Summit in carcere, nomine difensive “a orologeria” e logge deviate. L’impasto che “soccorre” i clan

Dall’inchiesta della Dda di Reggio su Cosimo Commisso emerge un quadro allarmante dei rapporti all’interno dei penitenziari. I pentiti raccontano il comportamento del boss di Siderno e la sua “libertà di movimento”. Il rapporto con Paolo Romeo e il legale utilizzato «per comunicare all’esterno»

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA
Non si smette di essere boss. Neanche dietro le sbarre. Al contrario, è lì che capi più o meno storici dei clan calabresi rinnovano il proprio potere, attraverso una liturgia di gesti, comportamenti che in filigrana raccontano gerarchie, ruoli, alleanze. Un galateo che chi è capo davvero può permettersi il lusso di ignorare, con il precipuo proposito di gabbare la forse fin troppo distratta amministrazione delle carceri, che vede senza capire o fingendo di non farlo, oppure forse non guarda affatto.
MASTER DI PERFEZIONAMENTO CRIMINALE In assenza pressoché totale di un qualsiasi servizio che renda effettiva e concreta la funzione rieducativa della detenzione, anche a causa di un sistema che riempie le carceri soprattutto di “ladri di polli” che pagano la marginalità con la detenzione, la permanenza in cella – confessa un investigatore di lungo corso – «è diventata una sorta di master criminale per gli affiliati di basso rango e un modo per affermare il proprio potere per i boss». E boss lo è rimasto anche dietro le sbarre Cosimo Commisso, “U quagghia”, riarrestato di recente nell’ambito dell’operazione che ha svelato gli affari e i volti della ‘ndrangheta in Umbria.
PEDIGREE DI CAPO Fuori di galera non è rimasto molto, ma non ha dovuto sforzarsi più di tanto, anzi forse per nulla – ha svelato l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – per dimostrare di avere ancora quel potere che insieme al padre Francesco ha ereditato dallo storico patriarca, don ‘Ntoni Macrì, che nel 1979 ha pagato con la vita le resistenze al nuovo corso dei clan calabresi. Ufficialmente, uno scontro fra chi puntava sul narcotraffico internazionale a larga scala e i nuovi business e chi premeva per mantenere intatta la struttura della ‘ndrangheta fortemente ancorata ad affari locali. In realtà, il golpe perfettamente riuscito dei luogotenenti dell’epoca, primo fra tutti il clan De Stefano, con l’appoggio dei Piromalli. Anche i Commisso sulla Jonica, all’epoca hanno fiutato l’aria. E sono stati loro ad ereditare il bastone del comando che un tempo era di Macrì, trasformando rapidamente il clan in una holding internazionale del crimine, grazie alla fitta trama di parentele e amicizie con il Siderno Group of Crime, che fra i vertici vedeva anche il cugino diretto del Quagghia, Rocco Remo Commisso.
LA “MANO DEL COMANDO” DI COMMISSO È questo il pedigree criminale che Cosimo Commisso vanta, quando una serie di sentenze lo condannano ad una lunga permanenza dietro le sbarre. Ma lui – dice il pentito Giuseppe Costa, la cui famiglia è stata quasi cancellata dai Commisso in una faida sanguinosa – «ha continuato a rivestire questo ruolo di capo anche durante la detenzione, persino quando era sottoposto a regime di 41 bis». A Costa lo confida un altro pentito, Cipriano D’Alessandro, ex killer dei Casalesi. Lui, dice Costa, «aveva potuto notare che il Commisso aveva sempre “la mano del comando “, nel senso che si comportava in carcere come il responsabile dei detenuti calabresi».
LE CONFIDENZE DEI MOLLICA E forse da “esterno” che in carcere chiede e ottiene spiegazioni, D’Alessandro è ancor più grado di riferire in dettaglio e con precisione le dinamiche di cui è spettatore. A fargli da “guida” sono i Mollica, storico clan della Africo dei Morabito “Tiradritto”, con i quali, spiega «noi casalesi avevamo buoni rapporti perché in passato Leo Morabito ed il fratello avevano avuto affari in comune con lo Zagaria, anche in relazione al traffico di armi». Forse anche per questo i Mollica non hanno lesinato informazioni anche assai riservate sul ruolo di Commisso.
