La Consulta boccia Reggio. La Città (ora) ad un passo dal default

I giudici della Corte Costituzionale accolgono il ricorso di legittimità promosso dalla Corte dei conti calabrese contro la norma “salva conti”. Senza quel paracadute la tenuta finanziaria del Comune è decisamente a rischio. Con probabili ricadute sul futuro del sindaco Falcomatà

di Roberto De Santo
REGGIO CALABRIA È arrivata la temuta sentenza che di fatto avvicina a lunghi passi il Comune di Reggio verso la dichiarazione di dissesto. A pronunciarla sono stati i giudici della Corte Costituzionale che, come da previsioni, hanno accolto l’eccezione di costituzionalità sollevata dai magistrati della sezione regionale di Controllo della Corte dei Conti calabresi sulla norma che aveva consentito ai tecnici del Comune dello Stretto di “tentare” (a questo punto) di spalmare i debiti accumulati dalla Città Metropolitana nel corso degli anni.
Una sentenza, annunciata dicevamo, perché ribadisce quando già espresso dalla Consulta in occasione di una situazione simile avvenuta al Comune di Napoli. Anch’esso finito sull’orlo del baratro finanziario e temporaneamente “salvato” dalla norma cassata ora anche per Reggio dai giudici della Corte Costituzionale. Una tegola dunque che si abbatte sulla giunta retta da Giuseppe Falcomatà che proprio sulla linea del salvataggio dei conti della Città Metropolitana aveva puntato gran parte delle sue energie. Si era infatti speso tanto politicamente – assieme ad altri grandi Comuni in area di default – per far introdurre quella norma azzerata dalla Consulta. Ed ora dovrà fare i conti con una massa debitoria enorme che una norma del decreto legge n.34 del 30 aprile 2019 (Misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi) – poi convertito nella legge 28 giugno 2019, n. 58 – avrebbe consentito di spalmare in 20 anni. Proprio facendo affidamento a quella disposizione il Comune aveva puntato a prorogare il Piano di riequilibrio finanziario pluriennale raddoppiando i termini massimi (così come previsto dall’articolo 38, comma 1-terdecies, 2-bis e 2-ter). L’azzeramento della norma ad opera della Consulta a seguito dalla sentenza adottata nella seduta del 19 maggio 2020 e depositata oggi in Cancelleria rimanda la palla nelle mani dei giudici contabili calabresi che di fatto avevano già “bocciato” il piano di rientro del Comune di Reggio considerandolo in uno «stato di dissesto fattuale, sebbene non formalmente dichiarato». Un finale di scena dunque di fatto già scritto per la Città metropolitana e che potrebbe condizionare anche il destino dello stesso sindaco Falcomatà e le sue ambizioni di proseguire l’azione amministrativa alla guida di Reggio.

