Massacrarono di botte un’anziana per una rapina, condannata la gang reggina

I giudici della Corte d’assise hanno inflitto ai tre rapinatori pene pesanti. Massimo Berlingeri è stato condannato a 17 anni e 4 mesi, Benito Alessandro Bevilacqua a 17 anni e Patrizia Caristo a 14 anni e 4 mesi. Sarebbero gli autori del delitto della 88enne uccisa in casa per ottenere i suoi soldi

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA L’hanno picchiata così selvaggiamente da provocarne la morte e per questo dovranno scontare condanne che vanno dai 17 anni e 4 mesi ai 14 anni e 4 mesi. Sono stati tutti condannati i rapinatori che il 21 ottobre 2017 hanno massacrato di botte l’88enne Maria Ficara, per obbligarla a rivelare dove fosse il denaro che teneva nascosto in casa.
Accogliendo le richieste del pm Roberto Di Palma che ha coordinato l’inchiesta e sostenuto in aula l’accusa, la Corte d’Assise di Reggio ha condannato Massimo Berlingeri a 17 anni e 4 mesi, Benito Alessandro Bevilacqua a 17 anni e Patrizia Caristo a 14 anni e 4 mesi. Predatori seriali riconosciuti colpevoli di una serie di scippi e rapine, sono stati loro – ha confermato la sentenza – a massacrare l’anziana donna nell’ottobre di due anni fa. Una “preda” classica per loro, che – come ha rivelato l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni e dal pm Roberto Di Palma – puntavano sempre donne, anziani e in generale soggetti ritenuti non in grado di difendersi.
Il metodo era sempre lo stesso: ne studiavano casa e abitudini, poi li sorprendevano o li ingannavano e una volta in casa, a forza di botte li costringevano a consegnare denaro o preziosi. Con Maria Ficara hanno esagerato. Pur di strapparle quei 47mila euro che sapevano nascosti in casa, l’hanno picchiata così forte da ucciderla e quando se ne sono resi conto l’hanno abbandonata senza vita. Da quel delitto efferato sono partite le indagini che hanno permesso di individuare ed incastrare i tre rapinatori. Ascoltati, monitorati e intercettati per mesi, gli investigatori – che nel frattempo facevano saltare ogni colpo che i tre programmavano – li hanno sentiti inveire contro l’anziana donna. Per nulla pentiti o sconvolti dall’omicidio commesso, i tre non immaginavano che dietro ogni rapina saltata ci fossero gli investigatori, ma pensavano fosse colpa delle “malanove”, le maledizioni, con cui la donna li avrebbe colpiti prima di morire, impedendo loro di continuare a «guadagnarsi da vivere». Quando un anno fa li hanno sorpresi e arrestati, i tre hanno scoperto che all’origine della loro “sfortuna” c’erano le cimici degli investigatori e oggi la sentenza non ha fatto che confermare la solidità dell’indagine che anche grazie a quelle microspie è stata costruita. (a.candito@corrierecal.it)







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