EYPHEMOS | La “guerra fredda” in Aspromonte e il controllo sul “locale” in Australia

L’operazione della Dda di Reggio Calabria racconta lo scontro tra due fazioni a Sant’Eufemia e la corsa alle affiliazioni “irregolari”. L’idea di creare un nuovo gruppo indipendente dagli Alvaro e i legami con i “compari” dall’altra parte del mondo

REGGIO CALABRIA L’operazione Eyphemos svolta dagli investigatori della Squadra mobile di Reggio Calabria e del Commissariato di Palmi – sotto le direttive del procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci e del sostituto procuratore Giulia Pantano della locale Direzione distrettuale antimafia – documentano l’esistenza in Sant’Eufemia d’Aspromonte di una struttura associativa di ‘ndrangheta che opera funzionalmente alle dipendenze del locale di ‘ndrangheta di Sinopoli e territori limitrofi, facente capo alla potente cosca Alvaro.

>>> I NOMI DEGLI ARRESTATI <<<

LA “GUERRA FREDDA” TRA DUE FAZIONI Dal focus delle indagini incentrate sul territorio di Sant’Eufemia d’Aspromonte è emerso che in seno al locale eufemiese in cui coesistono almeno tre diverse fazioni – quello dei Cannizzaro, quello riferibile a “u diavulu” [Cosimo Idà] e quello riconducibile a Domenico Laurendi – alla fine del 2017 e nel 2018 si registrò una spaccatura interna. Due articolazioni mafiose, l’una facente capo a Laurendi e l’altra a Idà, erano sostanzialmente entrate “in guerra fredda” tra loro, nel tentativo di prendere l’una il sopravvento sull’altra, ricorrendo a continue affiliazioni (soprattutto irregolari, alle quali aveva proceduto la frangia contrapposta a quella di Laurendi) che miravano a implementare l’organico, con la finalità ultima di imporre ciascuna la propria linea strategica criminale ed acquisire, pertanto, maggiore peso criminale nell’ambito dello stesso locale.

LE AFFILIAZIONI “IRREGOLARI” La corsa sfrenata ad affiliare nuovi ‘ndranghetisti, oltre a consentire nei fatti l’ingresso nel locale di ‘ndrangheta di soggetti non sempre ritenuti idonei sotto il profilo criminale o, comunque, non dotati dei requisiti di affidabilità necessari, creò non pochi disordini interni e l’insorgere di malumore, soprattutto all’interno dello schieramento capeggiato da Domenico Laurendi, che non tollerava non solo l’irregolarità delle affiliazioni effettuate dall’altro gruppo, ma anche il fatto che queste fossero state poi sostanzialmente convalidate dal boss Andrea Luppino [nelle more deceduto] e da Francesco Cannizzaro alias “Canneddha”, anch’egli boss di vecchia data che partecipò al famoso summit di Montalto nel 1969. Il gruppo laurendiano esercitò, infatti, non poche pressioni affinché i vertici del locale, custodi delle regole inviolabili dell’onorata società (tra cui Cosimo Cannizzaro detto “spagnoletta”, Francesco Cannizzaro detto “Canneddha” e il defunto Andrea Luppino) prendessero una posizione ferma e rifiutassero di ratificare gli irregolari riti di affiliazione operati dalla frangia opposta.

UN NUOVO LOCALE INDIPENDENTE Contrariamente agli intendimenti dei laurendiani, all’interno del locale fu piuttosto effettuata una scelta di compromesso che prevedeva, da una parte, la regolarizzazione dei riti già eseguiti, ma nel contempo il divieto di effettuarne di ulteriori, attraverso la fissazione di una sorta di periodo di sospensione. La decisione adottata dagli anziani del locale circa le irrituali affiliazioni determinò la reazione furibonda di Domenico Laurendi che, sostenuto dai suoi più vicini sodali, come Antonino Gagliostro, Antonio Crea, Vincenzo Carbone, Saverio Napoli, officiò alcuni “battezzi” e ne programmò altri, pretendendo l’assenso anche successivo da parte degli altri primari del locale, al fine di restituire equilibrio tra le due frange mafiose, fino a giungere a meditare una scelta ancora più dirompente, come la creazione di un banco nuovo e il rimescolamento delle cariche con equa ripartizione tra le due anime interne della cosca. L’idea era anche quella di creare un nuovo locale di ‘ndrangheta indipendente dagli Alvaro imperanti a Sinopoli, che potesse ottenere il riconoscimento del Crimine di Polsi.