LE MOTIVAZIONI In particolare la Consulta – con presidente Marta Cartabia e relatore Aldo Carosi – si è pronunciata sul giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 38, commi 1-terdecies, 2-bis e 2-ter del decreto-legge 30 aprile 2019, n. 34 (Misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi), convertito, con modificazioni, nella legge 28 giugno 2019, n. 58, promosso dalla Corte dei conti, sezione regionale di controllo per la Calabria, nel procedimento relativo al Comune di Reggio Calabria. Nella decisione i giudici della Corte Costituzionale hanno ritenuto fondate le risultanze presentate dai magistrati contabili calabresi che non ritenevano costituzionalmente corretta la norma che consentiva al Comune di Reggio di riequilibrare il proprio disavanzo passando dai dieci anni precedentemente concessi a 20 anni. Una strada questa ritenuta anche dai giudici contraria alle norme della nostra Carta Costituzionale non tanto per il dato temporale specifico previsto ma per il meccanismo introdotto dalla stessa norma che in qualche modo consentirebbe agli enti locali di «vivere ultra vires» con la conseguenza di comportare «l’aggravio del deficit strutturale, anziché il suo risanamento». Una decisione dunque in linea con quanto già stabilito con il “Caso Napoli” che viene per questo richiamato anche nelle motivazioni della sentenza su Reggio Calabria. «Ogni periodo di durata superiore – scrivono – comporta il sospetto di potenziale dissesto e può essere giustificato solo se il meccanismo normativo che lo prevede sia effettivamente finalizzato al riequilibrio, dimodoché “l’istruttoria relativa alle ipotesi di risanamento deve essere congrua e coerente sotto il profilo storico, economico e giuridico” (sentenza n. 18 del 2019) ». Secondo i giudici costituzionali da quella norma «deriva che a essere in contrasto con gli evocati parametri costituzionali non è la durata astrattamente fissata nel limite di venti anni dalla tabella dell’art. 38, comma 1-terdecies, del d.l. n. 34 del 2019, come convertito, bensì il meccanismo di manipolazione del deficit che consente – come già la norma dichiarata costituzionalmente illegittima con la sentenza n. 18 del 2019 – di sottostimare, attraverso la strumentale tenuta di più disavanzi, l’accantonamento annuale finalizzato al risanamento e, conseguentemente, di peggiorare, anziché migliorare, nel tempo del preteso riequilibrio, il risultato di amministrazione».
Ma c’è di più. La Consulta annota anche una violazione sotto il profilo della responsabilità del mandato della norma “salva conti” perché «l’ente locale in predissesto viene esonerato dal fornire contezza dei risultati amministrativi succedutisi nel tempo intercorso tra l’approvazione del piano originario e quello rideterminato». Il protrarsi nel tempo, in altre parole, svilirebbe la responsabilità amministrativa. «È evidente – scrivono a questo proposito i giudici costituzionali – che un consistente lasso temporale, senza neppure specificare da quale bilancio consuntivo e da quale gestione annuale sia stato originato il deficit, interrompe completamente la correlazione tra attività del rappresentante politico e risultati imputati alle collettività amministrate succedentesi nel tempo». Da qui la mannaia che la Consulta cala sulla norma che avrebbe potuto permettere a Reggio di superare le forche caudine della magistratura contabile calabrese. A cui viene invece rinviata.

I CONTI NON TORNANO Nella sentenza della Consulta viene inoltre ricapitolato il deficit del Comune lievitato. Scrivono i giudici nella motivazione che «a fronte del deficit accertato dalla Commissione prefettizia a monte dell’unico piano di riequilibrio approvato dal Ministero dell’interno e dalla Corte dei conti – pari a euro 110.918.410,00, ripartito in dieci annualità di accantonamento di 11.091.804,10 – ci si trovi ora in presenza di anticipazioni di liquidità pari a euro 258.837.831,63 oltre ad un ulteriore prestito regionale per un servizio obbligatorio di parte corrente pari a euro 64.974.388,27 a fronte di una rata di accantonamento ventennale sottostimata in euro 2.538.485,47 annui». Anche in questo la Consulta eccepisce un’anomalia nell’allungamento dei termini di rientro del debito che vizierebbe appunto l’obiettivo finale: cioè il riequilibrio dei conti del Comune.

LA PALLA PASSATA AL CORTE DEI CONTI Ora dopo l’azzeramento di quella norma, i giudici rimettono al centro della decisione nel merito del destino quantomeno finanziario di Reggio nelle mani della Sezione controllo della Corte dei Conti. Visto che è «pienamente legittimata» a valutare la capacità e la congruità della tenuta finanziaria della Città Metropolitana. Ma la sentenza fa anche di più: indica anche una linea da adottare in quella decisione rinviata alla Corte dei Conti. «Una non corretta e inattendibile determinazione di una nuova rata di accantonamento pluriennale – affermano i giudici della Consulta – e un uso delle anticipazioni di liquidità per la copertura di nuove spese – fenomeni lamentati dal giudice rimettente – non potranno essere oggetto di approvazione proprio alla luce dei meccanismi previsti dal procedimento di modifica del piano di riequilibrio». Da questi assunti si deduce chiaramente quale destino potrà essere ora riservato a Reggio. Ricordiamo a questo proposito che oltre al riaccertamento del disavanzo operato dai giudici contabili pari a 328 milioni di euro si sommano anche i debiti per la gestione dell’acqua che potrebbero essere ben più superiori ai 64 milioni euro già individuati. (r.desanto@corrierecal.it)





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