L’alleanza per fermare i clan in Germania e Olanda. «Qui i giudici prendevano il caffè nel bar della ‘ndrangheta»

Il procuratore di Duisburg, Uwe Mühlhoff, racconta al Parlamento europeo i dettagli dell’operazione “Pollino” e il lavoro della squadra comune investigativa con l’Italia. Tra impegno e paradossi legislativi: non si possono seguire i movimenti della auto in base alla targa e manca una banca dati nazionale

di Giorgio Curcio
BRUXELLES Una “squadra comune investigativa” (Joint Investigation Team) nata con l’intento di disarticolare in Europa le cosche della ‘ndrangheta calabrese. Italia, Germania e Paesi Bassi uniti, per la prima volta, contro un nemico comune e non più solo italiano. Un’alleanza che ha dato i suoi primi frutti con la maxi operazione “Pollino”, blitz che nel dicembre del 2018 portò al fermo di 90 soggetti in diversi paesi europei e in Sud America, tutti accusati a vario titolo di associazione dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, associazione mafiosa, riciclaggio, fittizia intestazione di beni ed altri reati, aggravati dalle modalità mafiose. A spiegare come è nata una delle operazioni contro la ‘ndrangheta più importanti degli ultimi anni è stato il procuratore di Duisburg, Uwe Mühlhoff, nel corso della conferenza al Parlamento europeo del 5 febbraio scorso.
JOINT INVESTIGATION TEAM L’alleanza investigativa tra Italia, Germania e Paesi Bassi ha cominciato a prendere forma già nel 2014, quando le autorità olandesi sono venute a conoscenza di “strani movimenti” da parte di cittadini italiani di origine calabrese e che, ai confini tra Germania e Olanda, avevano aperto un numero crescente di attività commerciali come caffè e bar. Le autorità olandesi hanno così chiesto e ottenuto la collaborazione della Germania e soprattutto del nostro Paese, riuscendo a compiere un primo ma importante passo. Già, perché alcune delle famiglie che lavoravano in Olanda e in Germania erano le stesse e avevano strettissimi legami con quelle di San Luca, cuore pulsante della ‘ndrangheta in Calabria.
LA SVOLTA L’alleanza tra i tre Paesi, dunque, ha prodotto significativi risultati ma, spiega proprio il procuratore Mühlhoff, svolgere attività investigative di questo tipo e soprattutto contro la ‘ndrangheta era di fatto impossibile. «Ho ricevuto due richieste di assistenza legale dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria – racconta Mühlhoff – ma per noi erano inizialmente incomprensibili perché non avevamo alcuna conoscenza o formazione precedente e c’erano poi così tanti nomi». Lo stupore del procuratore di Duisburg ha assunto contorni ancora più evidenti quando ha scoperto – ha raccontato – che sul luogo della “strage di Duisburg” del 2007 fu poi trovato il Dna di uno dei soggetti fermati nel blitz “Pollino”. «È strano – ha raccontato – che a soli cinquanta metri dal tribunale distrettuale di Duisburg vi sia un bar gestito da una di queste famiglie, in cui tutti i giudici bevono caffè regolarmente». 
LE INDAGINI L’attività investigativa nata dalla collaborazione tra Germania, Olanda e Italia (partita nel 2016) ha permesso alla procura di Duisburg di “toccare con mano” quanto e come le attività delle cosche calabresi nel loro paese fosse ben radicata. «Inizialmente – spiega Mühlhoff – pensavamo che la ‘ndrangheta funzionasse da sola, ma non è così: agisce insieme a tutti i gruppi criminali, turchi, albanesi, marocchini. Collaborano ovunque ci siano soldi da fare». Parte fondamentale delle indagini, il monitoraggio di 195 numeri di telefono che hanno prodotto migliaia di pagine con registri di messaggi intercettati, nonché la decriptazione di alcuni telefoni Blackberry ed EncroChat (applicazione di messaggistica istantanea che utilizza protocolli di sicurezza speciali) oltre all’impiego di forze segrete e forze speciali, con un sistema speciale di intercettazioni telefoniche, controlli automobilistici e indagini finanziarie.
LE DIFFICOLTÀ Notevole, dunque, il risultato ottenuto dal Joint Investigation Team ma i problemi non sono stati tutti risolti. «Le autorità giudiziarie – spiega ancora Mühlhoff – sono sempre troppo lente nei confronti dei clan. Non appena abbiamo arrestato un membro importante, nel giro di poche settimane c’è stato qualcuno che lo ha sostituito e ha continuato le attività criminali». E poi l’impossibilità da parte delle autorità tedesche di seguire i movimenti delle auto in base alla targa: in Germania è illegale. E manca una banca dati nazionale. Essendo una Repubblica federale, ogni stato federale tedesco ha le sue regole e, in particolare, la legge sulla protezione dei dati è molto restrittiva e non consente di conservare i dati sensibili per più di sei mesi». (redazione@corrierecal.it)







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto