace dei periodici proclami ufficiali.
«CONTESTO IMPRENDITORIALE DEI MATACENA NON ESTRANEO A SCAJOLA» E Scajola nulla sapeva, nulla immaginava di tutto ciò? In realtà, per il procuratore aggiunto Lombardo non è esattamente così. Anzi. «È un contesto non estraneo a Scajola – dice Lombardo – quanto meno dal punto di vista materiale». E finisce per confermarlo lo stesso ex ministro, che intercettato al telefono con la segretaria, le racconta di quel compleanno passato sotto una pioggia torrenziale ad attendere Rizzo, accompagnata solertemente ad una riunione per discutere di quei progetti «che aveva iniziato suo marito, ma avevo seguito anche io». O la vicenda Tecnofin, con Matacena consulente che viaggiava in India con lettere ministeriali di raccomandazione. O ancora quel milionario finanziamento di Industria2015 su cui a Matacena si chiedevano «feedback da Scajo».
IL CAPITALE SOCIALE Se questi rapporti abbiano portato al ministro benefici concreti non è dato sapere. Non è prova che sia emersa in dibattimento. «Non c’è un dato su Scajola imprenditore, neanche marginalmente o per via indiretta» riconosce Lombardo. Ma l’ex ministro, afferma, «risponde comunque  di un reato gravissimo in relazione ad un condannato per mafia. Scajola presta un aiuto penalmente rilevante a favore del Matacena, consapevole che è un soggetto che va tenuto operativo e che quell’operatività va mantenuta tramite la moglie Chiara. Non aiuta la Rizzo, aiuta Matacena anche attraverso il contributo che può portare un’intricata rete di relazioni e assume iniziative che la Rizzo conosce solo in una fase successiva». È qui che salta fuori la figura di Vincenzo Speziali.
LA RETE DI SPEZIALI Omonimo nipote dell’ex senatore del Pdl, Vincenzo Junior è anche parente acquisito del potentissimo capo delle Falangi libanesi, nonché ex presidente della Repubblica dei Cedri, Amy Gemayel. Rapporti che Speziali jr ha usato – dice Lombardo – per gestire grandi latitanze. Per questo – spiega in aula Lombardo – agli occhi dei protagonisti di questa vicenda non è un soggetto inaffidabile. Al contrario, attraverso i legami di cui può beneficiare è in grado di garantire le esigenze che Matacena e i suoi chiedono. È un soggetto che apre un canale nuovo, che sta gestendo un affare delicatissimo (la latitanza di Dell’Utri) dunque diventa affidabile». Questioni discusse e negoziate in circuiti relazionali su cui le indagini non sembrano affatto terminate.
L’INCHIESTA CHE VERRA’ Lo ha suggerito nel corso del dibattimento l’integrazione investigativa condensata nell’informativa “Stato parallelo”, la testimonianza del pentito Cosimo Virgiglio, i riscontri investigativi che hanno puntellato quelle dichiarazioni. «Ma il circuito relazionale che emerge non consente di superare una serie di sbarramenti legati a lacune investigative che non possono essere colmate in questa sede». Magari sarà fatto in una fase successiva. In ogni caso, un dato emerge. Ed in modo chiaro.
ASILO POLITICO PER UN CONCORRENTE ESTERNO AI CLAN «La vera forza di Matacena  – conclude Lombardo – sta in una fittissima rete di relazioni in cui operano anche Claudio Scajola e Vincenzo Speziali. È una rete di relazioni, che è cosa diversa dalla struttura criminale. Quella rete ha messo a disposizione disponibilità personali e relazionali ulteriori per salvaguardare Matacena. Nessuno ha detto a Matacena ‘Torna in Italia e consegnati’. Anzi si parlava di asilo politico e questo significa che c’è un pensiero a monte: Matacena è un perseguitato. Da chi? Dalle decine di giudici che hanno valutato la sua posizione?». Scajola sembra pensarla così. E a fine udienza rivendica  «Mi sono interessato perchè in modo legale attraverso l’ambasciata potesse essere verificata la possibilità di concedere l’asilo politico. Tutto qua». Asilo politico per un condannato per concorso esterno? Evidentemente, per l’ex ministro un tempo a capo di quel Viminale che della lotta alla ‘ndrangheta dovrebbe fare una priorità, poco importa: «Un condannato a 3 anni,credo che la risposta sia questa».(a.candito@corrierecal.it)





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