HELIANTHUS | Il racconto e le lacrime dell’imprenditore: «Ho subìto un’estorsione. Mi hanno distrutto qua»

Nell’inchiesta della Dda di Reggio si legge tutta la sofferenza degli imprenditori del quartiere “Gebbione” per le vessazioni subite dai Labate. Tra questo, Francesco Presto, vittima di «un’estorsione folle» da 200mila euro. Poi la scelta: «Se parlo mi ammazzano dottore. Vi affido la mia famiglia»

di Francesco Donnici
REGGIO CALABRIA Da un lato come «predoni» e dall’altro come «imprenditori pienamente inseriti nel tessuto produttivo del loro territorio».
Questi sono i Labate, consorteria nota come “i ti mangiu”; il territorio è quello di “Gebbione”, «la San Marino di Reggio Calabria» come loro stessi la definivano, un po’ per la loro passione – e i loro “investimenti” – nel campo del betting, delle slot machines e delle corse dei cavalli clandestine, un po’ grazie ad una fitta rete di estorsioni che aveva permesso loro di ottenere il pressoché totale controllo sulle attività imprenditoriali e commerciali della zona, erano riusciti a creare un piccolo Stato all’interno dello Stato. E loro incarnavano l’Istituzione.
Un clan che nel tempo aveva consolidato la propria egemonia nella parte sud di Reggio Calabria – ricompresa tra Calopinace e il torrente Sant’Agata – e che si era già fatto conoscere dagli anni 70, come ricostruito nelle inchieste “Gebbione”, “Larice” (1 e 2) e relativi arresti giurisprudenziali: «Il fatto che i Labate siano stati a capo, fino alla metà degli anni ’90, di una temibile consorteria di ‘ndrangheta aiuta a comprendere, tra l’altro, perché cittadini ed imprenditori siano terrorizzati sino alla disperazione nel prefigurarsi l’eventualità di una loro reazione». Un predominio – nonostante le diverse inchieste e pronunce – rimasto «intatto, continuando a gestire i medesimi settori di interesse».
A capo della ‘ndrina c’è Pietro Labate, detto “Gheddafi del sud” il cui potere si era consolidato – nella ricostruzione offerta dal pentito Giovanni Lauro – «perché i Labate non avevano preso parte agli scontri mafiosi che si erano verificati nella seconda metà degli anni ottanta». Nonostante questo, le “simpatie” espresse per i De Stefano, avevano scatenato le ire dei loro rivali, i Tegano, che avevo condannato a morte il boss, «programma poi non attuato in conseguenza delle nuove alleanze stipulate dai Labate».

Il SUBAPPALTO IN VIALE ALDO MORO Come riferito a più riprese dagli inquirenti, i 14 arresti e i sequestri avvenuti nell’operazione “Helianthus” (qui i dettagli) sarebbero il frutto, oltre che di un’accurata attività investigativa, anche della rottura del muro di silenzio e paura che costringeva gli imprenditori della zona ad essere assoggettati alla consorteria senza nemmeno prefigurarsi la possibilità di una strada alternativa rispetto a quella di assecondare le richieste estorsive. Il carattere particolare di quest’inchiesta, ancor più delle precedenti, è quindi legato alla collaborazione di alcuni imprenditori della zona. Tra questi, Francesco Berna, presidente dell’Ance e coinvolto nell’inchiesta “Libro Nero”. Insieme al fratello Demetrio, è stato tratto in arresto il 31 luglio del 2019, accusato di essere un affiliato alla cosca “Libri” della quale si presume fosse «imprenditore di riferimento». A distanza di appena 9 giorni dall’arresto, Berna aveva voluto collaborare con gli inquirenti per chiarire i rapporti intrattenuti coi vari esponenti della criminalità locale.
Berna riferisce che nell’anno 2012 aveva stretto un accordo imprenditoriale con Francesco Presto titolare della società di costruzioni “Fata Morgana sas”. Tale accordo prevedeva l’affidamento in subappalto dell’incarico ad edificare un complesso immobiliare in viale Aldo Moro di Reggio Calabria. In seguito – racconta Berna – «Franco Presto mi riferì che aveva dovuto pagare una tangente, un pizzo di 200mila euro, che gliel’ha imposto direttamente Pietro Labate».
Le dichiarazioni dello stesso Berna, sommate a quelle degli altri imprenditori ascoltati dalla Procura di Reggio, permettono di ricostruire i movimenti della cosca.
Innanzitutto venivano selezionati solo gli appalti di valore alto e alla richiesta estorsiva in denaro si cumulavano gli “inviti” alle imprese ad acquistare presso determinati fornitori piuttosto che altri.
Le richieste estorsive arrivavano a lavoro già iniziato per far sì che l’imprenditore non avesse altra scelta che pagare perché un eventuale abbandono in corsa dei lavori avrebbe prodotto all’impresa un danno ancora maggiore.
Ma quella ai danni di Presto – come affermato a più riprese – fu «un’estorsione folle».

«VI AFFIDO LA MIA FAMIGLIA» Al fine di riscontrare la veridicità delle dichiarazioni di Berna, lo scorso ottobre gli inquirenti decidono di ascoltare la versione di Francesco Presto non aspettandosi che lui, come altri imprenditori uditi nell’ambito di questa inchiesta, decidessero a poco a poco di raccontare. «Mi ammazzano dottore, questi qua sono pazzi, non hanno niente da perdere. Vi affido la mia famiglia».
Nel momento in cui gli inquirenti chiedono a Presto da chi fosse arrivata la richiesta estorsiva, l’uomo scoppia in lacrime. Nella sua ricostruzione non soltanto conferma la versione data da Berna, ma specifica che l’estorsione subita era stata operata in prima persona dal boss di Gebbione, Pietro Labate: «al cantiere di Viale Aldo Moro (…) qua ho subìto un’estorsione, qua mi hanno distrutto qua». Presto riconobbe il boss – che si sarebbe di lì a poco presentato – «perché lo aveva visto sui giornali».
E il boss, avrebbe agito in prima persona in quell’occasione chiedendo una cifra spropositata: 200 mila euro dilazionati in circa due anni e mezzo, ovvero il periodo di tempo che va dalla richiesta alla fine dei lavori.
Come racconta Presto, il boss Labate sarebbe uscito da un garage «di proprietà della ditta Rullo» in una zona limitrofa a quella dove stava lavorando. Insieme a lui Orazio Assumma, altro imprenditore della zona – titolare di un negozio il quale Presto era stato invitato a rifornirsi in quel periodo: «Se non compravo da lui pensavo che gli avrei fatto un torto» – che nel periodo successivo diverrà l’incaricato a riscuotere le somme per conto del clan. In quel periodo – che gli inquirenti confermano essere antecedente all’arresto del 12 luglio 2013 – il boss era latitante, cosa questa che avrebbe ulteriormente agitato Presto: «Ho avuto paura e sono rimasto. Mi hanno rimproverato, mi hanno preso a male parole, mi hanno detto che sono andato a casa loro, che prima che andavo là gli dovevo chiedere il permesso, che sono scostumato, avete capito che mi hanno detto? Perché uno gli deve chiedere pure il permesso per lavorare, avete capito? Siamo in queste condizioni, avete capito?». Le motivazioni date alla persona offesa da quelli che la procura identifica come ‘ndranghetisti sarebbero – sempre nella ricostruzione – «che loro si erano accaparrati il lavoro prima». A quel punto l’imprenditore è scosso, sa che l’unica alternativa che ha è quella di pagare e «con la voce rotta dal pianto», continua: «Non ho dormito per mesi, non è una cosa che uno può accettare però non avevo altre cose da fare, il cantiere era iniziato». A quel punto non si poteva tornare indietro. Da lì inizierà l’incubo vissuto da quasi tutti gli imprenditori di quella zona per mano dei Labate. Un incubo che Presto riuscirà a raccontare, «non spontanemante, ma dopo esser stato chiamato in causa da Berna», solo 7 anni dopo. (redazione@corrierecal.it)







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