CASSA CONTINUA | Quella volta che tentarono di corrompere il giudice Pasquale Ippolito

Pietro Toscano racconta di avere offerto alla propria cognata 500 milioni di lire per avvicinare il giudice e fare assolvere un imputato: la donna rifiutò il denaro

Pasquale Ippolito

di Fabio Papalia
REGGIO CALABRIA Cinquecento milioni per fare assolvere un imputato. Dalle intercettazioni ambientali del 25 ottobre 2017 alle ore 9.00 all’interno dell’ufficio Onoranze Funebri Toscano, eseguite dai Carabinieri nell’ambito dell’operazione Cassa Continua, emerge un tentativo di corruzione di un giudice all’epoca molto in vista in città.
Pietro Toscano racconta ad Antonio Laurendi un vecchio aneddoto di quando, accettando l’offerta di 500 milioni di lire del vecchio conio aveva provato a corrompere il giudice Pasquale Ippolito che presiedeva un processo in cui era imputato tale “Nino”.
Pasquale Ippolito, ex presidente della Corte di Assise di appello e presidente aggiunto della Corte di Cassazione, è morto il 15 luglio 2014 all’età di 78 anni. Oltre che valente magistrato fu autore e scrittore di vari romanzi e saggi, una delle grandi personalità della società reggina, una vita funestata dalla morte prematura di entrambi i figli maschi, Marco e Ippolito, alla cui memoria è stato istituito in città un premio internazionale.
Toscano racconta che una volta venne da lui questo tale “Nino” il quale doveva essere processato e il presidente che lo doveva processare era Pasquale Ippolito. Dallo stesso racconto di Toscano la figura del giudice Ippolito ne esce limpidissima – da quanto emerge il magistrato non venne mai neanche a conoscenza dei tentativi di avvicinarlo – così come quella della sua affine, che invece rifiutò nettamente ogni tentativo di corruzione.
In particolare, “Nino” aveva chiesto a Pietro Toscano di fare intercedere sua cognata, tale Mariagrazia, che lavorava nello studio del fratello del giudice Ippolito, affinché questi emettesse una sentenza di assoluzione nei suoi confronti: «“facciamo una passeggiata”, siamo andati in un posto, siamo scesi dalla macchina… mi ha detto “ci sono cinquecento milioni, se tua cognata ci fa assolvere”».
Lo stesso Toscano ammettere di aver provato a convincere la cognata affinché avvicinasse il giudice Ippolito: «Prendo mia cognata e gli ho detto “senti Mariagrazia, io lo so che tu sei contraria a certe cose però vedi, ci sono…”;”Perché …inc… me l’ha detto “quando esce assolto, vieni e ti prendi i soldi.., cinquecento milioni..”».
Il tentativo di corruzione però non andò a buon fine per la ferma opposizione della stessa cognata, come si apprende ancora dal racconto di Toscano, che impreca al solo ricordo della vicenda. La donna non ne volle sapere di accettare la promessa di denaro, si limitò poi a pronosticare un verdetto favorevole. A maggior ragione, Toscano le suggerì di promettere un interessamento per poi lucrare i soldi in ballo, ma anche in questo caso la donna non ne volle sapere di compromettersi: «”no” mi disse “non ne parlare neanche Pietro”, però lei sotto, sotto, ci è venuta incontro e ci disse “vedete che non c’è niente in quel processo, verranno assolti”. Gli ho detto io “scusa, a sto punto non ti conviene…” “No” mi disse “Pietro, non mi dire niente a me”. Mannaia (impreca) sono stati assolti! Sono stati assolti!». (redazione@corrierecal.it)





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