Si pente il boss imprenditore, tremano le cosche (e i colletti bianchi) di Reggio

Dopo la condanna a 12 anni e 4 mesi nel processo “Araba fenice” Pino Liuzzo decide di collaborare con la giustizia. Con le prime dichiarazioni depositate inguaia il medico dei clan. E parla dei rapporti con Matacena e con Sarra

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA Ha collezionato processi e condanne, ma dopo i 12 anni e 4 mesi rimediati nel processo “Araba fenice”, Pino Liuzzo si è stufato. Boss imprenditore, a capo di una vera e propria holding criminale capace di allungare i tentacoli da Reggio Calabria a Milano, sempre grazie ai buoni rapporti con gli altri clan, nell’ottobre scorso ha iniziato a collaborare. Sulle sue dichiarazioni vige ancora il più stretto riserbo, ma i primi parziali verbali sono stati già depositati in alcuni dei procedimenti in corso.
GUAI PER IL MEDICO DEI CLAN A partire da quello che contesta al dottore Francesco Cellini, coinvolto nell’inchiesta “Sansone” come camice bianco in odor di clan, l’origine totalmente illecita di buona parte del suo patrimonio. E per il professionista le dichiarazioni di Liuzzo sono un gigantesco problema perché non solo confermano in pieno le ipotesi dei magistrati, ma disegnano con precisione i rapporti non solo professionali di Cellini con uomini di ‘ndrangheta dei clan più diversi. E non si trattava solo dei provvidenziali ricoveri, sempre utili per evitare il carcere, di cui tanti boss hanno beneficiato. «So che nella sua clinica c’erano tali Mazzagatti, ergastolano, Nino Sergi di Pellaro ed altri», conferma il boss imprenditore.
«INSIEME APPOGGIAVAMO MATACENA» Liuzzo lo può fare perché i suoi rapporti con il camice bianco dei clan risalgono agli anni Novanta. All’epoca, spiega al pm Walter Ignazzitto che lo interroga, «insieme a Giuseppe Aquila, appoggiavamo l’onorevole Matacena per una delle campagne elettorali da questi affrontata». E ad appoggiare l’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno come referente politico del clan Rosmini e oggi latitante a Dubai, era la ‘ndrangheta.
RAPPORTI PERSONALI E INFORMAZIONI DI PRIMA MANO Ma se all’epoca la conoscenza era superficiale, dopo – mette a verbale Liuzzo – è diventata assai più approfondita. Soprattutto «tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004» quando – riferisce – Mimmo Morabito, genero di Totò Tomaselli, capo di una famiglia legata ai Serraino «me lo presentò come suo compare». E i rapporti tra il medico e il clan dovevano essere stretti se proprio dai Tomaselli Cellini ha ottenuto – ovviamente in maniera del tutto anonima e informale – i soldi necessari per far andare avanti la clinica in un momento di crisi di liquidità. «Ritengo che si trattasse di una fittizia intestazione, anche in ragione dei problemi con la giustizia avuti da Tomaselli».
LO ZAMPINO DI SARRA Un business in cui ha finito per entrare anche l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, attualmente imputato come riservato dei clan nel maxiprocesso Gotha. Con lui – afferma Liuzzo – «il rapporto era stretto» tanto che Sarra aveva fatto assumere la sorella di Liuzzo nella farmacia di famiglia e aiutato il cognato dell’uomo ad esibirsi come cantante lirico. Al boss imprenditore, l’ex sottosegretario regionale aveva confessato di aver messo gli occhi sulla clinica, come poi confermato tanto da Morabito, che per i Tomaselli già ci era entrato da un po’, come dallo stesso “dottore dei clan”. «Ci fu un periodo in cui Morabito e Sarra gestivano la clinica, anche se amministratore era sempre Cellini»
RAPPORTI CON TUTTI I CLAN Ma il dottore aveva rapporti con tutti i clan. «È stato sempre un punto di riferimento per le famiglie di ‘ndrangheta – spiega Liuzzo – soprattutto gli arcoti». Come i Tegano, ai quali – spiega il boss imprenditore era legato anche da «un “San Giovanni” con una parente loro». E «con Domenico Sconti, detto Mimì, genero dei Serraino». Ma anche i Latella, “signori” della zona di Croce Valanidi, Ravagnese e territori limitrofi, non hanno mai esitato a relazionarsi con lui. E Cellini non li ha mai scontentati. Quando Nino Latella, all’epoca capo del clan, ha chiesto di ricoverare il fratello Giacomo per permettergli di uscire dal carcere non ha incontrato resistenza alcuna. E una volta lì, il fratello del boss «poteva beneficiare di ampia libertà, che si concretizzava soprattutto nel poter ricevere visite dai familiari ed estranei, come Sandro Mancini che era suo socio nell’edilizia». E quando ha rischiato di tornare in carcere, ci hanno pensato le relazioni redatte da Cellini da attestare una condizione così grave da far sfumare l’ipotesi. «Non so come alla fine si accordarono fra loro. So che però Giacomo Latella è rimasto per anni all’interno della clinica». E secondo quanto emerso dalle indagini, non solo lui. (a.candito@corrierecal.it)







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