WATERFRONT | Ribassi concordati e strane firme sui plichi, in un hard disk i segreti della “cricca”

I file contenuti nella memoria sequestrata a Morabito svelano alla Dda di Reggio il modus operandi (non sempre vincente) degli imprenditori che «appartengono ai Piromalli». L’amaro commento del gip: «Opportunità per il turismo diventano una ghiotta occasione per pochi»

di Pablo Petrasso
REGGIO CALABRIA Non c’è opera, tra Rosarno e Gioia Tauro, che non sia oggetto degli «appetiti criminali» della cosca Piromalli. I lavori che «avrebbero dovuto costituire il volano per lo sviluppo del turismo e delle attività commerciali in quella zona della Calabria sono stati solamente una ghiotta occasione per pochi per acquisire vantaggi economici a detrimento degli interessi della collettività». Le parole del gip distrettuale di Reggio Calabria Filippo Aragona, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Waterfront”, sono un’accusa pesante e, insieme, una valutazione amara sulle prospettive di sviluppo della regione. “Waterfront”, il sequel dell’operazione “Cumbertazione”, nasce proprio nei giorni in cui gli inquirenti notificano il decreto di fermo agli imprenditori sospettati di essere le braccia operative dei clan della Piana. E di “Cumbertazione” approfondisce il contesto.

«Appartengono ai Piromalli»

I lavori relativi al lungomare di Gioia Tauro e al porto di Rosarno, assieme a un’altra serie di gare per opere pubbliche aggiudicate tra il 2014 e il 2016, «hanno destato l’interesse economico della cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli». Il clan si sarebbe assicurato «una rilevante “tangente ambientale” da parte degli appaltatori che si sono aggiudicati i lavori». Questo grazie a un «legame strettissimo tra la famiglia imprenditoriale dei Bagalà – di cui Francesco, figlio di Luigi, è il reale dominus dei lavori, unitamente a Giorgio Morabito – e la cosca egemone nel territorio di Gioia Tauro». Cosa significhi «strettissimo», per la Dda di Reggio Calabria – l’inchiesta è firmata dal procuratore Giovanni Bombardieri, dall’aggiunto Gaetano Paci e dal pm Gianluca Gelso – lo hanno già spiegato alcuni collaboratori di giustizia del Reggino secondo i quali gli imprenditori «appartengono ai Piromalli».

L’hard disk

In ragione di questa appartenenza, è inquietante ciò che annotano i magistrati reggini: «Il sodalizio criminale è stato in grado di costituire un cartello con imprese provenienti da tutto il territorio nazionale, articolato in cordate calabrese, romana, toscana, siciliana e campana». Il percorso di “Waterfront” inizia da un hard disk sequestrato a Giorgio Morabito. Dall’esame del contenuto «è emerso che vi sono state negli anni 2014-2016 ulteriori gare d’appalto» alterate dal cartello imprenditoriale. I dati immagazzinati nell’hard disk hanno permesso ai militari della Guardia di finanza di ampliare lo spettro dell’inchiesta. Appalto per appalto, gli investigatori hanno ricostruito il modus operandi del gruppo. In parte, il sistema per condizionare le gare era stato descritto in un esposto anonimo del marzo 2013 (che aveva dato impulso all’inchiesta “Cumbertazione”: «Per essere più sicuri si posizionano una o due offerte vicine alla destinataria dell’aggiudicazione e un po’ più basse in modo da coprire l’eventuale intromissione casuale di altre imprese». Mettere le mani sull’hard disk di Morabito ha, però, consentito agli inquirenti di andare oltre.

I file su nuove gare

In quella memoria virtuale sono stati rinvenuti «non solo un programma che consentiva di calcolare le percentuali di gara per turbare le gare di appalto», ma anche «dei file relativi ad ulteriori gare, al cui interno sono stati trovate le griglie di partecipazione predisposte da Morabito, i documenti dei legali rappresentanti di numerosi società appartenenti al sistema illecito tra cui offerte di gara in bianco, plichi da spedire alla stazione appaltante, documenti di identità ed aziendali, timbri e altro».

Morabito “anticipa” i ribassi

Tra i file catalogati ce n’è uno denominato “Pronostico Polistena”, che contiene una griglia di nomi riconducibili a una serie di aziende accompagnati alle offerte di ribasso. Il bando si riferisce ai lavori di realizzazione di un eliporto a supporto dell’ospedale di Polistena “Santa Maria degli Ungheresi”, dell’importo di 417mila euro. I pm antimafia notano che «dal confronto tra la griglia di aggiudicazione ufficiale e quella rinvenuta sull’hard disk del Morabito (recante data ultima modifica 11 maggio 2015 – ore 20:34, ovverosia un giorno prima della scadenza delle offerte) è stata riscontrata una corrispondenza, a volte esatta, tra alcune imprese partecipanti e le relative percentuali di ribasso». Morabito, in sostanza, avrebbe “anticipato” le proposte. È da questo elenco che spunta l’indicazione “mazzei”: i magistrati la riconducono alla “Terina Costruzioni srl”, il cui legale rappresentante era all’epoca Domenico Furgiuele (indagato nell’inchiesta), che nel 2018 diventerà parlamentare della Lega (e il 2 maggio di quell’anno lascerà il ruolo a suo cognato Armando Mazzei).

Plichi all’unisono e strane firme

Le “previsioni” di Morabito per i ribassi sono soltanto uno dei dati interessanti. L’altro è la «modalità di spedizione dei plichi». Alcune consegne delle offerte avvengono attraverso lo stesso operatore postale, che ha sede a Messina e filiali a Milazzo, Patti e Reggio Calabria. Per i magistrati antimafia «è improbabile che 5 persone in rappresentanza di altrettante imprese con sede in varie parti d’Italia abbiano consegnato quasi contemporaneamente allo stesso operatore postale i plichi per la partecipazione alla gara». Oltretutto, «si evidenzia che i campi “mittente” e “destinatario” di quattro delle sei distinte sembrano essere state compilate con la stessa grafia e le firme apposte in calce sembrano, almeno in quattro casi, apposte in modo tale dal non permettere l’identificazione dell’autore». Ancora: le «firme apposte dai rispettivi rappresentanti legali in calce alle offerte presentate per la partecipazione alla gara, in alcuni casi, non corrispondono con quelle apposte dagli stessi sulle rispettive patenti di guida – estrapolate dalla banca dati della Motorizzazione Civile in dotazione al Corpo». Gli esempi offerti nei brogliacci dell’inchiesta sono eloquenti. L’ipotesi è che le imprese si muovessero all’unisono, dalla scelta dei ribassi fino alla spedizione delle offerte. Proprio come un cartello. Il meccanismo, però, almeno per l’appalto di Polistena, non avrebbe portato al risultato sperato: la gara, infatti, annotano i pm, «è stata aggiudicata a un’impresa che non rientra nel novero di quelle riconducibili ai sodali». In altri casi, invece, a vincere sono state proprio le imprese che la Dda di Reggio considera legate alla “cricca”. (p.petrasso@corrierecal.it)





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