Aziende sequestrate in mano a un uomo dei clan reggini, indagati anche avvocato e commercialista

Dall’inchiesta “Gattopardo”, che ha portato all’arresto dell’imprenditore Carmelo Cartisano, emergono anche le minacce ai dipendenti (costretti a rinunciare a quote di stipendio) e a un direttore di banca

REGGIO CALABRIA Nell’operazione “Gattopardo”, condotta dai carabinieri con il coordinamento della Dda di Reggio Calabria, e che ha portato all’arresto di Carmelo Cartisano (qui la notizia), sono anche indagati l’avvocato Marco Crocitta e il commercialista Giovanni Morabito. Crocitta e Morabito, secondo quanto è detto nell’ordinanza emessa dal gip di Reggio Calabria, Stefania Rachele, sono coinvolti nell’inchiesta «per fatti consumati in concorso morale in qualità di professionisti, perché fornivano le informazioni tecniche ed i consigli giuridico-economici necessari a garantire la disponibilità sostanziale di un bene sequestrato a Cartisano».
Le indagini dei carabinieri, inoltre, hanno evidenziato che Cartisano, «approfittando della situazione di depressione del mercato del lavoro e della conseguente debolezza contrattuale dei lavoratori dipendenti che ostacolava la privata difesa degli stessi, nonché delle modalità di gestione del citato ramo d’azienda (il Naos) sottoposto a sequestro, alcuni dipendenti a consegnare una quota dello stipendio mensile, risultante dalla busta paga ovvero a rinunciare a riceverlo». Pressioni che costringevano alle «dimissioni immediate di una dipendente per motivi familiari, rinunciando così al godimento delle ferie maturate, nonché del diritto ad ottenere il corrispettivo dovuto per la loro mancata fruizione».
I carabinieri hanno anche portato alla luce un episodio avvenuto nell’ottobre del 2018 nell’agenzia di Catona del Banco di Napoli, quando Cartisano «mediante minaccia implicita, alterando ed elevando progressivamente il tono di voce ed incominciando ad imprecare, nel contesto di un pregresso rapporto intimidatorio, avrebbe costretto il direttore della filiale a consegnare ad una prestanome un carnet di assegni che, a tutela degli interessi dell’istituto di credito e delle relative regole interne, non gli spettava, a cagione del rischio elevato connesso all’operatività finanziaria del conto corrente e della sua riferibilità sostanziale allo stesso Cartisano, conseguendo così un ingiusto vantaggio patrimoniale con altrui danno. Fatto consumato avvalendosi del metodo mafioso, derivante dal suo ruolo all’interno della ‘ndrangheta reggina, con riferimento all’area nord del Comune di Reggio Calabria, grazie al quale egli vinceva le resistenze della vittima, facendo comprendere che la reazione avverso un rifiuto per sostenere il piano criminoso, grazie al quale egli operava sul mercato attraverso l’intestazione fittizia di attività economiche, conti correnti e carte di pagamento, avrebbe potuto essere quella dell’intera cosca di appartenenza».







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