«Buffoni». «Bugiardo». In Piemonte clan e politica prima si accordano e poi litigano

Trattative agitate tra due uomini della ‘ndrangheta e l’assessore Rosso per l’acquisto di un pacchetto di voti. Il tentativo (fallito) di un candidato di Fi che interessava alle cosche. Gli incontri con pezzi grossi del centrodestra e il business dell’Iva dei Comuni. «Dobbiamo prendere in mano il paese. E i lavori alla Tav devono andare avanti»

di Pablo Petrasso
Alla fine della fiera – dopo accordi raggiunti e poco rispettati, voti messi all’asta e retromarce – sono i due ‘ndranghetisti a dare al politico del “bugiardo”. Un segno dei tempi pure questo, forse. Il Gip distrettuale di Torino lo sottolinea nell’ordinanza che ha portato in carcere Roberto Rosso, assessore regionale in Piemonte e uomo di punta di Fratelli d’Italia. Rosso avrebbe acquistato una parte del proprio sostegno da Onofrio Garcea e Francesco Viterbo, personaggi legati alle cosche calabresi. Un affare tormentato: stando alle risultanze investigative, i due avrebbero chiesto inizialmente 50mila euro per offrire il servizio, poi sarebbero scesi a 15 mila. Infine, accusati di “scarso rendimento” dal politico, avrebbero negoziato per 8mila euro. Non senza una solenne incazzatura da parte, soprattutto, di Viterbo.

L’ACCORDO TRADITO: SOLO DUE VOTI A SAN GILLIO Il futuro membro della giunta raccoglie più di 4.400 voti lo scorso 26 maggio. E’ il primo tra i suoi in provincia di Torino ma non vede quale sia il valore (elettorale) aggiunto dall’impegno dei due “compari”. A San Gillio, ad esempio, comune di residenza per Viterbo, di voti ne arrivano soltanto 2 (su un totale di oltre 1.500 andati ai vari candidati). «Buffoni, farabutti… son dei cacciapalle incredibili», commenta con l’amica che ha creato la connessione con i due. Secondo i magistrati dell’antimafia piemontese, Rosso aveva già pagato 2.900 appena chiuso l’accordo con i due ‘ndranghetisti. Avrebbe dovuto pagare il resto in più tranche, ma dopo aver visto i numeri non ci pensa proprio. Prima sparisce per un po’, poi cerca un accordo a metà strada. Meglio così, per evitare guai. L’amica glielo spiega: «No, non ne esci più perché (Viterbo, ndr) mi ha detto che venerdì viene da me e succede un casino». Cosa accade poi, lo documentano le videocaere degli investigatori. Rosso infila “qualcosa nella borsa” dell’amica. Anche se «non è nota la natura del bene che Rosso le ha ceduto, si può ritenere, tuttavia, che alla luce delle controversie di natura economica in atto, Rosso possa averle consegnato una somma di denaro», scrive il Gip.

«UN BUGIARDO» Per Viterbo, che ha la necessità di mantenere il proprio prestigio criminale, il comportamento di Rosso – e la rottura dei patti – è intollerabile. «Si è comportato male – dice – è una presa in giro, più che altro. Per me è un bugiardo». La lite finale non evita al politico di Fdi le pesanti considerazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare. Rosso sarebbe al corrente «della personalità degli interlocutori» e, «nella previa consapevolezza della caratura criminale» di Garcea e Viterbo, «abbia avvertito il concreto pericolo di conseguenze indesiderabili».

L’AVVICINAMENTO A FORZA ITALIA L’interesse dei due presunti ‘ndranghetisti per la politica non è, tuttavia, confinato alla sola candidatura di Rosso. Garcea, che nel corso degli anni ha spostato i propri interessi criminali dalla Liguria a Torino, ha un aspirante consigliere regionale in famiglia. Si tratta – sempre secondo la Dda di Torino – di Domenico Garcea, fratello della sua compagna. Garcea è iscritto a Forza Italia ed è consigliere della VI Circoscrizione di Torino. La sua corsa non sarà vincente. Arriva quinto tra i forzisti nella provincia del capoluogo con 1.090 voti, distante più di 1.600 preferenze dalla seconda posizione, che sarebbe quella utile all’ingresso in Consiglio. L’ordinanza racconta anche l’interessamento di Garcea per questa “scalata” politica. Ma soprattutto la possibilità, da parte di Francesco Viterbo, di partecipare a incontri con esponenti importanti di Fi. «Viterbo – scrive il Gip – è stato invitato dal “noto” imprenditore Giovanni Parisi a una manifestazione di Forza Italia, tenutasi alle 10 nel comune di Nichelino, dove si svolgeva la presentazione del candidato Benedetto Nicotra, già sindaco di Santena». Viterbo accetta l’invito perché ha in mente un affare: vorrebbe parlare all’imprenditore «di una società che compra l’Iva, in quanto era a conoscenza “che questi Comuni hanno tanta Iva da vendere”».

«PRENDERE IL PAESE IN MANO» Lo scopo è quello di «stringere rapporti con esponenti politici al fine di poter trattare l’acquisto di “Iva a credito” dalle amministrazioni comunali». Il 24 febbraio 2019 chiama Garcea «per informarlo dell’incontro avuto a Nichelino con onorevoli di Forza Italia». E racconta «di aver parlato con l’onorevole Napoli… e Bertoncino, con i quali hanno discusso sia di “dover prendere il paese in mano”, facendo riferimento alle elezioni amministrative del Comune di San Gillio sia che i lavori nel cantiere della Tav a Chiamante devono proseguire». Per i magistrati è quasi una citazione rosiana de “Le mani sulla città”, un «contegno eloquente, idoneo a porre in evidenza la natura tentacolare della ‘ndrina e i connessi movimenti in ogni direzione (illecita) dettata dal profitto». Accade in Piemonte, prima regione del Nord ad avere un consiglio comunale sciolto per mafia (Bardonecchia, nel 1995). Un territorio in cui le cosche inquinano l’economia e trovano sponde nella società civile, fanno affari e riescono a colonizzare la curva dello Juventus stadium. (p.petrasso@corrierecal.it)





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