TUTTO È POSSIBILE CON IL PERMESSO DEI BOSS È stato lui ad autorizzare il fratello di Pasquale Mollica ad avviare la procedura per farsi riconoscere l’inesigibilità della collaborazione che «pur non comportando alcuna effettiva dichiarazione o collaborazione da parte del Mollica, era considerata negli ambienti criminali, specie ‘ndranghetistici, come un ‘onta, una vera e propria infamia». Ma tutto si può fare con il permesso dei capi e «anche se i Mollica appartenevano ad un’altra famiglia – rivela D’Alessandro – era normale che chiedessero il permesso al Commisso, perché questi rappresentava un potere che esercitava la sua influenza su tutti i soggetti dell’area ionica reggina». Glielo aveva fatto capire anche lo stesso Quagghia, che «con me si confidava e mi raccontava molte cose». Dall’estensione dell’impero economico di famiglia in Canada alle vecchie faide che aveva gestito in Calabria. «Mi accennava anche al fatto che veniva accusato di avere rapporti con la massoneria, ma lo faceva in un modo che lasciava trasparire, in realtà – spiega il pentito – tutto il suo compiacimento per questa idea e che lasciava intendere che fosse una situazione reale».
REGOLE PER LA TRUPPA, CONSIGLI PER I CAPI Ma che il Quagghia fosse un capo, D’Alessandro lo capisce subito anche dalle regole che Commisso si può permettere il lusso di ignorare. «Ad esempio – racconta al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che di recente lo ha interrogato – lui non rispettava la regola di non andare in giro vestito con pantaloncini corti o ciabatte». Il suo comportamento – aggiunge -«era molto informale e poco attento alle modalità, alle regole, ai comportamenti simbolici tipici dello ndranghetista detenuto». Ma se lo poteva permettere e chi ha messo in discussione la cosa, ne ha pagato le conseguenze. «Ricordo – dice il pentito – che per questo fu oggetto di critiche da un altro calabrese lì detenuto, tale Mafodda Mario, e in occasione di tali critiche il Commisso ebbe a dimostrare la sua leadership anche in carcere, facendo minacciare quest’ultimo dagli arcoti presenti in carcere e riducendolo così al silenzio». E che ad agire fossero stati gli arcoti, i reggini cresciuti all’ombra dei De Stefano-Tegano, spiega quanto il ruolo del Quagghia fosse riconosciuto.
L’OCCHIO DEI DE STEFANO Tuttavia, anche Commisso ad un certo punto è obbligato a cambiare registro. Succede – spiega D’Alessandro – quando nel 2008 in carcere arriva il capocrimine Peppe De Stefano, appena arrestato da latitante, e non ancora raggiunto dal 41bis, il regime detentivo che limita le interazioni con gli altri detenuti. «Alla presenza di questo importante personaggio il Commisso Cosimo, per come mi disse pure espressamente a seguito di una mia battuta sul punto, sentì l’esigenza di adeguare il suo comportamento ed assunse veramente il suo ruolo di capo – anche in carcere – dando da quel momento molta più importanza agli aspetti formali e simbolici della vita carceraria (come quelli legati all’abbigliamento, al modo di rivolgersi all’altro dandosi il “voi”, al fatto di camminare durante l’ora d’aria al centro del gruppo dei calabresi come spettava e competeva ad un vero capo, cosa che prima non si curava di fare, uscendo molto poco dalla cella)».
QUELLA CENA DI NATALE AL CARCERE DI LIVORNO E da capo, Commisso si è sentito anche obbligato a rispettare le regole dell’ospitalità. Peppe De Stefano meritava una cena e Quagghia l’ha organizzata nella sua cella, disponendone come se fosse casa sua. «Erano presenti tutti i calabresi con a capo tavola lui da un lato – al posto che spettava al personaggio più importante – e Giuseppe De Stefano dall’altro, in quella occasione furono rispettate tutte le formalità ‘ndranghetistiche tipiche di situazioni del genere». Cosa sia stato detto e discusso, dal verbale messo agli atti non emerge. Di certo, con una richiesta di 41bis pendente e la prospettiva di una lunga detenzione all’orizzonte, per De Stefano è stata un’occasione ghiotta per far passare messaggi e disposizioni. Ma nessuno ha visto o notato nulla e in procura a Reggio Calabria non è neanche arrivata una striminzita nota sul vero e proprio summit organizzato all’interno del carcere di Livorno.
LA PRUDENZA «MANIACALE» DI COMMISSO Un’iniziativa quasi inedita per il Quagghia, che – dice il pentito – faceva di tutto per mantenere un basso profilo. «Era molto prudente perché voleva dare l ‘impressione all’amministrazione penitenziaria ed eventualmente agli inquirenti di non avere più contatti con calabresi o comunque di non avere comportamenti sospettabili di mafiosità». Leggeva persino a scrocco la stampa locale sfruttando gli abbonamenti di altri detenuti pur di non mostrare, almeno pubblicamente, interesse su inchieste, arresti e processi. In un’occasione, aggiunge D’Alessandro, è arrivato persino a denunciare l’amministrazione penitenziaria per un rapporto disciplinare illegittimo. «È noto che una delle regole di ndrangheta è che gli uomini d ‘onore non fanno denuncia all’Autorità, mai.
E SCENEGGIATE BEN RIUSCITE Anche questa volta – spiega il pentito – il Commisso dimostrò di poter violare se necessario queste regole per i suoi fini e di avere l ‘autorità per farlo». Se ne sentiva in diritto e in dovere. «Era maniacalmente attento a non fornire agli inquirenti un’immagine di sé di capo mafia». Ma nessuno a quanto pare ha avuto il sospetto che fosse una sceneggiata e il boss ergastolano è stato scelto anche per il servizio in biblioteca. Ed era lì – rivela D’Alessandro – che «parlava con gli altri calabresi, eventualmente anche per garantirsi le necessarie comunicazioni». Ma a Livorno evidentemente nessuno lo ha sospettato. E non è l’unica cosa su cui l’amministrazione è stata quanto meno distratta.
FREQUENTAZIONI DI ALTO RANGO Peppe De Stefano non è stato l’unico ‘ndranghetista di rango con cui Commisso abbia avuto modo di chiacchierare. «In carcere – dice il pentito – aveva stretto rapporti con poche persone e spesso giocava a carte con me, Matteo Mazzei (fratello del noto Santo Mazzei), e l’Avv. Romeo (che tra l ‘altro dormiva in cella con il Mazzei)». Due pezzi da novanta, raccontano le indagini di cui sono stati protagonisti, con diverso ruolo e caratura, ma per gli inquirenti entrambi diretta espressione dell’élite strategica delle mafie o ad essa direttamente collegati. Fratello e braccio destro di Santo Mazzei, il boss imposto dai corleonesi ai clan di Catania quando i Santapaola osarono avversare la strategia stragista, Matteo Mazzei all’epoca era tornato in cella dopo una “miracolosa” scarcerazione dettata da un errore giudiziario che fece scandalo. L’avvocato Paolo Romeo, attualmente imputato come elemento di vertice della direzione strategica della ‘ndrangheta, all’epoca finiva di scontare la condanna definitiva rimediata “solo” per concorso esterno, come eminenza grigia e consigliori del clan De Stefano. E le casate dei De Stefano e dei Mazzei erano vecchie conoscenze.
QUEL PONTE DI SANGUE FRA SICILIA E CALABRIA A raccontarlo è un altro pentito siciliano, il killer Giuseppe Maria Di Giacomo. Sebbene – quanto meno che si sappia – nei suoi verbali non faccia il nome né di Romeo, né del fratello di Mazzei, Di Giacomo è in grado di dare un quadro molto preciso dei rapporti fra le due organizzazioni di cui i due sono accusati di essere espressione. Incluso di quelli meno conosciuti. Come quelli maturati nella stagione stragista, quando «per sdebitarsi, i calabresi fornirono appoggio ed esecutori materiali per l’omicidio del giudice Scopelliti». E in quella degli attentati continentali quando Cosa Nostra decise di «attaccare lo Stato anche attraverso omicidi di appartenenti alle forze dell’ordine, in particolare modo della Polizia Penitenziaria, fino a giungere agli attentati di Roma, Firenze e Milano. Nello stesso contesto, arrivò l’ordine da Cosa Nostra, tramite Santo Mazzei, di appoggiare elettoralmente la neo formazione politica di Forza Italia, sulla quale vi erano forti aspettative affinché risolvesse i problemi sopra indicati. So che la ‘Ndrangheta collaborò in questo senso, ancora prima che io fossi arrestato, facendosi carico dell’uccisione di due carabinieri».
NOMINE ALL’OCCORRENZA Una storia che non deve essere arrivata all’orecchio dell’amministrazione penitenziaria se Romeo e Mazzei, all’epoca in galera perché ritenuti orbitanti o affiliati a due dei clan che insieme hanno pianificato anni di stragi, sono stati messi a dividere la stessa cella. E distratti in carcere sembrano essere stati sulle nomine difensive “ad orologeria” che, a quanto racconta il pentito, Cosimo Commisso era solito fare. Anche queste – svela il collaboratore – servivano per comunicare con l’esterno e non solo.
CI PENSA L’AVVOCATO Il Quagghia, dice D’Alessandro, «spesso utilizzava per comunicare e realizzare le sue strategie l’Avv. Managò, che non risultava ufficialmente suo difensore ma che era di sua assoluta fiducia, a volte lo nominava per questioni di poco rilievo, al solo scopo di riuscire ad avere un colloquio con lui». Motivo? D’Alessandro non ha dubbi «si tratta di un Avvocato molto ‘ben introdotto” a Roma, negli ambienti della Corte di Cassazione, cui lui si rivolgeva per la “risoluzione di problemi”, questo ruolo dell’Avv. Managò in verità era noto anche a noi Casalesi».
LE RIVELAZIONI DI VIRGIGLIO Non è la prima volta che i collaboratori indicano gli avvocati come ingranaggio fondamentale per i clan. Ma probabilmente il più preciso è Cosimo Virgiglio, massone di alto rango un tempo al servizio dei Molè, che da anni svela i rapporti segreti fra ‘ndrangheta e logge. Può farlo perché di quel mondo lui ne faceva parte a pieno titolo e con incarichi di alto livello. «Potevo sapere chi erano i coperti e i non coperti per le mie cariche romane» spiega ai magistrati di Catanzaro che lo interrogano sul ruolo dell’avvocato Giancarlo Pittelli, noto penalista di Catanzaro e massone ben inserito nelle logge catanzaresi e romane, di recente arrestato come consigliori del boss Luigi Mancuso e da più pentiti indicato come autore di “miracolose” scarcerazioni o assoluzioni. Forse non a caso. E il perché sembra suggerirlo il pentito Virgiglio.
IL RUOLO DEI LEGALI NEL MONDO DELLE LOGGE «Nella tornata del 1993 si decise – spiega – di evitare l’ingresso dei magistrati, facendo incetta di persone a loro vicine, ovvero avvocati, che li potessero avvicinare soprattutto per i giudizi di appello o Cassazione, perché in primo grado non si poteva fare niente». Rapporti che spesso maturavano fuori dalle logge, ma in alcuni casi anche all’interno di circoli che sulla carta non esistevano ma erano pienamente attivi ed operativi.
TRA POLITICA E TRIBUNALI Come quello di cui avrebbe fatto parte Pittelli insieme a «Chiaravalloti, magistrato poi divenuto Presidente della Regione, Enzo Speziali (ex senatore del Pdl, morto qualche anno fa) e il capitano Enzo Barbieri della Guardia di Finanza di Vibo; quest’ultimo era ben visto dell’ambasciatore Ugolini». Al vertice della loggia – spiega Virgiglio – c’era «l’avvocato Cassodonte che teneva la “pasta in mano” nella loggia coperta, dove c’era Pittelli ed era anche il “Maestro Venerabile della Federazione delle varie “Ubbidienze”, un po’ il Licio Getti calabrese, vicino al quale c’era Pino Gentile di Cosenza, caratterizzato dal fatto che aveva i denti larghi».
GUANTI, PARAMENTI E LE “AUTOSTRADE MONDIALI” DELLA MASSONERIA Protetti da uguale grembiule, si sono mischiati professionisti, avvocati, politici, spesso fin troppo in contatto con boss di livello ugualmente vincolati all’obbligo del silenzio, una delle architravi del mondo massonico. E non si trattava di un’eccezione tutta calabrese, se è vero che proprio Pittelli – emerge dalla recente indagine Rinascita- Scott ha cercato di traghettare in quel mondo più di un collega, incluso il noto penalista della Piana, Guido Contestabile, cui suggeriva: «Il rito scozzese ti apre le porte e le autostrade mondiali». (a.candito@corrierecal.it)





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