PEDIGREE | Lettere, telefoni nascosti e un agente corrotto. Così il boss mandava ordini dal carcere

Le indagini hanno documentato il ruolo di “postina” della moglie di Cortese. I messaggi agli affiliati del clan Serraino e le lamentele del capo per i modi troppo garbati degli estortori. Una mazzetta da 500 per ottenere favori da «guardie corrotte»

REGGIO CALABRIA Le estorsioni “collezionate” dal clan Serraino servivano a supportare economicamente i detenuti e i loro familiari. È successo anche ai congiunti del capo Maurizio Cortese, aiutati da numerosi sodali durante la sua detenzione. Soprattutto, hanno ricostruito le indagini della Squadra mobile di Reggio Calabria riversate nell’inchiesta “Pedigree”, un importante contributo è stato assicurato da Antonino Barbaro, Domenico Morabito e Antonino Filocamo. Morabito aveva il compito di accompagnare Stefania Pitasi ai colloqui con il marito nella Casa Circondariale di Torino, facendosi interamente carico delle spese del viaggio. Barbaro si occupava delle assunzioni lavorative di affiliati o comunque di soggetti legati al sodalizio. Informava costantemente Pitasi e quest’ultima il padre Paolo sulla spartizione dei posti di lavoro tra i componenti dell’associazione criminale, secondo criteri che rispondevano alle logiche organizzative e gerarchiche tipiche della ‘ndrangheta. Barbaro, tra l’altro, si era anche prodigato per trovare una sistemazione lavorativa a un soggetto vicino ai De Stefano.

GLI ORDINI IMPARTITI DAL CARCERE Nonostante fosse detenuto nel carcere di Torino, Cortese  riusciva a gestire gli affari illeciti della cosca attraverso i colloqui con la moglie e Filocamo, mediante un costante rapporto epistolare con gli affiliati, in particolare con la moglie, nonché con l’utilizzo di dispositivi cellulari introdotti abusivamente all’interno della struttura carceraria e infine avvalendosi del servizio di messaggistica “email” attivo nella struttura di detenzione. Pitasi ha operato costantemente come postina della cosca guidata dal coniuge, trasmettendo messaggi e informazioni essenziali per l’operatività del gruppo mafioso e per l’esercizio della funzione di comando da parte di Cortese. Quest’ultimo, pur essendo detenuto, ha continuato a svolgere le sue funzioni di capo cosca, impartendo direttive dal carcere per eseguire estorsioni e pianificare intestazioni fittizie di beni, grazie innanzitutto ai colloqui con la moglie, alla corrispondenza epistolare ed elettronica e ai telefoni cellulari clandestinamente introdotti in cella.

LE LETTERE PER GUIDARE IL CLAN Il capo utilizzava lettere formalmente indirizzate alla moglie per impartire disposizioni ai membri della cosca, che la donna provvedeva a far recapitare. In particolare, dava disposizioni all’affiliato De Lorenzo su come comportarsi in occasione della riscossione delle estorsioni da imprenditori e commercianti. In una circostanza, tramite una lettera diretta a Pitasi, Cortese si era lamentato dei modi alquanto garbati che, a suo parere, l’affiliato era solito usare nei confronti dei soggetti che manifestavano difficoltà nei pagamenti. In buona sostanza il capo cosca avrebbe voluto che il suo affiliato – in caso di inottemperanza alle richieste – passasse alle maniere forti, in modo da imporre il rispetto degli impegni presi («… perché non hai preso un nervo per dare una ripassata a quattro, cinque o per andare ad importi…»). De Lorenzo, dal canto suo, si mostrava infastidito dalle incomprensioni con il boss detenuto e pretendeva il rispetto che gli era dovuto in ragione della sua fedele affiliazione alla cosca Serraino (“dote” a suo tempo conferitagli dalla casa madre della consorteria dei Serraino “della montagna”) ma era favorevole a seguire le leggi della cosca, sottolineando di non avere problemi ad adempiere persino a mandati omicidiari, laddove fosse stato necessario per dare attuazione alle regole della ‘ndrangheta, («Se devo andare a sparare ad uno, vado»). Con le medesime modalità operative, Maurizio Cortese intratteneva rapporti epistolari anche con Domenico Sconti, genero del defunto Francesco Serraino detto il “boss della montagna”.

I TELEFONI IN CELLA E L’AGENTE CORROTTO Dall’indagine sono emersi, inoltre, diversi elementi che dimostrerebbero come Cortese, grazie alla corruzione di un agente di polizia penitenziaria e al costante supporto dei propri sodali e di altri detenuti, avesse a disposizione telefoni cellulari e alcune schede “citofono” con le quali riusciva a comunicare riservatamente con l’esterno, impartendo disposizioni sia alla moglie che ad altri membri del clan attinenti alle dinamiche e alle attività delittuosa della cosca di cui continuava a tenere le redini nonostante lo stato di detenzione carceraria. Era lo stesso Cortese a spiegare, nel corso di una conversazione captata nel mese di aprile 2019, come fosse riuscito ad introdurre all’interno della Casa Circondariale l’apparecchio telefonico e nel fare riferimento a “guardie corrotte” affermava che uno degli agenti penitenziari, non identificato, dietro pagamento di 500 euro, si era prestato a consegnargli abusivamente il telefono. L’apparecchio cellulare è stato rinvenuto, il 9 aprile 2019, nel corso di una perquisizione della cella di Cortese. Nel maggio 2019 – dopo il sequestro del telefono e il trasferimento in un altro carcere – il boss ha ricominciato ad utilizzare il metodo di comunicazione epistolare.

 





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