Le due rivoluzioni di De Masi

Nasce una public company basata su impresa etica e innovazione. «Sarà l’azienda di tutti, così la proteggeremo dalla criminalità. E contiamo di triplicare il business e i dipendenti entro il 2022»

GIOIA TAURO C’è un solo forno al mondo capace di cuocere una pizza “pulita”, cioè priva dei fumi (e delle ceneri) di combustione. Lo ha inventato un ingegnere di San Giovanni in Fiore, Mario Iaquinta, e sarà prodotto in Calabria, grazie al brevetto depositato nel maggio 2017. La doppia rivoluzione di Antonino De Masi passa anche dalla pizza. Uno dei tasselli di un mosaico in cui un’impresa etica diventa una public company aperta all’azionariato sociale, i cui profitti saranno condivisi con i dipendenti. È il nuovo passo di un percorso iniziato diciotto anni fa e irto di difficoltà. La lotta contro le banche per i prestiti usurari, le minacce della ‘ndrangheta, l’isolamento. De Masi ha raccontato tutto dal palco allestito in un capannone, nel perimetro dell’azienda protetta dall’esercito quasi a segnare la linea di demarcazione tra un “dentro” fatto di legalità e un “fuori” in cui cova la sopraffazione mafiosa. Quello dell’imprenditore forse non è un decalogo ma il primo comandamento è “non mollare”. «Qualche giorno fa mi sono sentito con un economista famoso per raccontargli cosa ho intenzione di fare. La sua risposta è stata: “Lasci tutto e se ne venga al Nord”. Io non ci penso proprio: sono e resto in Calabria, è questa la mia mission». La novità è che «chiedo alla gente di partecipare a questo percorso». Per creare sviluppo e occupazione. Ma anche per opporre all’arroganza mafiosa il senso dell’appartenenza a un progetto comune: «Sarà più difficile toccare un’impresa che è di tutti». C’è della testardaggine in De Masi, che per anni ha scritto «ai governi per sensibilizzarli sui nostri problemi; questo governo è l’unico ad aver tenuto in considerazione le mie lettere».

Il suo chiodo fisso è «rendere l’azienda immune dalle ingerenze criminali». Ne ha avuto di tempo per riflettere sul come, mentre era solo, «marginalizzato, anomalo. Una volta, a un funerale, c’era gente che mi saltava al momento di dare le condoglianze, come se fossi appestato». Oggi non è più solo. Davanti al palco ci sono parlamentari (una folta rappresentanza del M5S), industriali, sindacalisti, politici, rappresentanti del mondo della cooperazione, delle forze dell’ordine, dello Stato. È la platea giusta per lanciare l’azionariato collettivo. «Toccare questa azienda – spiega – significherà toccare l’interesse di tutti». È il primo passo verso una «rivoluzione culturale» che non dimentica uno dei motivi per i quali si produce e si sta sul mercato: «Certo, vogliamo fare utili, ma tenendo presente che il nostro valore guida non è il denaro».
Alla mission etica si accompagna un business plan, il cuore economico del progetto “De Masi al Sud”, che l’imprenditore ha raccontato per grandi linee e si sviluppa su quattro anni. L’intenzione è quella di passare dai 40 assunti con 6 milioni di fatturato del 2019 a 152 dipendenti e 26 milioni nel 2022. È un altro pezzo della rivoluzione. Lo “Yes, we can” declinato a due passi dal porto di Gioia Tauro dice che «puntando sulla legalità, su un’azienda orizzontale e sull’innovazione possiamo triplicare gli addetti e il business».
«Abbiamo l’ambizione – dice De Masi – di creare un laboratorio permanente di ricerca scientifica con l’obiettivo di realizzare progetti ad alto tasso di innovazione con certificati di qualità oltre quelli esistenti ma anche un incubatore tecnologico che permetta a giovani laureati di sviluppare i propri progetti e ridefiniscano il Made in Calabria come un’eccellenza mondiale oltre che modello di sviluppo economico». Non è (soltanto) un sogno: gli esempi sono a pochi metri di distanza, in un altro capannone.

Consuelo Nava spiega il progetto “S2-Home”

AGRICOLTURA ED EDILIZIA C’è il core business: l’agricoltura, con la produzione di macchine per la raccolta delle olive e della frutta. Gli scuotitori, nei momenti migliori, raggiungevano tutti i continenti. La prossima sfida è quella di realizzare scuotitori capaci di abbattere il 50% delle emissioni in atmosfera e le potenze termiche generate per raccogliere i frutti. «Il mio sogno – spiega l’imprenditore – è quello di robotizzare e automatizzare completamente tutto il processo di raccolta. È quello che vorrei fare “da grande”». I brevetti degli ultimi anni si chiamano “Safety Cell” e “S2-Home”. Il primo ha vinto il premio come innovazione dell’anno nel 2012. È un “Guscio di sicurezza modulare”, il primo al mondo; un innovativo sistema di protezione modulare a forme e geometrie variabili per abitazioni civili, residenziali, strutture pubbliche e industriali.
“S2-Home”, invece, è il prodotto della sinergia tra un gruppo di ricercatori «orgogliosamente calabresi» guidato da Consuelo Nava, l’Enea e l’Università di Trento. Il senso è quello di sviluppare la doppia sicurezza dell’abitare (sismica e sociale/ambientale). «Non si tratta solo di creare una struttura di emergenza ma un sistema abitativo per contesti sensibili e off-shore», spiega Nava. Che, con un punta d’orgoglio, racconta: «Abbiamo capovolto il modello: i ricercatori sono stati scelti da noi, da fuori Calabria invece ci hanno fornito i servizi». È il leitmotiv della giornata: invertire tendenze, proporre soluzioni alternative. La realtà, per ora, è quella che la ricercatrice reggina riassume in una frase: «La disoccupazione giovanile, in provincia di Reggio Calabria, è al 60%. E i nostri giovani vanno a studiare al Nord perché sanno che lì dovranno restare per trovare un lavoro».

Da sinistra, l’inventore del “Bioforno” Mario Iaquinta e il pizzaiolo Antonio Ozzimo
Il touchscreen del bioforno

UNA PIZZA 2.0 Di nuovo, sembra di toccare la differenza tra il “fuori” e il “dentro”. Le logiche dell’interesse personale e la speranza della condivisione. Sul touchscreen del “Bioforno” c’è anche la pizza Nino, quella che De Masi ha chiesto in base ai suoi gusti: 250 grammi di impasto «“alla napoletana” ma un po’ più cotta», dice Mario Iaquinta mentre Antonio Ozzimo, pizzaiolo di Dinami, ne sforna in quantità industriale. L’espressione non è casuale: «Il nostro “robot” è uno dei più veloci – ancora Iaquinta, 40enne ingegnere meccanico laureato all’Unical –. Quelli utilizzati in Francia hanno tempi di cottura intorno ai 4 minuti e mezzo, qui si parla di 50-60 secondi». Entra un panetto ed esce una pizza fatta e finita, «all’occorrenza la macchina pensa da sé anche ai condimenti e alla salsa». E i fumi non entrano in contatto con l’impasto grazie a un vetro speciale che separa l’area in cui avviene la combustione da quella in cui si realizza la cottura. Mario non è soltanto l’inventore del “Bioforno”; è anche socio di Demfood, che lo produrrà, secondo quel modello orizzontale che De Masi ha raccontato oggi alla Calabria sperando che il seme metta radici. Sarà pure soltanto una pizza, ma a volte la rivoluzione comincia da dove meno te lo aspetti.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it





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