Eyphemos II. Il patrimonio di Laurendi, dal post terremoto in Umbria e L’Aquila alle banche di San Marino

Il patrimonio accumulato dalla figura centrale dell’inchiesta, secondo l’accusa sarebbe nato dai fondi in nero accumulati coi lavori di ricostruzione dopo le due catastrofi naturali

di Fabio Papalia
REGGIO CALABRIA Per rendere l’idea dell’ingente patrimonio illecito costituito da Domenico Laurendi, il pubblico ministero cita una conversazione tra Antonino Creazzo e tale “Ntony” intercorsa il 4 ottobre 2019. Si tratta di una conversazione tra terzi, nella quale Creazzo segnalava all’amico la fortuna, sotto il profilo economico, realizzata da Domenico Laurendi al tempo del terremoto in Umbria, tra gli anni ‘98 e 2005, quando avrebbe realizzato ingenti capitali partecipando alla ricostruzione dei centri distrutti dalla calamità naturale di Assisi e de L’Aquila. Le indicazioni temporali fornite da Creazzo non sono corrette, in quanto il terremoto in Umbria risale al 1997 mentre quello a L’Aquila è del 2009, ma secondo il pm l’errore non incide sulla bontà del racconto. In sostanza ai due eventi catastrofici viene ancorata la costituzione del patrimonio illecito di Domenico Laurendi. Secondo il racconto dei conversanti, nei lavori del post terremoto di Assisi, Laurendi lavorava in società col cognato, che aveva un “contatto”, una conoscenza importante successivamente sottrattagli proprio da Laurendi, che era riuscito a carpirne la fiducia. Una persona cui si sarebbe legato da una rapporto di amicizia e su suo consiglio Laurendi avrebbe omesso di pagare le tasse sulle somme percepite per i lavori pubblici, creando un “nero” che avrebbe occultato presso banche di San Marino.
I pm hanno acquisito quello che ritengono un primo riscontro alle parole di Antonino Creazzo, da una richiesta, formulata nel novembre 2015 dal Commissario delle Leggi del Tribunale di San Marino, che chiedeva assistenza all’autorità giudiziaria di Ancona per delle ipotesi di riciclaggio per le quali vi erano indagini a carico di Domenico Laurendi e suo cognato. L’ipotesi accusatoria all’epoca era che i due sostituissero e occultassero il provento dei reati, tra i quali l’associazione per delinquere di stampo mafioso, corruzione volta all’assegnazione di appalti pubblici, scambio elettorale politico-mafioso e l’appropriazione indebita. La richiesta del Commissario delle Leggi di San Marino nasceva dal fatto che Domenico Laurendi e la “Faber Costruzioni Srl” erano state segnalate per operazioni sospette a seguito del coinvolgimento di Laurendi nell’indagine Xenopolis. Si è appurato così che Domenico Laurendi era titolare dal 19 marzo 2013 presso la banca di San Marino di un conto su cui era delegato a operare il cognato. Un dato che secondo l’accusa costituirebbe una sorta di conferma della notizia che Antonino Creazzo e il suo interlocutore si scambiavano nella conversazione intercettata, ovvero che Domenico Laurendi utilizzasse istituti bancari di San Marino per formare il suo patrimonio illecito.
«L’enorme ricchezza imprenditoriale e immobiliare accumulata dal Laurendi – sono le considerazioni del gip che si leggono nell’ordinanza – non è evidentemente frutto solo di onesto lavoro e di leciti proventi».
IMMOBILE E TERRENO NELLE MARCHE Le intercettazioni provano secondo il gip in maniera incontestabile che nonostante avesse apparentemente e formalmente ceduto per atto pubblico al figlio Rocco un immobile e un terreno siti a Fabriano, nelle Marche, dove Domenico Laurendi aveva vissuto per più di un ventennio, e avesse intestato a Rosario Bonfiglio già dal 2010 altri beni posseduti nel marchigiano, egli in realtà continuava ad essere il proprietario effettivo, esclusivo e sostanziale.
IMMOBILE E GARAGE A REGGIO «Come un vero e proprio crescendo rossiniano – scrive il gip – anche l’immobile e i garages intestati a Rosario Bonfiglio e siti in via Nazionale Pentimele (a Reggio Calabria nda) sono nella esclusiva disponibilità di fatto di Domenico Laurendi».





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