Lo shopping della ‘ndrangheta e il centro commerciale da 55 milioni

Le mire del boss Razionale e dei suoi soci su “Castel Romano”. I tentati contatti con Unicredit per un maxi finanziamento. Le due società parallele pensate per «mettersi in sacca» 8 milioni. E la ricerca di una “testa di legno” su cui scaricare il fallimento. «Mi devi dire che vuoi: non ti porto un pregiudicato. La gente per 100mila euro non sai che ti fa»

di Pablo Petrasso
CATANZARO Pensare in grande non rende l’idea. Non quando si progetta di rilevare la gestione di un parco commerciale per la cifra di 55 milioni. E si progettano strumenti finanziari e società da adoperare per raggiungere lo scopo. Assieme a teste di legno su cui scaricare problemi finanziari e giudiziari. La ‘ndrangheta cerca (e trova) pacchetti completi per chiudere i propri affare. I colletti bianchi sono a disposizione. «Un avvocato, un laureato in economia e commercio, un geometra, un ingegnere»: il boss Saverio Razionale non ha dubbi, può trovare chi vuole. Perché «la gente per 100mila euro non sai che ti fa».

Il “Castel Romano Shopping Village”

Tra il 14 e il 23 gennaio 2017, un maxi progetto prende forma nelle conversazioni telefoniche e ambientale registrate dai carabinieri del Ros tra Elisabetta Lo Iacono, commercialista di Siracusa, Antonio Delfino, imprenditore calabrese, e Saverio Razionale, ritenuto dai magistrati della Dda di Catanzaro uno dei più potenti boss del Vibonese, di certo uno tra i meglio attrezzati sul piano finanziario. Gli occhi dei tre, tutti indagati a vario titolo nell’inchiesta Rinascita Scott, cadono sul “Castel Romano Shopping Village”; l’idea è quella di utilizzare «la formula del leasing immobiliare e la possibilità di acquisto della struttura a fine periodo». Delfino conosce la struttura perché ospita uno dei suoi punti vendita. E pensa di sfruttare un contatto capace di arrivare ai vertici di Unicredit. Si tratta del fratello di un manager già amministratore delegato di una società leader nel settore della gestione dei crediti non performanti.

Operazione da 5,8 milioni di incasso annui

L’imprenditore non ci mette motto ad arrivare al dunque e prospetta all’amico «un progetto d’investimento riguardante il rilevamento di un centro commerciale il cui affitto era di 57 milioni di euro con un ritorno di incassi previsti in circa 10 milioni l’anno, per un rendimento di circa il 20% grazie a una leva finanziaria che avrebbero costituito con il condominio del centro commerciale, attraverso il quale avrebbero portato gli affitti dei locali commerciali adibiti a negozi a circa 13 euro al metro quadro». Ha le idee chiare, Delfino. Pensa a un contratto del tipo “rent to buy”, nel quale il proprietario consegna fin da subito l’immobile al conduttore-futuro acquirente il quale paga il canone; dopo un certo periodo di tempo il conduttore può decidere se acquistare il bene, detraendo dal prezzo una parte dei canoni pagati.
Il quadro complessivo dell’affare viene illustrato al boss Razionale durante un incontro nella sua casa romana. «Ti do una bella notizia – dice Delfino – i conti di Castel Romano… ora ci sentiamo due minuti. Elisabetta, ci segui solo un secondo?». Poi spiega «che l’operazione avrebbe potuto offrire fino a 5 milioni e 800 mila euro di incassi annui, 4 milioni provenienti dai canoni d’affitto dei locali commerciali e 1 milione e 800 mila euro dal condominio di gestione della struttura». Razionale tiene, però, i piedi per terra e rimprovera il “socio” «del fatto che non forniva mai i costi dell’operazione e consequenzialmente non avrebbe potuto capire qual era effettivamente il guadagno («spese? questo parla sempre di incassi e non parla mai di spese»), confermando qualora vi fosse stato dubbio, del suo coinvolgimento diretto nell’operazione».
A quel punto, Delfino gli prospetta «le possibilità che gli avevano proposto in banca ovvero: “Noi abbiamo due scelte: o una rata annuale di 2 milioni e 7… secca… fino a vent’anni… e non paghiamo il cambialone o una rata da 900 mila euro… 800 mila euro… e a fine vent’anni il cambialone». Razionale non ha dubbi e afferma: «È meglio la rata di vent’anni… 900 all’anno».

