Colletti bianchi, “custodi” e garanti del clan: le scatole cinesi del boss di Sant’Eufemia – VIDEO

L’inchiesta “Eyphemos II” racconta gli investimenti della cosca nel settore imprenditoriale. Edilizia e ristorazione le attività messe nel mirino dal boss Laurendi. Il ruolo chiave di un commercialista e la disponibilità di prestanome – VIDEO

REGGIO CALABRIA Il trait d’union tra le due tranche dell’inchiesta Eyphémos, che oggi arriva al suo secondo step, è la figura di Domenico Laurendi, centrale in entrambe le operazioni.
La peculiarità dell’operazione “Eyphemos II” risiede nel fatto che sono stati colpiti i patrimoni di alcuni indagati e le condotte illecite poste in essere al fine di celare i beni provento delle attività delittuose, onde evitare possibili ablazioni da parte dello Stato. Le intercettazioni hanno fatto comprendere i meccanismi utilizzati da Laurendi per dissimulare il patrimonio posseduto. Queste le osservazioni del Gip sul punto: «(…) Evidentemente, il Laurendi che commercia in droga di qualsiasi qualità, che commercia in armi anche da guerra costituendo veri e propri arsenali, che consuma estorsioni ai danni di imprenditori ha cumulato profitti illeciti che ha dovuto necessariamente reimpiegare e lo ha anche fatto attraverso vere e proprie scatole cinesi immobiliari ed imprenditoriali».

COMMERCIALISTA AL SERVIZIO DEL CLAN Per riuscirci, il presunto capoclan si sarebbe servito dell’apporto di alcuni soggetti, tra cui Gregorio Cuppari – commercialista – che gli inquirenti considerano suo “consigliori”, oltre che “consulente tecnico” dell’associazione mafiosa. Al professionista viene contestato il concorso esterno in associazione mafiosa. Cuppari avrebbe di fatto contribuito al perseguimento delle finalità della cosca, che si è impegnata a proteggere il proprio patrimonio mobiliare e immobiliare da eventuali aggressioni da parte dello Stato. E l’avrebbe aiutata a inserirsi, monopolizzandoli poi con la forza di intimidazione, nei settori dell’edilizia e della ristorazione. Il commercialista avrebbe elaborato stratagemmi che consentissero l’interposizione fittizia di beni, anche con la finalità ultima di consentire alle “aziende mafiose” di acquisire appalti; dato suggerimenti tecnici per consentire la movimentazione di capitali illeciti e il riciclaggio di somme di provenienza delittuosa perché proventi dei reati di estorsioni, traffici di stupefacenti, di trasferimento fraudolento di valori, anche per superare eventuali dinieghi da parte degli istituti di credito a fronte di movimentazioni bancarie ritenute “sospette”. Da Cuppari si sarebbe prestato a fornire suggerimenti tecnici e attività materiale (come l’accompagnamento dal notaio degli intestatari fittizi) per la costituzione della ditta LD Immobiliare e Costruzioni con nuovi soci Rosario Bonfiglio e Diego Laurendi (quest’ultimo in luogo del padre Domenico) e per la costituzione della ditta LDR di Laurendi Diego e Laurendi Rocco, sorta per il rilevamento dell’attività ristorativa denominata “la Taverna del Pirata” con sede a Bagnara Calabra.

IL VICE DEL CAPOCLAN La contestazione di concorso esterno in associazione mafiosa riguarda anche Rosario Bonfiglio, esecutore delle direttive di Domenico Laurendi, e Rosa Alvaro. Le indagini hanno rivelato che Bonfiglio avrebbe di fatto coadiuvato – eseguendone le direttive – Laurendi, al fine di consentire a quest’ultimo di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali e per agevolare la commissione di delitti di riciclaggio e autoriciclaggio, intestandosi fittiziamente beni immobili ed attività imprenditoriali, nell’esclusiva disponibilità del “capo”. Non solo, Bonfiglio ha rappresentato Laurendi sul territorio in sua assenza, divenendo, in sua vece, «punto di riferimento mafioso» per imprenditori che al locale di Santa Eufemia di Aspromonte si erano rivolti chiedendo “protezione” e per i referenti di altre cosche di ‘ndrangheta; più in generale Bonfiglio era a disposizione per l’attuazione del programma associativo dell’organizzazione mafiosa riconducibile al Laurendi.

LA CUSTODE DEL DENARO Rosa Alvaro, invece, sempre sotto le direttive di Laurendi, che l’aggiornava costantemente in ordine ai suoi spostamenti e agli investimenti compiuti con i proventi delle attività delittuose, gli avrebbe procurato schede non intestate con la finalità di assicurare la comunicazione “protetta” fra affiliati e in particolare modo con il reggente della cosca Alvaro, Cosimo Alvaro detto “Pelliccia”. La donna ha fornito supporto logistico a Laurendi per consentirgli una trasferta fino in Sicilia dove avrebbe incontrato Cosimo Alvaro, accompagnandolo con la propria autovettura; la donna, inoltre, si è occupata della gestione burocratica delle numerose aziende riconducibili al capoclan, preparando fatture, effettuando bonifici e mantenendo i rapporti con gli istituti di credito presso cui questi aveva acceso, anche con delega ad operare. La stessa Rosa Alvaro, poi, ha custodito denaro e titoli di credito – di provenienza delittuosa e non – ricevuti in consegna dal Laurendi.





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