«Le sollecitazioni dal “basso” per gli Stati Generali di Reggio Calabria»

di Antonino Mazza Laboccetta*

Evento importante, quello che si terrà a Reggio Calabria tra il 19 e il 23 ottobre prossimi. Forse enfatico nel nome, e anche un po’ retorico, considerato l’inevitabile richiamo agli Stati generali convocati da Luigi XVI nel 1789 per affrontare la grave crisi che portò in Francia al crollo dell’Ancien Régime. Ma certamente è titolo à la page, dopo gli Stati generali convocati dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per mettere insieme una serie di misure di intervento economico intese a rilanciare il Paese a seguito della crisi causata – o meglio: aggravata – dalla pandemia in atto.
Mi riferisco agli Stati generali della Città, convocati dal Sindaco Giuseppe Falcomatà, dopo la sua recentissima riconferma, per discutere, come lo stesso Sindaco dice, con le “forze sane della Città, le associazioni, i comitati, gli ordini professionali e tutti i cittadini di buona volontà”, di welfare e salute, di cultura e turismo, di giovani, istruzione e sport, di attività produttive, di ambiente, mobilità e pianificazione.
È un evento importante perché è tra quelli dai quali possono lievitare “dal basso” gli umori, i sentimenti, le ansie, le aspettative, i bisogni, le delusioni. Insomma, un insieme di sollecitazioni intorno a cui si può pensare ad un’idea di città, costruire una visione, elaborare un progetto di sviluppo economico-sociale.
Che queste sollecitazioni vengano stimolate e mosse “dal basso” non è un fatto demagogico, come pure potrebbe apparire, ma è quasi inevitabile in momento, qual è quello che viviamo, in cui il restringimento del perimetro dell’azione pubblica causato dalla crisi fiscale delle amministrazioni locali impone la “responsabilizzazione” degli attori individuali e collettivi, in modo che dentro l’agone della città vengano sperimentate e attivate nuove pratiche collettive e nuove forme di innovazione sociale urbana, dirette a migliorare le condizioni di vita materiali e immateriali degli individui. In altri termini, è la crisi fiscale delle amministrazioni locali a portare alla ribalta la categoria dell’innovazione sociale urbana che, puntando a coinvolgere la società civile, il mondo delle associazioni, il terzo settore, finisce per dare alla Città un valore aggiunto, quello cioè di una nuova “politicizzazione collettiva”. Un fatto importante in un momento in cui la crisi fiscale, di cui parliamo, ha prodotto la “deideologizzazione” degli stessi amministratori, al punto di privarli, per molti versi, di un progetto di organizzazione della società. Amministratori costretti giocoforza a gestire, al di là delle categorie destra/sinistra, l’esistente, alle condizioni e con le risorse date. Amministratori dei quali è difficile addirittura cogliere la stessa ascendenza politico-culturale, perché ridotta nei fatti all’irrilevanza. Da qui la spinta verso nuove forme di coinvolgimento della società civile, di partecipazione attiva all’elaborazione di un’idea di città, di condivisione di un percorso politico-sociale, di responsabilizzazione collettiva attraverso i canali dell’innovazione sociale urbana. Il livello istituzionale si mescola con il livello non-istituzionale in una sintesi, come usa dirsi, di top-down e bottom-up, che fa dell’attore pubblico un soggetto regolatore e di coordinamento di ordinamenti sociali diffusi, orientati al recupero della dimensione comunitaria del più generale ordinamento politico.
Accanto alle forme tradizionali della partecipazione politica hanno nel tempo preso corpo, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, nuove espressioni di partecipazione attiva, che si articolano in associazioni di cittadini (associazioni di volontariato, comitati locali, associazioni di consumatori, associazioni ambientaliste, associazioni di consulenza e di supporto per il cittadino, associazioni orientate alla promozione della cultura della legalità, organizzazioni di promozione del microcredito, della finanza e del consumo etico, dell’economia sostenibile). A differenza dei c.d. corpi intermedi, esse non rappresentano interessi di specifiche comunità, ma si muovono nella sfera pubblica per dare risposta ad interessi generali o diffusi, quali la cura dei beni comuni (beni pubblici, ambiente, risorse naturali, patrimonio culturale), la tutela dei soggetti deboli attraverso azioni concrete mirate ad assicurare l’effettività dei diritti (sanità, assistenza sociale, istruzione, lotta alle discriminazioni, integrazione). Agendo nell’agone pubblico il variegato mondo della società civile influenza l’agenda politica e l’azione delle istituzioni, concorrendo così a determinare gli indirizzi delle politiche pubbliche e la stessa allocazione delle risorse. È un mondo, quello della società civile, cui nel 2001 ha dato fiato la riforma del Titolo V della Costituzione, che, all’art. 118, comma 4, impegna i livelli istituzionali di cui si compone la nostra Repubblica (Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni) a favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà (orizzontale).
