Il coraggio di dire “no” nel feudo dei Tegano. La ricostruzione dell’agguato – VIDEO

L’indagine condotta dalla squadra mobile di Reggio ha individuato mandante ed esecutori dell’assassinio di Bruno Ielo. L’uomo che si era opposto al dominio della cosca nel quartiere Gallico

di Roberto De Santo
REGGIO CALABRIA Uno sgarro che non poteva passare inosservato. Un atteggiamento quello di Bruno Ielo – 66enne tabaccaio che non aveva voluto cedere al ricatto mafioso – che meritava di essere punito con il sangue. Così è stato organizzato e portato a termine la sera del 25 maggio 2017 un agguato in pieno stile mafioso con una tecnica militare. Un pedinamento alla vittima con un auto in appoggio e uno scooter e poi l’esecuzione attorno alle 21,15. Lo hanno colpito con diversi colpi di pistola semiautomatica e finito con un colpo alla nuca abbandonando poi sul luogo del delitto la Beretta mod.70 cal. 7.65, con la matricola abrasa con la quale hanno eseguito la missione di morte. Quella che ha ricostruito la squadra mobile di Reggio è un’operazione chirurgica per eliminare chi aveva osato resistere non “abbassando la testa” alle richieste dei Tegano.
Grazie alla meticolosa opera portata avanti dagli investigatori – coordinati dalla Distrettuale antimafia di Reggio – si è potuto ricostruire nei minimi dettagli quell’agguato dal chiaro sapore mafioso e risalire al mandante e agli esecutori dell’assassinio consumato davanti agli occhi della figlia della vittima che quella sera era assieme al padre. Indagini che hanno fatto scattare alle prime ore di martedì mattina l’operazione “Giù la testa” e che hanno portato all’arresto di quattro persone – Francesco Polimeni, Francesco Mario Dattilo, Cosimo Scaramozzino e Giuseppe Antonio Giaramita ¬– a vario titolo riconducibili a quel barbaro assassinio e alle attività intimidatorie perpetrate ai suoi danni (qui la notizia).

L’AGGUATO Secondo quanto emerso dalle indagini, quella sera Bruno Ielo – con un passato da carabiniere alle spalle e una gran voglia di portare avanti la sua attività a Reggio nel feudo dei Tegano – stava rientrando a casa a Catona. Con il suo scooter stava percorrendo via Nazionale in direzione nord per rientrare a casa, preceduto di pochi metri dalla figlia Daniela che viaggiava con la sua autovettura.
Quando attorno alle 21,15 il killer con il viso travisato da un casco integrale che seguiva la sua vittima anch’egli con un scooter è entrato in azione. Avrebbe affiancato l’uomo che non si era arreso ai clan esplodendo contro di lui diversi colpi e finendolo poi con uno alla nuca. L’arma viene poi buttata giù per terra e poi la fuga in moto.

LE INDAGINI Da subito le indagini portate avanti dalla squadra mobile di Reggio hanno preso la direzione giusta. La simbologia utilizzata per compiere quell’agguato e la circostanza che il tabaccaio avesse ancora in tasca alcune migliaia di euro dell’incasso della giornata hanno portato gli investigatori ad escludere la pista della rapina andata male. E poi c’era un precedente. Drammatico come quello che ha portato alla morte dell’uomo. Ielo era già stato vittima di una rapina perpetrata l’8 novembre del 2016 all’interno della propria rivendita di tabacchi in via Nazionale di Gallico. In quell’occasione Ielo si era opposto ai suoi aguzzini che per tutta risposta gli avevano sparato un colpo di pistola in faccia. Per compiere quella rapina, ricostruiranno gli inquirenti, il gruppo criminale utilizzò la stessa pistola poi adoperata per porre fine alla vita del 66enne. Un rituale che richiama così alle esecuzioni di mafia.
Ma proprio seguendo la storia di quell’arma – e con il supporto determinante della visione di ore di immagini riprese dai servizi di videosorveglianza presenti in zona, da pedinamenti e intercettazione telefonica ed ambientale e da sofisticati sistemi a tecnologia avanzata in 3D – hanno portato gli inquirenti a chiudere il cerchio su questa brutta storia di dominio mafioso del territorio. Fondamentali anche le dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia che hanno contribuito ad avvalorare la tesi portata avanti dagli inquirenti.

IL GRUPPO DI FUOCO E IL MOVENTE Seguendo quella pista che portava appunto alla scelta del coraggioso tabaccaio di non piegarsi alle logiche mafiose, gli inquirenti hanno individuato in Francesco Mario Dattilo il killer che quella maledetta sera di maggio ha ucciso l’uomo con due colpi di pistola calibro 7.65. Una missione di morte eseguita, stando alle indagini condotte dalla Mobile, su ordine di Francesco Polimeni legato al clan Tegano e che aveva in zona una tabaccheria intestata alla figlia. Sarebbe questo il movente che ha spinto prima ad intimidire con continue minacce, poi la rapina terminata con il ferimento dell’uomo ed infine l’assassinio di Bruno Ielo
Stando alla ricostruzione effettuata dagli inquirenti di quanto avvenuto, quella sera alla missione di morte preparata nei minimi dettagli avrebbe partecipato anche Cosimo Scaramozzino, uomo di fiducia di Polimeni. Sarebbe stato lui, la persona che avrebbe monitorato gli spostamenti della vittima, l’avrebbe pedinata dando indicazioni precise al killer poi entrato in azione. Ma a bordo di una Fiat Panda di colore rosso con la quale si stava pedinando la vittima c’era anche lo stesso Polimeni.
Era lui l’uomo – elemento di spicco della cosca Tegano – a cui l’atteggiamento del tabaccaio non andava giù e da qui l’ordine di eseguire la condanna a morte. Una scelta che, secondo quanto appurato dagli inquirenti, avrebbe così avuto un duplice scopo: far accrescere il volume d’affari della tabaccheria di Polimeni e mandare un messaggio chiaro all’esterno su chi comandasse realmente sul territorio. Un messaggio terribile che doveva appunto passare prima con l’aggressione fisica dell’uomo che aveva detto “no alle cosche” e poi con la sua eliminazione finale.
Un messaggio che però è stato rigettato dall’operazione della polizia di Stato di Reggio che ha chiuso il cerchio sul mandante e sugli esecutori di questa drammatica storia di sangue e mafia. (r.desanto@corrierecal.it)







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