La paura, l’ingorgo burocratico e la sospensione dell’umanità sullo Stretto

Sindaci e governatori si sfidano. Villa San Giovanni chiede di diventare “zona rossa”. Falcomatà promette che la città non diventerà un lazzaretto (e lui non sarà fra Cristoforo). Ma tra chi rientra dal Nord non ci sono soltato “furbetti”. In secondo piano passano le storie di chi voleva solo andare a casa: magari ne aveva tutti i diritti. E invece passa per untore

REGGIO CALABRIA C’è un ingorgo istituzionale in riva allo Stretto. È un miscuglio tra confusione burocratica, necessità di tutela della salute pubblica e progressiva trasformazione (complice l’emergenza e per alcuni la ricerca di consenso, social e reale) dei sindaci in “sceriffi”. Più evidente sulla sponda siciliana (Cateno De Luca e le sue sfuriate di piazza ambiscono a raggiungere le vette dell’altro De Luca, Vincenzo, governatore della Campania che prospetta l’utilizzo dei lanciafiamme per evitare le feste di laurea), il fenomeno non risparmia neppure il lato calabrese. Citando i “Promessi sposi”, Giuseppe Falcomatà, primo cittadino di Reggio Calabria, promette che la città non diventerà un Lazzaretto e giura che non sarà lui a trasformarsi in Fra Cristoforo (personaggio meno cool del dirimpettaio Masaniello).

Il sindaco di Messina Cateno De Luca

Il riferimento è ai 90 (e diventeranno di più) siciliani la cui vita è sospesa da due giorni tra Calabria e Sicilia e che potrebbero essere trasferiti in un hotel reggino. «Sarebbe una soluzione assurda – dice il sindaco –, che crea potenziali assembramenti e molteplici occasioni di contagio, mettendo a rischio la salute di migliaia di reggini che da quasi un mese, con enormi sforzi e sacrifici, stanno riuscendo a limitare la diffusione del virus, con comportamenti responsabili e rispettosi delle regole». Sfogo persino comprensibile, in questa fase tesissima. Ma si parla di persone, alcune delle quali munite di “permesso” per mettersi in viaggio. Non sono state sottoposte a tampone, dunque non è detto che siano contagiate. Andrebbero, secondo le regole, poste in quarantena perché provenienti da aree a rischio. Tutto vero, come la preoccupazione. Come diceva qualcuno, però, «restiamo umani».
E proviamo a fare il punto. Anche delle proposte.

«VILLA SAN GIOVANNI DIVENTI ZONA ROSSA» In serata ne arriva una da Villa San Giovanni. La sindaco facente funzioni Maria Grazia Richichi pone di nuovo l’accento sulla «grave situazione venutasi a creare a seguito dell’ingresso nel territorio comunale di persone dirette in Sicilia alle quali, fino al momento, non è stato consentito il traghettamento sull’altra sponda dell’Italia. Queste persone, loro malgrado, stanno tentando di tornare alle loro rispettive residenze, reduci da attività̀ lavorative, svolte talvolta all’estero, e ciò gli viene impedito». Non sono gli unici: «I flussi di persone non avvengono solamente attraverso le autovetture bensì anche per via ferroviaria».

Per Richichi la situazione potrebbe esplodere: per questo il suo Comune va dichiarata zona rossa, va chiuso insomma. Il blocco, infatti, rischia di concentrare decine (e centinaia, in prospettiva) di persone a Villa San Giovanni. «Negli Uffici della Polfer di Villa San Giovanni sono da ieri trattenute 13 persone provenienti in treno da Roma – si legge nella lettera inviata al prefetto – per le quali non posso adottare alcun provvedimento di quarantena, non avendo dichiarato i predetti soggetti alcun domicilio in questo Comune, né tantomeno posso ordinare che facciano la quarantena nei loro comuni di residenza in quanto a ciò dovranno provvedere i rispettivi sindaci». La Polfer ha informato la sindaca che «è previsto tra poco un nuovo arrivo di viaggiatori da Roma con il treno e ciò non può che aumentare lo stato di disagio e il pericolo di diffusione del virus nella popolazione villese che ha l’unica colpa di essere il terminale dell’Italia».

