‘Ndrangheta Stragista, Lombardo: «Il lavoro non finisce oggi» -VIDEO

Termina la requisitoria per gli attentati ai Carabinieri ma la Dda di Reggio Calabria vuole continuare a far luce sulla storia italiana degli anni 90. Il procuratore Bombardieri: «Mandanti non ancora tratti a giudizio». Ombre su Forza Italia, il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho: «Questa è una parte che evidentemente riguarda altre indagini»

di Fabio Papalia
REGGIO CALABRIA Un unico filo lega insieme la mafia alla ‘ndrangheta e alla “Falange armata”, la sigla con cui vennero rivendicati gli attentati, ideata dai servizi segreti deviati. E’ un filo che merita ancora di essere seguito a ritroso per far luce su anni bui del recente passato della nazione ma che per oggi può bastare a far cucire una condanna all’ergastolo addosso a Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, imputati nel processo ‘ndrangheta stragista. La richiesta di condanna è stata formulata dalla voce del procuratore capo Giovanni Bombardieri, che ha indossato la toga per gli ultimi 15 minuti della requisitoria fin qui tenuta dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Accanto al procuratore capo e al procuratore aggiunto anche il sostituto procuratore Walter Ignazitto e il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Proprio lui era procuratore capo di Reggio Calabria quando tutto ebbe inizio, nel 2013, oggi ha voluto essere presente in aula in un momento così significativo per la Dda reggina. Seduti alle spalle dei pm anche i vertici delle forze dell’ordine, il questore Maurizio Vallone con il capo della Squadra Mobile Francesco Rattà insieme al dirigente della prima sezione criminalità organizzata, Giuseppe Izzo e il suo vice Gesualdo Masciopinto, e il colonnello Giuseppe Battaglia, comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri. Furono proprio i Carabinieri ad essere scelti come simbolo dello Stato da sacrificare sull’altare della strategia stragista. Tra il dicembre 1993, gennaio e febbraio 1994 avvennero tre attentati ai danni di altrettante pattuglie di carabinieri. In uno dei tre delitti persero la vita i brigadieri Fava e Garofalo, cui oggi è intitolata la scuola allievi carabinieri di Reggio Calabria. Altri 4 loro colleghi vennero feriti nelle altre due azioni di fuoco. Bombardieri ha chiesto ai giudici della corte d’assise di condannare Graviano e Filippone all’ergastolo con isolamento diurno per 3 anni, per il solo Filippone ha chiesto anche la condanna a 24 anni, per i tentati omicidi.


CAFIERO DE RAHO «E’ una vicenda che evidenzia come ‘ndrangheta e cosa nostra abbiano operato assieme negli anni, come la loro forza sia anche dipesa dal legame che vicendevolmente li ha avvinti». Così il procuratore nazionale antimafia ha commentato subito dopo la fine dell’udienza. Cafiero ha ricordato la genesi dell’inchiesta: «Cominciammo questa indagine proprio nell’aprile 2013 quando divenni procuratore della Repubblica a Reggio Calabria, con Giuseppe Lombardo e allora c’era qualche altro collega perché eravamo quattro magistrati ad occuparcene. Via via, partendo soltanto dall’atto di impulso, dalla dichiarazione di Gaspare Spatuzza, si è poi sviluppata un’indagine amplissima, enorme, che ha consentito di evidenziare, come è stato detto in questa lunga requisitoria dal collega Lombardo, quanti coinvolgimenti vi siano stati, quanti accordi, quante assemblee da parte della stessa organizzazione ‘ndranghetista». La ricostruzione dell’accusa ha gettato ombre sulla nascita di Forza Italia: «Questa – ha risposto Cafiero De Raho – è una parte che evidentemente riguarda altre indagini. Al momento ci occupiamo di questa parte che è quella che costituisce l’oggetto specifico del processo e che vede due persone come Giuseppe Graviano e Rocco Filippone, esponenti di rilievo della ‘ndrangheta e di cosa nostra, come imputati. E’ già un passo di grandissima importanza che per la prima volta viene portato avanti e credo che la Direzione distrettuale di Reggio Calabria in questo ha svolto un compito enorme, se è vero che si tratta di fatti, così come è vero, di dicembre 93 e gennaio e febbraio 94, e che soltanto a distanza di vent’anni e più si arriva ad accertare e comunque a portare come ricostruzione davanti a una corte d’assise, credo che è la dimostrazione di come lo Stato di diritto non si ferma mai perché tutte le verità devono essere affermate. E’ vero, a volte ci vogliono anni, decenni, ma alla fine la verità riesce sempre a trionfare. Questa è la ricostruzione che abbiamo rappresentato, è certo che la corte d’assise deciderà sulle responsabilità personali che non tocca però la ricostruzione delle vicende. Come ricostruzione delle vicende credo che sia stato uno sforzo straordinario, enorme, importantissimo, che ha fatto luce sull’omicidio di Carabinieri e quindi l’Arma e quindi un baluardo della nostra democrazia, della nostra libertà, che fino a un certo momento sembrava quasi frutto della scelta scellerata di alcuni giovani che per motivi mai accertati prima avrebbero sparato e invece oggi si dimostra che ancora una volta i Carabinieri erano nel mirino di cosa nostra e della ‘ndrangheta perché rientravano nella strategia stragista. E’ questo l’ulteriore grande passo in avanti perché dà anche un riconoscimento ai familiari delle vittime. I loro familiari sono stati uccisi perché servitori dello Stato, perché garanti delle nostre libertà. E anche questa è una parte importante che il processo ha voluto accertare». «Sono grato – ha concluso Cafiero De Raho – al lavoro enorme che è stato portato avanti dalla Direzione distrettuale di Reggio Calabria, il procuratore Giovanni Bombardieri, Giuseppe Lombardo che ha portato avanti veramente con straordinario impegno e sacrificio questa attività sostanzialmente sono arrivati a portare all’esame della corte una ricostruzione fondamentale che è in linea, inoltre, con quelli che sono gli approfondimenti che tante altre procure distrettuali stanno sviluppando».