CLAN IN AUSTRALIA Le risultanze dell’indagine offrono uno spaccato estremamente chiaro e danno l’immagine concreta dell’esistenza ed operatività in Sant’Eufemia d’Aspromonte di un’organizzazione mafiosa pericolosissima ed efferata, che ha la disponibilità di un elevato quantitativo di armi anche da guerra; che ha compiuto in passato plurimi omicidi; che compie atti di danneggiamento; che traffica nel settore della droga (sia cocaina che marijuana); che controlla capillarmente il territorio, anche attraverso l’imposizione di estorsioni agli imprenditori; che ha una sua propaggine in Lombardia, nel Pavese, dove da tempo si è insediato Domenico Laurendi, coadiuvato da Giuseppe Speranza e dal cugino Giuseppe Rizzotto, nonché in Australia dove è presente un locale di ‘ndrangheta, dipendente direttamente dalla casa-madre calabrese. Le intercettazioni hanno invero consentito di captare alcuni dialoghi da cui emergeva che Attilio Fiorenzuoli, in passato, sarebbe andato in Australia per risolvere il problema della spoliazione di un suo zio (che aveva commesso una “trascuranza”) all’interno del locale, ma il progetto sarebbe fallito perché il parente sarebbe stato comunque sanzionato, sebbene non fosse stato espulso dai ranghi della ‘ndrangheta. È anche emerso dalle indagini che i vertici del locale di Sant’Eufemia d’Aspromonte partecipavano alle decisioni più importanti da adottare nel locale in Australia, tra questi Cosimo Cannizzaro, anziano ‘ndranghetista, diretto interlocutore dei vertici australiani.

IL CONTROLLO DEGLI ALVARO Le indagini hanno consentito di verificare come ancora oggi i cerimoniali continuano ad esistere, così come i riti arcaici e la fascinazione del linguaggio dei sodali. Tutto questo continua ad essere a Sant’Eufemia d’Aspromonte punto di forza della organizzazione ‘ndranghetistica, moderna ed antica ad un tempo, dotata di un fortissimo senso di identità, di impermeabilità dall’esterno e di appartenenza, caratterizzata da una rigida gerarchia quasi di tipo militare. Gli esiti delle intercettazioni descrivono l’organizzazione mafiosa in esame come ammantata di sacralità e di rituali. Molteplici sono le riunioni e gli incontri monitorati dagli investigatori della Polizia in cui si discuteva di cariche, di gradi, di cerimonie, della formazione di un banco nuovo, della creazione di un nuovo locale autonomo dalla cosca Alvaro che necessitava, per la sua costituzione e legittimazione, della benedizione del Crimine di Polsi. I vari protagonisti discutevano dei gradi della ‘ndrangheta, usando termini quali “santa”, “camorrista”, “vangelista”, “sgarrista”, “capo locale”, “contabile”.Gli Alvaro, tuttavia, al di là della spinta autonomista palesata dai laurenziani nel corso delle attività di indagine, continuano a controllare anche Sant’Eufemia d’Aspromonte e fanno sentire forte la loro voce. Testimonianza di questo assunto è peraltro fornita dagli incontri tra Domenico Laurendi e Cosimo Alvaro, leader indiscusso degli Alvaro che continuano ad essere fortemente coesi tra loro e uniti in un’unica grande cosca, nel rispetto del comune vincolo di appartenenza, nonostante i diversi sottogruppi familiari (“Carni i cani”, “Pajechi”, “Merri”, “Pallunari”, Testazza” o “Cudalunga”) godano di una certa autonomia programmatica e di azione. Da costui, Laurendi si recava a precise cadenze temporali, seguendone le direttive, sostenendolo economicamente e gestendone gli affari economico-imprenditoriali criminali.





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