San Ferdinando, verso lo smantellamento della tendopoli. Nessuna certezza per i residenti

Il Comune della Piana, rimasto fuori dal bando sull’emergenza abitativa della Regione, mette in atto un piano per il superamento della struttura. «Ora tocca alle Istituzioni intervenire attraverso azioni concrete. E va ripensata anche la regolarizzazione». L’assessore regionale Gallo: «Obiettivo della Giunta è quello di superare i ghetti»

di Francesco Donnici
SAN FERDINANDO Si va verso la chiusura e lo smantellamento della tendopoli. Un epilogo a lungo atteso, sebbene sullo sfondo aleggi il fantasma di quanto avrebbe dovuto farsi in questo frattempo e invece non è stato. Le problematiche sono le medesime del punto di partenza, acuite dalle difficoltà di un’emergenza sanitaria non ancora giunta al termine.
«Abbiamo mandato l’avviso ai migranti della tendopoli per il superamento graduale e condiviso con un’opera di persuasione e senza azioni muscolari», dice Andrea Tripodi, sindaco di San Ferdinando, al Corriere della Calabria.
Il Comune, d’accordo con la prefettura di Reggio Calabria e la Questura ha deciso di “notificare” agli stanziali della tendopoli che presto quello spazio non potrà più ospitarli e che dovranno quindi trovare una nuova sistemazione. Quale, non è dato saperlo. La palla passa infatti al Governo centrale ed alla Regione che dal 6 marzo 2019 – giorno dello sgombero della baraccopoli – non sono intervenuti attraverso azioni risolutive cullandosi forse su una situazione nata come provvisoria e divenuta poi strutturale.
«La tendopoli, sopravvivendo all’emergenza, è andata via via degradandosi diventando di difficile gestione». La data indicativa per il suo definitivo superamento è prevista per metà agosto, che coincide con la scadenza dell’affidamento all’associazione che la gestisce: «Abbiamo già eliminato sette container e dieci tende – aggiunge Tripodi – per far sì che il passaggio sia graduale e possa evitarsi qualsiasi altra tensione».
Il periodo facilita questa transizione in quanto la popolazione stanziale – nella tendopoli come negli insediamenti informali disseminati per la Piana – è oggi molto ridotta. Concluso il tempo della raccolta agrumicola in molti si sono spostati nelle vicine Basilicata o Campania, oppure sono andati verso Saluzzo, in Piemonte, nei limiti delle misure restrittive ancora in atto.
«Oggi si contano circa 200 residenti di cui 60 non registrati. Alcuni di loro potrebbero essere ricollocati nei Cas o negli Sprar o cercare immobili in affitto se nella possibilità. Noi non abbiamo nessun obbligo».

SI CHIEDE L’INTERVENTO DI GOVERNO E REGIONE Tripodi rimarca il concetto in base al quale «la tendopoli non può sopravvivere oltre l’emergenza» ed è dunque tempo che Governo e Regione si assumano le loro responsabilità. Di simile avviso Celeste Logiacco, segretario generale Cgil della Piana di Gioia Tauro, che al Corriere della Calabria rimarca: «Il percorso questa volta è condiviso, senza clamori mediatici, temperato nel tempo e senza azioni di forza che contemplino presenze massicce delle forze dell’ordine».
Nel frattempo «un sistema di questo tipo, composto delle relazioni tra Istituzioni, Enti e forze dell’ordine ha reso possibile la risoluzione di alcune criticità. Ma la tendopoli, utile per programmare un vero e proprio modello di accoglienza non poteva essere la soluzione».
La Cgil, come molti altri soggetti operanti nella Piana di Gioia Tauro, da tempo chiede delle soluzioni alternative di integrazione e accoglienza diffusa sul territorio intervenendo sul sostegno socio-abitativo e dando così sicurezza e dignità alle persone. «Non possiamo dimenticare – aggiunge Logiacco – che negli anni ci sono stati incendi e vite spezzate. Per fuoriuscire da questo degrado occorrono serie e strutturate politiche di accoglienza». Il rischio, oggi come già è stato all’indomani dello sgombero della baraccopoli, è infatti quello di incentivare gli afflussi verso i ghetti, nell’impossibilità per molti di trovare soluzioni alternative: «Le Istituzioni devono farsi carico di queste difficoltà mediante azioni concrete: l’assenza di scelte politiche risolutive genera nel tempo ulteriore degrado. È necessario che Governo, Regione e Città Metropolitana di Reggio diano risposte al territorio».

