Guerra di mafia a Reggio, Bombardieri: «Una task force per riaprire i delitti irrisolti»

Conferenza stampa del procuratore capo per illustrare i dettagli dell’operazione che ha permesso di individuare il secondo killer dell’assassinio di Cartisano: «Le nuove tecniche ci utili a risolvere i vecchi casi»

REGGIO CALABRIA «L’indagine di oggi trova sintesi e convergenza tra le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia e l’alta professionalità del Ris dei carabinieri». Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri illustrando i dettagli dell’indagine che ha portato all’arresto di Vincenzo Zappia per l’omicidio di Giuseppe Cartisano, ucciso il 22 aprile 1988. Cartisano, secondo quanto è stato riferito, era stato individuato dalla cosca De Stefano come uno degli assassini di un loro uomo di punta, Carmelo Cannizzaro, detto “u cannizza”, ucciso da due sicari travisati con parrucche femminili (qui i particolari). «L’omicidio di Cartisano – ha detto Bombardieri – è la risposta alla morte di Cannizzaro. I carabinieri avevano immediatamente raccolto le tracce ematiche di Zappia, conservandole in perfetto stato. Particolare che ha permesso ai loro colleghi, con gli strumenti odierni, di verificare puntualmente a chi appartenessero le tracce di sangue, risultate di Vincenzo Zappia. In quegli anni a Reggio Calabria si contarono centinaia di morti ammazzati tra le opposte fazioni per il dominio del malaffare e molti omicidi sono rimasti insoluti». Secondo quanto riferito da Bombardieri, le nuove tecniche scientifiche possono portare alla soluzione di casi di omicidio o altri gravi delitti rimasti irrisolti, attraverso il riesame di reperti genetici all’epoca dei fatti inutilizzabili con le vecchie tecnologie. È per questo che il procuratore capo di Reggio Calabria, come rivelato nel corso della conferenza stampa, ha proposto alle forze di polizia della città di creare una squadra che riesamini tutti i vecchi delitti per i quali è ancora possibile analizzare tracce ematiche, impronte o altre prove repertate a suo tempo, impiegando tecnologie che prima non erano disponibili. «Faremo di tutto – ha concluso il procuratore – per assicurare alla giustizia gli autori di quei fatti di sangue».
«I riscontri scientifici emersi e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, come Fragapane – ha detto il comandante provinciale dell’Arma, colonello Giuseppe Battaglia – hanno permesso di fare luce su uno degli episodi più eclatanti della guerra di ‘ndrangheta esplosa a Reggio dopo l’assassinio del boss Paolo De Stefano, avvenuta nel suo regno di Archi il 13 ottobre del 1985, come ritorsione al tentativo di uccidere con un’autobomba a Villa San Giovanni Antonino Imerti, imparentato con i Condello. Tentativo non riuscito poiché, nel momento dello scoppio dell’auto piena di esplosivo, Imerti, inteso “nano feroce”, si trovava dietro i suoi accompagnatori, che assorbirono in pieno la forza d’urto dell’esplosione».





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