«QUI È EMERGENZA» Da qui la richiesta alla presidente della Regione Jole Santelli di “chiudere” Villa San Giovanni «così come disposto nei Comuni di Serra San Bruno, Bocchigliero e altri, al fine di prevenire pericoli di diffusione del coronavirus tra la popolazione villese di adottare ordinanza di divieto di accesso nel territorio comunale». Il centro dello Stretto è diventato il terminale di due chiusure: quelle disposte da Sicilia e Calabria. «I provvedimenti dei presidenti della Regione Calabria e della Regione Sicilia hanno fatto sì che la città di Villa si trovasse in un caos di autoveicoli da gestire. Un’emergenza nell’emergenza sanitaria che ha visto mezzi costretti a sostare per ore dentro il piazzale Anas».
Il Comune, per Rechichi, non può reggere altra pressione. Non può farlo neppure Reggio Calabria, stando a quanto dichiara Falcomatà. Che non ha dubbi: le persone “sospese” (quelle che trasformerebbero la città in un Lazzaretto «vanno scortate in Sicilia, perché è lì che vogliono andare e poste in quarantena vigilata. È l’unica soluzione corretta, rispettosa delle leggi e della dignità umana, di buon senso e in grado di tutelare la salute di tutti».

DALLA FRANCIA, SENZA LAVORO E VISTO COME UN UNTORE Ecco gli ingorghi burocratico e istituzionale. A valle (e non in cima, purtroppo) alla faccenda c’è anche un ingorgo umano. Che ricade sulle vite di chi è rimasto bloccato solo perché voleva (e poteva, in molti casi) tornare a casa. Prendiamo dal sito siciliano tempostretto.it la testimonianza di uno dei viaggiatori respinti alla frontiera tracciata da Cateno De Luca e non solo. «Sono fermo nel piazzale che porta agli imbarchi a Villa San Giovanni da lunedì intorno alle 13. Sono messinese, ho la residenza a Messina, mi sono messo in viaggio domenica quando ancora il nuovo decreto non era entrato in vigore. Arrivo dalla Francia, lavoro in un cantiere che aveva una commessa per l’aeroporto di Parigi che ovviamente ha chiuso. Ha chiuso anche l’albergo in cui noi operai eravamo alloggiati e tramite l’Ambasciata ci hanno fornito tutta la documentazione per rientrare in Italia. Tutti gli altri colleghi sparsi nelle altre regioni sono già rientrati a casa. Io invece sono bloccato insieme ad un collega di Siracusa qui agli imbarchi da lunedì alle 13. Abbiamo trascorso due notti in macchina. Siamo abbandonati, nessuna assistenza, nessuna possibilità di lavarci, bagni pubblici. Fateci tornare a casa». Si chiama Franco Nostro, 45 anni, operaio: «Sono fermo nel piazzale che porta agli imbarchi a Villa San Giovanni da lunedì intorno alle 13. Sono messinese, ho la residenza a Messina, mi sono messo in viaggio domenica quando ancora il nuovo decreto non era entrato in vigore. Arrivo dalla Francia, lavoro in un cantiere che aveva una commessa per l’aeroporto di Parigi che ovviamente ha chiuso. Ha chiuso anche l’albergo in cui noi operai eravamo alloggiati e tramite l’Ambasciata ci hanno fornito tutta la documentazione per rientrare in Italia. Tutti gli altri colleghi sparsi nelle altre regioni sono già rientrati a casa. Io invece sono bloccato insieme ad un collega di Siracusa qui agli imbarchi da lunedì alle 13. Abbiamo trascorso due notti in macchina. Siamo abbandonati, nessuna assistenza, nessuna possibilità di lavarci, bagni pubblici. Fateci tornare a casa». Era andato all’estero per lavoro. Ha perso quello e pure l’alloggio, si è messo in auto per tornare a casa e non può farlo. Qualcuno lo considera anche un untore. È vero, negli esodi verso Sud delle ultime settimane, mescolata alla paura, c’è stata anche la furbizia di chi è rientrato senza troppo badare alle regole e non si è neppure messo in quarantena. Ma ci sono anche le storie di chi è rimasto senza nulla e, forse, il diritto di tornare a casa rispettando i decreti lo avrebbe pure. Magari anche senza essere definito un untore. (ppp)







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