BOMBARDIERI «Riteniamo che questa sia la strada giusta che possa spiegare quello che è avvenuto in quegli anni e che non poteva limitarsi alla responsabilità di qualche giovane che per un imprevisto, per circostanze imprevedibili, avesse realizzato quei delitti che invece vanno collocati in un più ampio disegno stragista che collega cosa nostra e ‘ndrangheta insieme a dei mandanti che ancora non sono stati tratti a giudizio». Questo il commento a caldo del procuratore capo Giovanni Bombardieri.


LOMBARDO Stanchissimo, soddisfatto e anche un po’ emozionato il principale protagonista che in questi anni ha sostenuto il peso e la responsabilità dell’accusa. Per esprimere solidarietà al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo stamattina è stato fatto un sit-in organizzato dal quotidiano Antimafiaduemila e “Our Voice” nel piazzale del Cedir ma molti attivisti hanno anche assistito all’udienza tra il pubblico dell’aula bunker, indossando le magliette con la scritta “Siamo tutti Giuseppe Lombardo”.
«E’ una grande emozione – è il commento del magistrato – sapere che a pochi metri qui da noi ci sono tanti ragazzi che chiedono verità e giustizia. Devo dire la verità, che in questo territorio a volte le risposte sembrano arrivare tardi però posso rassicurare tutti che l’impegno che noi portiamo avanti è un impegno davvero costante, nel ricostruire una struttura criminale che a mio modo di vedere è certamente la più complessa da processare, proprio perché ha caratteristiche che nel tempo si sono evolute nel senso di rendere l’investigazione difficoltosa nel momento in cui siamo chiamati a ricostruire quelli che sono i circuiti di vertice della ‘ndrangheta, qui e nel mondo. La dimostrazione che quel che dico è vero ruota attorno alle tante vicende in cui la ‘ndrangheta per anni sembra non avere avuto un ruolo e che poi invece viene fuori con una forza dirompente in relazione proprio alla capacità di occultare la sua presenza. Sentire le persone vicine a noi è fondamentale per trovare la forza di portare avanti un lavoro che oggi non finisce ma che da questo processo, a mio modo di vedere, deve iniziare e proseguire». Alle numerose minacce di morte la società civile ha risposto con le “scorte civiche” per il pm: «La nostra forza non è negli strumenti giudiziari, è nel sostegno che le persone perbene riescono a garantirci per arrivare poi a individuare responsabilità alte che sono le responsabilità di coloro i quali, spesso nell’ombra, mantengono certi territori come quelli meridionali e non solo in uno stato di perenne emergenza. Sentirli vicini – ha concluso Lombardo – è la risposta migliore che la direzione che abbiamo preso è quella giusta». (redazione@corrierecal.it)





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto