Se il medico fa carriera in un reparto «inesistente»

Ricorso in Appello della Procura di Locri sul caso di Domenico Calabrò. «Ha imboccato una scorciatoia per diventare primario». Le testimonianze dei colleghi: «Quell’unità in ospedale non c’era». Ma per il gup «il fatto non sussiste»

LOCRI Per la Procura di Locri, quella di Domenico Calabrò è una carriera artefatta, costruita con documentazione non veritiera. Il primario non dovrebbe essere al suo posto, secondo l’accusa. Per il gup, invece, «il fatto non sussiste». Il primo step giudiziario della vicenda si è risolto con un non luogo a procedere, esito dell’udienza preliminare. Ma il pm Enzo Arcadi rilancia con un ricorso inviato alla Corte d’Appello di Reggio Calabria, nel quale ricostruisce la storia di una carriera, a suo dire, troppo “facile”. Una «scorciatoia» imboccata da Calabrò nel 1993, quando con «una falsa nota di incarico» avrebbe cominciato la road map verso il posto da primario. Tutto nasce dal suo utilizzo «in un fantomatico Servizio (o Ambulatorio) di Allergologia e Immunologia clinica» dell’ospedale di Locri per quattro anni. Prima come responsabile del servizio di Allergologia, poi con un riconoscimento formale (nel 1999) del servizio. Poi con la «consacrazione» a primario a tutti gli effetti.
Il punto, per la Procura, è che il medico non avrebbe prestato alcun servizio come allergologo negli anni tra il 1993 e il 1997. Questo perché, spiega il ricorso, «prima dell’adozione della citata delibera numero 212/97, nessuna Unità di Allergologia poteva essere stata attiva, e per giunta con a capo un sanitario ancora non specializzato in quella disciplina, non essendovi mai stata a tal fine un’assegnazione di locali o di risorse umane e soprattutto difettando completamente una qualsiasi documentazione comprovante un’attività effettivamente svolta in quella specialità». Un reparto fantasma, insomma. 
Non per il giudice dell’udienza preliminare. Che, nelle argomentazioni contestate dal pm, cita la testimonianza difensiva di Giovanni Filocamo, coordinatore sanitario dell’allora Usl di Locri che assegnò Calabrò all’ambulatorio di Allergologia con la contestata nota del 1993. Filocamo spiega che «la struttura questa era stata istituita in ottemperanza alla convenzione stipulata tra l’Università degli Studi di Messina e l’Unità Sanitaria Locale nr. 28 di Locri: in base a tale accordo i due enti stabilivano che i posti letto e le attrezzature della divisione di Medicina generale del nosocomio locrese sarebbero stati utilizzati dagli specializzandi della Scuola di Allergologia e Immunologia clinica della predetta Università».
Filocamo, che era stato coindagato di Calabrò (la sua posizione era stata stralciata e archiviata per prescrizione), per la verità – argomenta ancora l’accusa – era stato cercato per essere sentito in merito ai fatti senza che la polizia giudiziaria lo reperisse. Ma le sue dichiarazioni, per il pm Arcadi, sono un motivo in più per andare a processo. Anche per sapere perché la nota del 1993 «non rechi un proprio numero di protocollo» e «perché menzione di quella nota non sia stata rinvenuta nel registro (di protocollo) al tempo utilizzato dal Coordinatore sanitario per gli atti espressi in tale sua funzione». E pure il motivo per il quale la «nota avesse quale unico destinatario Calabrò» e non gli uffici «cui normalmente una disposizione del genere viene indirizzata (leggesi Direzione sanitaria dell’ospedale, Responsabile dell’Ufficio del Personale, Direttore dell’Unità operativa –Geriatria- cui al tempo il Calabro’ era assegnato)».
C’è dell’altro. Il primario, a quell’epoca, «figurava in servizio in tutt’altra Unità (Geriatria)». La convenzione stipulata tra l’allora Asl di Locri e l’Università di Messina, invece, riguardava «non meglio individuati medici specializzandi nella disciplina di Allergologia e comunque provenienti dall’Unità di Medicina generale del Presidio ospedaliero di Locri, e quindi Unità differente da quella di provenienza del Calabrò». Qual è il nesso tra quell’accordo e il futuro primario?
Altra anomalia: Calabrò ha conseguito la specializzazione in Allergologia il 21 ottobre 1996, come ha potuto essere il responsabile dell’ospedale in una branca della medicina in cui non aveva ancora concluso i propri studi?
Domanda alla quale la Procura credeva di aver trovato una risposta sentendo i colleghi del medico. Uno dei quali spiega: «È assolutamente dimostrabile che in tale periodo (maggio ‘93-maggio ‘97, ndr) Calabrò prestava servizio esclusivamente presso la Geriatria e che non esisteva anteriormente alla data di aprile ’97 alcun ambulatorio di Allergologia…». Le sue dichiarazioni sono confermate da un altro medico: «Ribadisco che non mi è mai risultata l’operatività in seno al presidio ospedaliero di Locri di un’attività specialistica di carattere allergologico nell’Unità a cui io appartenevo. Prendo atto di un documento esistente in fascicolo e dal quale risulterebbe un’assegnazione del dottor Calabrò a un presunto ambulatorio di Allergologia già nel maggio ’93. Insisto nelle dichiarazioni di cui sopra. Aggiungo, semplicemente, che se un collega operante all’interno della mia stessa Divisione fosse stato in un qualunque momento adibito, anche in via temporanea, a un diverso servizio, io ne sarei venuto a conoscenza anche senza volerlo. Un provvedimento del genere, in ogni caso, sarebbe stato portato dal Coordinatore sanitario a conoscenza del Primario e dell’Ufficio del Personale. Non so se nella fattispecie questo sia accaduto…».
Frasi che, per il gup, non sono sufficienti per celebrare un processo. Ora la palla passa alla Corte d’Appello.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it





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