«NEL PROGRAMMA DELLA REGIONE IL SUPERAMENTO DEI GHETTI» La Regione, invero, nella persona dell’assessore all’agricoltura e al Welfare, Gianluca Gallo, aveva caldeggiato il lancio del “Su.Pr.Eme. Italia”, progetto che prevedrebbe uno stanziamento in favore dei Comuni di circa 3 milioni e mezzo di Euro, nato nell’ambito dei programmi legati al Fami (nome per esteso dell’azione è “Ares(2017)5085811-18/10/2017 Emergency funding to Italy under the Asylum Migration and Integration Fund”). E infatti, l’assessore Gianluca Gallo, sentito a proposito dello smantellamento della baraccopoli dal Corriere della Calabria ha dichiarato: «Rientra nel programma della Giunta regionale il superamento degli insediamenti informali presenti sul territorio: non è possibile che vi siano agglomerati in cui centinaia di persone siano costrette a vivere in mancanza dei requisiti minimi di decoro e sicurezza. È una questione di civiltà: per voltare pagina, con fondi ministeriali abbiamo attivato i progetti “Supreme” e “Supreme +”, ai quali molti Comuni hanno aderito. Apprendiamo ora dell’iniziativa assunta dal Comune di San Ferdinando. La Regione farà comunque di tutto per dare risposta alle esigenze del territorio, per superare le criticità e le problematiche esistenti, in sinergia con le Prefetture ed il Ministero dell’Interno».
Va però detto che tra i Comuni aderenti manca proprio quello di San Ferdinando. Il sindaco Tripodi già dall’inizio aveva manifestato qualche perplessità culminata poi con la mancata partecipazione: «Non ho aderito ai finanziamenti del fondo Fami. Questa dovrebbe essere una misura complementare rispetto ad una strategia centrale ed un progetto di politica migratoria che né il Governo né la Regione hanno predisposto. Sono solo mistificazioni che sicuramente non aiutano e non aiuteranno a creare le condizioni dell’integrazione».

LA REGOLARIZZAZIONE DEI BRACCIANTI Il ripensamento che occorre al sistema dell’accoglienza è quello che pone al centro il lavoro: «L’integrazione non avviene attraverso gli aiuti caritatevoli, ma attraverso il lavoro», aggiunge Tripodi. «La regolarizzazione è una misura fallita ed irrispettosa perché non si può permettere un riconoscimento a tempo. L’accoglienza è una cosa seria e bisogna farla in modo serio».
Già al momento dell’entrata in vigore della norma voluta dal Ministro Bellanova, Cgil aveva manifestato la propria approvazione per una misura «dalle finalità altissime», mista alle perplessità di molti, come ci spiega sempre Celeste Logiacco: «Permangono troppi paletti e difficoltà che non aiutano chi da invisibile vorrebbe finalmente divenire visibile. La misura doveva inoltre essere estesa anche ad altri settori – come ad esempio l’edilizia – importante come l’agricoltura o il lavoro domestico».
Perplessità che si traducono nei risultati acquisiti fino ad oggi: «Il periodo di presentazione delle istanze non si è concluso, è chiaro che il resoconto lo faremo alla fine. La prevalenza di domande riguarda colf e badanti e i numeri per l’agricoltura è molto ridotto in questo territorio come in altre regioni. Per superare l’emergenza non occorre tamponarla, ma fare un deciso passo in avanti». (redazione@corrierecal.it)





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