Dunque, se un senso può avere l’iniziativa che il Sindaco Falcomatà ha promosso, è proprio quello di rispondere ad una domanda di partecipazione dei cittadini alle decisioni e alle azioni che riguardano la cura di interessi generali e che trova legittimazione nella stessa Costituzione. È una domanda di partecipazione che ha contorni diversi e che si manifesta in maniera diversa: a tratti, assume, paradossalmente, le forme dell’indifferenza, mossa da rabbia, delusione, aspettative deluse (ma pur sempre è domanda di partecipazione, espressa in negativo); a tratti, dimostra la consapevolezza che solo attraverso un processo di responsabilizzazione collettiva si può dare un contributo effettivo alle politiche pubbliche. Contributo che si esercita non solo nella fase della decisione – che costituisce uno dei momenti del c.d. policy making -, ma soprattutto nelle fasi dell’agenda, della progettazione, dell’implementazione, del controllo, della valutazione).
Si affacciano sulla scena nuovi modelli di welfare urbano che, nell’ottica della responsabilizzazione collettiva di cui andiamo dicendo, guardano al cittadino non più come soggetto passivo di erogazioni pubbliche, ma come protagonista di politiche urbane in settori strategici per il benessere collettivo, quali l’assistenza, la formazione, la conoscenza, il sostegno alle attività del terzo settore, la tutela dei territori, la riduzione degli sprechi, l’efficienza nell’uso delle risorse (suolo, energia, valori paesaggistici, qualità ambientale).
Certo, è sempre dietro l’angolo il rischio che siano i ceti economicamente più forti a diventare gli interlocutori politici privilegiati del livello politico-istituzionale ed a sovraccaricare dei propri bisogni e delle proprie esigenze la dimensione comunitaria che si vorrebbe costruire, a danno di chi è privo di capacità relazionale. Con la conseguenza di accentuare le già profonde diseguaglianze socio-economiche che corrodono il tessuto urbano. Indubbiamente, c’è un’attenzione non trascurabile del legislatore intorno all’idea di città, a partire dal Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie del 2016. Anche la manovra di bilancio per il 2020 ha destinato risorse per la riqualificazione e il recupero di edifici e di aree degradate, non esclusi quelli destinati all’edilizia pubblica e popolare. Ma se di rinascita urbana si vuole parlare, agli interventi che hanno immediato impatto economico occorre accompagnare politiche attive di inclusione sociale.
La crisi della modernità, almeno a partire dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso, ha condotto ad una progressiva insicurezza e precarietà individuale e collettiva, tanto da indurre Ulrich Beck a parlare, in un importante saggio del 1986, di “società del rischio”, caratterizzata da un progressivo indebolimento delle tradizionali protezioni sociali (penso, in particolare, alla copertura previdenziale), da una sempre più pervasiva esposizione ai risvolti negativi dell’innovazione tecnologica (penso, in particolare, all’incombente minaccia nucleare o alle possibili manipolazioni genetiche), dalle crisi economiche indotte dai sempre più sofisticati congegni della finanza globale (penso, per esempio, alla crisi dei sub-prime che ha investito il mondo intero a partire dal 2008 e che ancora trascina nella risacca), dall’impoverimento dell’economia reale (penso ai fenomeni di desertificazione industriale che hanno colpito varie parti del Paese e ai fenomeni di delocalizzazione), dalla caduta delle grandi ideologie, dal vacillare o comunque dall’incerto incedere di soggetti collettivi come il partito, il sindacato, la chiesa.
Un mondo liquido – per usare un’espressione ormai abusata – nel quale si trova a navigare l’uomo globale che, se privo di riferimenti e di ancoraggi come accade all’uomo comune, ha bisogno di trovare radicamento nella dimensione “locale”. E la dimensione locale è la città – proprio quella di cui si vuole parlare negli Stati generali di Reggio Calabria -, l’unica dimensione in cui il globale e il locale si possono fondere nella felice sintesi della “glocalizzazione”. Una teorizzazione che, senza rinunciare ai vantaggi della globalizzazione, vuole favorire il ritorno alla centralità della persona, dell’incontro, dell’interazione tra individui e gruppi presenti e operanti sul territorio. Il ritorno alla centralità della relazione che in modo dinamico lega l’individuo e gli individui tra loro al patrimonio, materiale e immateriale, della Città.

*docente università Mediterranea di Reggio Calabria 





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto