Scoperchiata l’economia “nera” dei clan reggini – VIDEO

L’inchiesta che ha portato al sequestro di 200 milioni è legata alle attività di riciclaggio e rinvestimento dei soldi delle cosche portate avanti da quattro imprenditori. Per lo più le risorse finivano nel settore edile della città

REGGIO CALABRIA Riciclavano i soldi che provenivano dalle storiche famiglie di ‘ndrangheta di Reggio, rinvestendoli in attività imprenditoriali. Soprattutto del settore edile. È questo il sistema che ha permesso a quattro imprenditori strettamente legati alle cosche dei “Tegano” e “De Stefano” di accumulare negli anni un patrimonio immenso costituito da aziende, immobili, terreni, nonché disponibilità finanziarie e rapporti bancari e assicurativi (qui la notizia). Si tratta degli imprenditori reggini Andrea Francesco Giordano 68 anni, Michele Surace 62 anni, Giuseppe Surace 35 anni e Carmelo Ficara, 63 anni, già finiti in carcere nell’ambito dell’operazione “Monopoli”. Il meccanismo messo in piedi – grazie ad una complessa indagine portata avanti dai comandi provinciali della Guardia di finanza e dei carabinieri di Reggio assieme al personale Centro Operativo della Direzione investigativa antimafia, e del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata della Guardia di Finanza – dimostra il livello di specializzazione a cui sono giunti i clan reggini.
Secondo quanto ricostruito nel corso dell’indagine, coordinata dal procuratore capo Giovanni Bombardieri, che ha fatto scattare nei mesi scorsi l’operazione “Monopoli”, i quattro imprenditori – sfruttando l’appoggio delle più temibili cosche cittadine – erano riusciti ad accumulare, in modo del tutto illecito, enormi profitti prontamente riciclati in fiorenti e diversificate attività commerciali.
IL MONOPOLIO SUL BINGO A REGGIO Grazie alle indagini portate avanti dagli inquirenti, è emerso come gli imprenditori Andrea Giordano e Michele Surace, quest’ultimo coadiuvato dal figlio Giuseppe, con l’aiuto delle cosche cittadine, fossero riusciti ad accumulare, in modo del tutto illecito, enormi profitti prontamente riciclati attraverso diverse attività commerciali. Tra le quali l’unica Sala Bingo presente nel comune di Reggio Calabria. Un’attività gestita dagli imprenditori in regime di “monopolio” in virtù, secondo gli inquirenti, di precisi accordi stipulati con i vertici della famiglia “Tegano” di Archi. Gli imprenditori inoltre, dalle risultanze investigative, avrebbero reinvestito ingentissime quantità di denaro per lo più nel settore edile, grazie alla costituzione di diverse società intestate fittiziamente a prestanome.
GLI IMPRENDITORI DEI CLAN Per potare alla luce il profilo criminale degli imprenditori Andrea Giordano e Michele Surace, gli inquirenti si sono avvalsi delle rivelazioni di alcuni collaboratori che hanno chiarito come i due fossero affiliati da molto tempo ai “Tegano” di Archi. Secondo quanto emerso sarebbero stato principalmente in contatto con il boss Giovanni Tegano attualmente detenuto.
Gli approfondimenti investigativi svolti dai carabinieri hanno permesso di ripercorrere le fortune del duo imprenditoriale Surace-Giordano, che hanno preso il via dall’attività di costruzione di fabbricati nell’edilizia residenziale.
Infatti, verso la fine degli anni ’90, i due hanno realizzato il complesso residenziale “Mary Park” – fabbricato in cui è presente l’unica sala bingo cittadina – e numerose villette a schiera, in cui era stata riservata la disponibilità di un appartamento a Giuseppe Tegano, fratello del boss Giovanni.
Lo stretto rapporto con la cosca, nel tempo, ha garantito ai due imprenditori un eccezionale sviluppo economico. Secondo quanto emerso il sistema era tanto collaudato da divenire nel tempo un tassello fondamentale dell’intero meccanismo di riciclaggio e reinvestimento dei proventi illeciti della “famiglia”.
Mentre l’imprenditore Carmelo Ficara, stando alle risultanze degli inquirenti, grazie ad un accordo siglato con i “De Stefano” avrebbe ottenuto protezione e possibilità di sviluppo imprenditoriale ed edificatorio, soprattutto nel territorio di Archi.
Le attività criminali dei tre imprenditori erano già emerse nel corso di un’altra operazione – “Martingala” – che aveva portato alla luce un articolato sodalizio criminale dedito alla commissione di gravi delitti tra cui – a vario titolo – quelli di associazione mafiosa, riciclaggio e autoriciclaggio, associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni, con l’aggravante – per alcuni di essi – del metodo mafioso – e conclusa nel 2018 con l’esecuzione di arresti nei confronti di 27 persone, nonché di provvedimenti cautelari reali nei confronti di 51 società – anche estere – partecipazioni sociali, beni mobili e immobili, disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo stimato in circa 119 milioni.
IL SISTEMA “SCIMONE” Nel corso di quell’operazione era emerso un meccanismo fraudolento, messo in piedi da Antonio Scimone – da cui il prende il nome il sistema – che, attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti – grazie all’impiego di società cartiere – era funzionale alla consumazione di frodi fiscali e di riciclaggio, nonché al reimpiego di imponenti flussi finanziari provenienti da imprenditori espressione dell’infiltrazione economica della ‘ndrangheta.
IMPRESE AL SERVIZIO DELLE COSCHE  Secondo quanto emerso dalle indagini, gli imprenditori, inseriti nelle file della ‘ndrangheta reggina, avessero stabilmente e in maniera sistematica messo a disposizione – nel tempo – le proprie risorse economiche e capacità professionali, non solo a favore delle cosche Tegano e De Stefano, ma anche a sostegno delle più importanti famiglie mafiose del capoluogo quali i Latella, Libri ed i Labate, nell’ottica dell’ormai riconosciuta unitarietà della ‘ndrangheta.
IL MECCANISMO DI INTESTAZIONI FITTIZIE Dalle indagini è emerso anche un complesso sistema di intestazioni fittizie dei beni – architettate dagli imprenditori con la complicità di familiari e prestanome – per eludere l’applicazione dì misure di prevenzione patrimoniali, attraverso la costruzione di articolate strutture volte a schermare la titolarità di fatto di società e immobili costituenti un cospicuo patrimonio di provenienza delittuosa.
IL PATRIMONIO SEQUESTRATO Alla luce delle indagini, il Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di Prevenzione – su richiesta della locale Distrettuale Antimafia, ha disposto l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale del sequestro dell’intero patrimonio riconducibile alle quattro persone nonché ai rispettivi nuclei familiari.
Si tratta dell’intero compendio aziendale di 20 aziende edili (comprensivo, altresì, di quote sociali, 172 immobili, 9 veicoli), quote societarie relative a 10 imprese, 284 tra fabbricati e terreni, 4 veicoli, nonché disponibilità finanziarie e rapporti bancari e assicurativi, per un valore stimato in oltre 200 milioni di euro. (rds)







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