«Teste di legno? Quante ne vuoi»

Il leasing proposto da Unicredit, secondo quanto riferisce Delfino, è di 18 anni. Manca giusto qualche dettaglio. Il primo lo suggerisce Razionale, per il quale, riassumono gli inquirenti, è necessario «creare una società di comodo amministrata da una testa di legno, un uomo di loro fiducia, ben pagato e opportunamente indottrinato che in caso di difficoltà avrebbero dovuto usare per cedergli il contratto di leasing con una semplice cessione di quote tra una società e l’altra». Il boss di San Gregorio d’Ippona esibisce una certa conoscenza della materia. Suggerisce di creare «una società parallela» e di farla con congruo anticipo «per usarla a tempo debito senza essere rintracciati e tacciati di aver preorganizzato tutto». E poi serve un prestanome: «Una testa di legno… e te la trovo io buona… trovo pure un architetto… un ingegnere… a chi vuoi… perché la gente è morta di fame… e per cento mila euro… per cento… non per milioni di euro… sai che ti fa?! tu non hai idea… […inc…] professionisti… eh! commercialisti […inc…] ti porto a chi vuoi… puliti».
In poche frasi, Razionale racconta il salto di qualità finanziario della ‘ndrangheta. Che ha tutto il denaro del mondo da investire e non ha certo problemi a trovare colletti bianchi compiacenti, perché la gente «per centomila euro non sai che ti fa». Una testa di legno serve: operazioni del genere nascondono rischi enormi. In questo caso, uno dei pericoli è la costruzione di un centro commerciale in zona Laurentina che avrebbe intercettato l’utenza del quadrante Sud della Capitale entrando in diretta concorrenza con Castel Romano. Per questo c’è bisogno di una società di comodo sulla quale scaricare l’eventuale fallimento dell’investimento e di un professionista «che, dietro lauto compenso, avrebbe accettato le conseguenze di una eventuale bancarotta fraudolenta». C’è l’imbarazzo della scelta, sottolinea ancora il boss: «Quello non è un problema… io ce l’ho quando lo vuoi… dove vuoi […] tu mi devi dire che vuoi… non ti porto un pregiudicato… tu mi devi dire se vuoi… un avvocato[…] un laureato in economia e commercio […] un geometra… un ingegnere». Qualche giorno dopo, Razionale spiega ciò che pensa fuor di metafora: «Poi troviamo un testa di cazzo e gli molliamo tutto».

Come «mettersi in sacca» otto milioni

Lo scopo dei soci emerge, secondo i magistrati antimafia, in una chiacchierata nel gazebo dell’hotel Crowne Plaza di Roma che coinvolge anche Salvatore Giamborino, anch’egli indagato nella maxi inchiesta sulle cosche vibonesi. A Giamborino, Delfino e Razionale chiedono 200mila euro per contribuire al capitale iniziale pensato per finanziare l’operazione. Gli investigatori provano a ricostruire il meccanismo finanziario ipotizzato dalla “cricca”. Delfino pensa di costituire una società all’estero che «grazie anche all’ottenimento di una fidejussione bancaria, avrebbe effettuato l’operazione di acquisto dalla società detentrice delle quote del centro commerciale per 47 milioni di euro («perché tu compri… da… la società estera»). Contemporaneamente, il gruppo «avrebbe creato/usato una seconda società, che Delfino definiva “la nostra società vera”, attraverso la quale, verosimilmente con leasing immobiliare concessogli dalla Unicredit (“che… l’Unicredit ci finanzia”), avrebbero acquistato la prima società (estera) esercitando l’opzione contemplata in un contratto preliminare di acquisto preventivamente stipulato con questa (“compriamo la società… la Srl… l’opzione di acquisto… l’opzione di acquisto»), pagandogli il centro commerciale 55 milioni di euro». Con i 55 milioni di euro, la società estera avrebbe liquidato i proprietari originali del centro commerciale per 47 milioni di euro: et voilà, spunta una plusvalenza da 8 milioni «che sarebbe stata drenata da questa società poco alla volta per poi chiuderla e cosi facendo Defino, Giamborino e Razionale avrebbero intascato il differenziale». A nessuno, ovviamente, interessa nulla del funzionamento del centro commerciale: una volta ottenuta la plusvalenza, «avrebbero messo come amministratore delegato una testa di legno che si sarebbe assunto l’onere di trasferire questi fondi riciclandoli a loro favore». Di nuovo Delfino: «Mettiamo subito una testa di legno e 8 milioni te li metti in sacca a poco alla volta… a 100mila… a 50mila». Che “Castel Romano” continui a esistere o no poco importa. Che la concorrenza si faccia strada o meno non conta. Conta solo mettersi i soldi «in sacca». (p.petrasso@corrierecal.it)





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