«Graviano in Calabria prima dell’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo»

Prosegue la requisitoria nel processo ‘Ndrangheta stragista contro il boss di Brancaccio e Filippone. Per i pm «in una stagione delle stragi l’unico obiettivo era l’Arma»

REGGIO CALABRIA «C’è una stagione in cui le stragi avevano un solo obiettivo: l’Arma dei carabinieri». Lo ha detto il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo nel prosieguo della sua requisitoria del processo “‘Ndrangheta stragista” che vede imputati il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e il calabrese Rocco Santo Filippone, ritenuto espressione della cosca Piromalli di Gioia Tauro. Entrambi sono accusati dell’omicidio dei due carabinieri Fava e Garofalo, avvenuto il 18 gennaio 1994, ma anche degli altri due agguati consumati in quei mesi ai danni di quattro carabinieri. Per la Procura quegli attentati rientrano nelle cosiddette «stragi continentali» messe in atto, nei primi anni novanta, da Cosa Nostra e ‘Ndrangheta nell’ambito della strategia di attacco allo Stato.
«C’era la volontà – ha detto il sostituto procuratore della Dda di Reggio Walter Ignazitto – di indebolire lo Stato costringendo le istituzioni a venire a patti». Ignazitto ha ricostruito l’attività tecnica sul cellulare in uso a Giuseppe Graviano durante il periodo di latitanza. Dopo aver ripercorso gli accertamenti della squadra mobile di Reggio Calabria, in sostanza, la Procura non ha dubbi circa la presenza in Calabria del boss di Brancaccio nel mese di dicembre 1993.
«Questo è un processo storico – ha sostenuto il pm Ignazitto – Si scrive un pezzo di storia che per troppi anni è rimasta oscura».
Nel corso del suo intervento, poi, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha ricordato in aula anche la figura del poliziotto Giovanni Aiello detto «faccia di mostro», il presunto killer con il tesserino dei servizi segreti che prima di morire, nell’estate del 2017, è stato accusato da diversi pentiti di aver avuto un ruolo nel fallito tentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone, nella strage di via D’Amelio e nel delitto dell’agente di polizia Nino D’Agostino. Ritornando alla requisitoria, infatti, il procuratore aggiunto Lombardo ha parlato di Nino Lo Giudice e del suo travagliato percorso di collaborazione con la giustizia. Dopo essere stato un suo uomo di fiducia, il pentito Lo Giudice ha scoperto che il boss Pasquale Condello, detto il “Supremo”, aveva dubbi su di lui.
«La potenza militare di Pasquale Condello è impressionante – dice il pm -. Quindi Lo Giudice ha una sola possibilità: attivare i suoi canali istituzionali che ruotano attorno ai suoi rapporti con appartenenti alle forze di polizia. Il canale che lui attiva in quel momento è quello che passa dal capitano Spadaro Tracuzzi». Si tratta dell’ufficiale della Dia arrestato negli anni scorsi per i suoi rapporti con la cosca Lo Giudice.





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